Claudio Lolli

Succede spesso, è un copione che non si stanca di ripetersi. In posti improbabili, con persone sconosciute riunite da motivi e amicizie delle più disparate, capita di ascoltare canzoni nuove. E non c’è niente da fare: basta qualche accordo, una frase, qualcuno che ti dica “sì, questa la devi proprio ascoltare”. E tu la ascolti, la cerchi il giorno dopo, va a finire che non te ne stacchi più per un po’.

Succede anche di passare una serata in rifugio, mangiare polenta e carne alla griglia accompagnate da ottimo vino rosso e liquore alla liquirizia fatto in casa. Una ventina di persone e tu ne conosci la metà, se va bene. Ma le persone che non conosci vengono da lontano. Suonano, cantano. Nel senso che non suonano o cantano solo quella sera; anche, sì, ma loro nella vita fanno proprio concerti, girano l’Italia, uno di loro scorrazza addirittura per l’Europa accompagnato solo dalla sua Taylor small size e dal fruscio dei sandali per battere il tempo. L’agnizione però arriva con A., chitarrista  romagnolo. Prende la chitarra, non la molla più, e via con le canzoni arrangiate alla “bruttadio”. Volano bestemmie intonate e motivi accompagnati da una chitarra classica, il tocco è pregiato, fine. Finché non arriva lei, poi più niente, niente che io ricordi.

Lei è una canzone di Claudio Lolli, una di quelle vecchie (correva l’anno 1973), ma questo lo avrei saputo solo molto più tardi. A. la canta piuttosto male, ma è sincero e ha vino sufficiente in corpo per non distrarsi; il tocco è sempre più pregiato, davvero fine. Il resto sono le ricerche del giorno dopo, gli ennesimi riascolti su youtube, sono le parentesi che si aprono, i pensieri che ti accompagnano.
Sono passati mesi da allora e Lolli l’ho scoperto un po’ alla volta, senza fare incetta, come si conviene con la musica che più dà l’idea di poterti piacere. Mi piace, la tristezza e la malinconia sono schiette, la politica non riesce a farla da padrona sull’uomo, sui suoi disturbi, sulle sue angosce, neanche quando Lolli scrive e canta in preda alla vena più “impegnata”.
Insomma, quando ho scoperto che avrebbe suonato a Padova il 14 luglio non ci ho pensato due volte. Senza aspettativa alcuna, non mi sono preparato all’ascolto. Niente propedeutica o approcci strani. Sarà un incontro, dicevo, proverò a vedere l’effetto che fa.

Il concerto

Il teatro giardino di Palazzo Zuckermann ha una pessima acustica, ma è un luogo raccolto, gli alberi sul palco aiutano ad armonizzare. Lolli sale sul palco, ad accompagnarlo è il fedele e bravissimo Paolo Capodacqua, suona la chitarra silent come se stesse parlando ad una amica che conosce bene, non è certo uno che dà del lei al suo strumento. La serata potrebbe essere molto bella, non allegra, certo, ma bella sì. E invece sul palco c’è Claudio Lolli, in una versione che non avrei voluto augurarmi. Parla e canta, spiega, fin qui tutto bene. Ma quando parla sembra che qualcuno lo tenga per la camicia, c’è sempre qualcosa da chiarire, c’è il bisogno di dire la sua su ogni canzone, su brani scritti e pensati negli anni ’60, nel 1968, una vita fa. Le sue sono spiegazioni dal sapore di un ripensamento, i commenti diventano precisazioni non richieste; anche le staffilate politiche, non certo sottili e ormai riproposte da anni ai concerti (vedi alla voce Calderoli, vedi alla voce “scoperte del giorno dopo”), si fanno ascoltare con un sorriso poco compiaciuto. Impossibile non essere d’accordo, ma certo potevano essere qualcosa di meglio, semplicemente qualcosa di diverso. Lolli ha un filo di voce e non ricorda i testi, canta chiudendo gli occhi, li riapre per leggere fogli volanti o per spiare gli attacchi delle strofe su un libretto che, dice lui, contiene 250 canzoni. Le sue, tutte. Dice che ha scritto Borghesia profetizzando sulla fine di quella fetta di società fatta di piccoli commercianti, statali, nuovi operai, e ci tiene a precisare di essersi sbagliato. Nessuno poteva immaginare Calderoli nel ’68, dice, e come dargli torto? Certo il fedele Marx e l’ottimista Engels, suoi compagni di viaggio nel passaggio verso la maturità, non potevano aiutarlo in questo tipo di vaticinio. Prende le distanze Lolli, ma il tono è di autocompiacimento. Ironizza sull’“allegria” delle sue canzoni, chiede ai presenti se sono consapevoli di essere masochisti – del resto, chiosa, avete scelto voi di venire quindi un po’ mi conoscete.

Canzoni tabù: Michel e Aspettando Godot. Il pubblico, interpellato, le richiede in sede di bis, ma il Nostro dice che non è possibile sentirle e ripiega su Anna di Francia chiudendo con Ho visto anche degli zingari felici. Ma questo glielo concediamo, anche Guccini ha la sua Avvelenata ben in fondo al cilindro, coperta di polvere da chissà quanti anni ormai: gli armadi degli artisti, molto capienti, racchiudono scheletri, feretri, o gioielli che non sempre si può, si vuole mostrare.

Ascolto Lolli senza pensare a niente; ma sospendendo il giudizio, lo spirito critico, mi accorgo che si fa largo una sola sensazione, spiacevole, irritante. Provo tenerezza, e non mi viene in mente nient’altro. Anche amore e potere, binomio che in sé racchiude il nucleo tematico forte delle canzoni del cantautore bolognese, non regge il peso dei termini stessi di cui è composto. Troppo forti loro, troppo svigorito lui, Lolli, che canta quasi sfibrato, senza molta energia.

Vecchia piccola morale

Non smetterò di ascoltare le sue canzoni. Quelle restano intatte, la loro malinconia leggera e profonda al contempo rimane e col tempo si carica di significati nuovi anche in tempi molto lontani dagli anni ’60 o ’70. Ma non credo che affronterò di nuovo un suo concerto, Claudio Lolli lo incontrerò di nuovo nelle sue canzoni, ascoltandolo a distanza. Non tanto per l’idea – già di De Andrè, che non volle mai conoscere il maestro Brassens – di non contaminare ciò che si pensa di un uomo con la conoscenza personale e diretta dello stesso; non per paura di sfatare miti, di non voler confrontarsi con una realtà che è molto più spicciola e diversa dalla sua immagine chiusa in un pensiero. Lo cercherò nelle sue canzoni soltanto, cercando in una produzione artistica di musica e parole quello che Lolli ha voluto dire a chi lo avrebbe ascoltato. Credo sia una forma di rispetto, un modo per far parlare le canzoni, che non sempre vogliono essere smentite, precisate, corrette, deviate.

Au revoir Lolli, a presto, ci incontreremo in qualche canzone delle tue e sarà un tentativo non troppo intimo, ma sincero, di andare in fondo ai miei timori, alle tue angosce. Senza troppa retorica, con semplicità.

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