di Tommaso De Beni.

Durante la riunione di redazione in cui si è deciso di dedicare il prossimo numero della rivista, CAM#08, al carcere, prima che fosse tracciato il piano editoriale, prima ancora di proporre gli argomenti su cui costruire l’intero lavoro… qualche tempo fa, insomma, ci siamo lasciati travolgere dalla valanga di riferimenti e citazioni più o meno colti che le nostre menti potessero riformulare in ricordi.

Tre sono i campi della produzione creativa che ancora oggi ci coinvolgono in dibattiti e interminabili chiacchierate; e non c’è dubbio che chiunque legga questo post o rifletta in merito a un topos tanto diffuso non possa tenere lontani dalla mente almeno un film, un libro e una canzone che col carcere abbiano a che fare.

Perché non chiedere a tutti un consiglio, un suggerimento o una segnalazione?, ci siamo detti. Anzi: perché non eleggere i migliori esempi di ciascuna categoria suddetta?

Mentre prosegue l’elezione del Best ‘Prison Movie’ Award, eccoci, allora, a presentare la seconda categoria in gara:

Best “Prison Book” Award

Letteratura e carcere: un legame che dura da sempre, perché gli scrittori vivono nel mondo e la galera è nel mondo e la galera è, a volte, il mondo. Gli approcci al tema possono essere diversi. Ci sono infatti scrittori che sono stati arrestati e incarcerati ed altri che invece si sono semplicemente interessati, stando fuori, al tema. Ci sono poi casi in cui i detenuti, per trovare un appiglio, si sono messi a leggere e a scrivere e sono stati letteralmente salvati dalla letteratura diventando scrittori a tutti gli effetti. Nelle vostre segnalazioni potete anche includere gli scritti teorici e filosofici o i vari casi in cui la prigione è metaforica.

Partecipare è semplicissimo.

1. pensare a un libro;

2. commentare questo post scrivendo il titolo, l’anno di pubblicazione e il nome dell’autore;

3. facoltativomotivare la scelta;

4. facoltativoaggiungere una citazione tratta dall’opera scelta.

Si può votare fino al 10 dicembre 2012.

Di seguito, alcune proposte:

Fëdor Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, 1861-1862
 
«Forse si mettono a un uomo i ferri ai piedi solo perché non fugga o ciò gli impedisca di correre? Niente affatto. I ferri non sono altro che un ludibrio, una vergogna e un peso, fisico e morale. Così almeno si presuppone. Essi non potranno mai ad alcuno impedire di fuggire. Il più inesperto, il meno abile dei detenuti saprà ben presto, senza gran fatica, segarli o farne saltare la ribaditura con un sasso»  
Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 1947
 
«La mia praticità consiste in questo: nel sapere che a battere la testa contro il muro è la testa a rompersi e non il muro»
«Sono pessimista con l’intelligenza, ma ottimista per la volontà»
 
Jean Genet, Diario del ladro, 1949
 

«L’essere un trovatello m’è valso una giovinezza e un’infanzia solitarie. L’essere un ladro mi permetteva di credere alla singolarità del mestiere di ladro. Ero, mi dicevo, una mostruosa eccezione. In effetti, il mio gusto e la mia attività di ladro erano in relazione con la mia omosessualità, scaturivano da questa, che già mi teneva in un’insolita solitudine. Grande fu il mio stupore quando m’accorsi sino a che punto fosse diffuso il furto. Ero sprofondato in seno alla banalità. Per uscirne, non mi restò che gloriarmi del mio destino di ladro, e di volerlo»
 
Michel Focault, Sorvegliare e punire, 1975

«La morte è un supplizio nella misura in cui non è semplice privazione del diritto di vivere, ma occasione di calcolate sofferenze»

Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986
«Non esistono problemi che non possano essere risolti intorno a un tavolo, purché ci sia volontà buona e fiducia reciproca: o anche paura reciproca»
«I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti»

Guido Ceronetti, Insetti senza frontiere, 2009
«Il tatuaggio era il segno dell’uomo in carcere, l’arte lugubre dei reclusi e dei condannati. Che sia diventato arte e fenomeno di massa senza distinzioni può indicare questo: che la carcerazione perpetua è ormai una condizione stabile, che non ci sono più differenze tra la prigione, la vita di fuori, la casa. Gioventù tatuata è gioventù che si vuole ammanettata, che ha terrore di essere libera»

 

Il vincitore è tra questi? A voi la parola.

 

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