Corpi di gloria ROOKIE REVIEW

L’immagine letteraria della Puglia in estate ha spesso qualcosa di eccessivo, estenuato, ai limiti del disfatto. Basta pensare, ad esempio, allo scenario che descrive Niccolò Ammaniti in Io non ho paura, al suo mettere insieme passioni, bellezza e decadenza raccontando un mondo pieno di segreti in cui la vita, sotto il calore del sole, è faticosa come una condanna e una maledizione, pesante come un macigno da trascinarsi dietro, un giorno bollente dopo l’altro.

È, questo, il clima che anima anche le pagine di Corpi di Gloria, esordio letterario di Giuliana Altamura da poco pubblicato da Marsilio.

Nelle pagine di questo romanzo, i bambini di Ammaniti sono cresciuti. Hanno cambiato pelle e ambiente sociale – spostandosi dal mondo della campagna isolata e ruggente di sole e quello dei villaggi vacanze a un passo dal mare, con le loro villette e i loro locali per l’aperitivo – ma in fondo sono sempre gli stessi. Si sono trasformati in giovani uomini e giovani donne che annaspano e finiscono per cadere in trappole più grandi di loro, con la colpevole innocenza che è propria dell’infanzia e con una disperazione già perfettamente adulta, a cui non sanno dare un nome. Parla di giovani uomini e donne sospesi tra età diverse, questo romanzo. Ragazzi e ragazze che sembrano in ogni gesto e in ogni parola terribilmente piccoli e insieme tragicamente adulti, e che portano in ognuna delle loro azioni e delle loro scelte l’eco di questa loro indefinitezza che li rende inafferrabili, pericolosi e deboli insieme. Personaggi da scuotere e da abbracciare, da prendere a schiaffi e da compatire allo stesso tempo.

Tutta la vicenda si svolge tra la spiaggia e le case di Riva Marina, un paese della costa pugliese che compare in queste pagine solo vagamente accennato: non c’è bisogno di descriverlo, sembra dire l’autrice, perché in fondo tutti noi lo conosciamo già, con il suo contorno di palme nei giardini delle ville, poltrone di paglia intrecciata nei locali vicino al bagnasciuga e piscine assurdamente cristalline in cui buttarsi, al riparo dal mare. Qui si trovano, in un’estate breve e folgorante, un gruppo di ragazzi che hanno trascorso l’adolescenza proprio lì, insieme, sotto le stesse palme e negli stessi locali, dividendo fumo, pastiglie e sesso con una voracità insieme estrema e indolente, pigra anche nel culmine del suo esplodere. Quest’anno, però, alcune cose sono diverse. Uno di loro, Andrea, ha lasciato la Puglia per andare a studiare negli Stati Uniti, e torna a casa accompagnato da un amico americano e da un senso di repulsione pigra per quel mondo che è il suo, ma a cui non ha più voglia di appartenere, stufo com’è di continuare a fare “le stesse stronzate che facevamo a tredici anni”. Ad aspettarlo – con un sentimento che mescola spavento, ammirazione, dedizione e debolezza – c’è sua sorella Gloria, che si muove in quel mondo con la paura di chi ne percepisce tutte le crepe ma, insieme, non si sente forte abbastanza per rompere una volta per sempre con il passato. Gloria è giovane, inesperta, presa nella rete di un disturbo alimentare che la minaccia da dentro e di una famiglia dominata da una nonna sempre sul punto di morire che catalizza le energie di sua madre, rubandole forza da fuori.

La ragazza aspetta l’arrivo di Andrea come si aspetta una liberazione, come si attende l’arrivo del principe azzurro pronto a risolvere tutti i mali, ma suo fratello non sa e non vuole essere, per lei, una spalla a cui aggrapparsi: vuole, piuttosto, spingerla ad abbandonare il mondo patinato di Riva Marina per provare a inventarsi una nuova identità in un altro luogo, proprio come ha fatto lui. Non porta con sé soluzioni ma solo caos, rabbia e nuove domande che sbatte in faccia a tutto il mondo rimasto fermo ad aspettarlo, e che lui sfida con la sua semplice presenza, con il suo banale essere tornato, e non essere più lo stesso che era prima di partire.

Il solco tra Andrea e i suoi vecchi amici è sempre più insuperabile, sempre più doloroso e crudele per tutti, e Gloria ci sta in mezzo cercando disperatamente di capire cosa fare, verso quale direzione muovere la sua esistenza, con la paura di rompere troppo a cuor leggero legami che la soffocano ma che – nonostante tutto – sono la sua vita, in nome di qualcosa che non conosce e che è tanto lontano da essere difficile anche solo da desiderare.

Giuliana Altamura RookieLa spirale della realtà, alla fine, si metterà in moto rompendo per sempre fili ed equilibri, innescando un vortice di eventi destinati a precipitare. E così, di fronte a un cadavere, un’accusa di omicidio e un incendio tragico e catartico insieme, le schegge impazzite della vita dei ragazzi si rimescoleranno una volta per sempre, cambiando le esistenze di tutti e spingendo ognuno di loro a provare a inventarsi una vita diversa, senza restare per sempre inchiodati tra le ville e il sole ruggente di un mondo esasperato e patinato da spot pubblicitario.

Non racconta, questo romanzo, una storia di formazione, e forse questo è il suo pregio più grande, il rischio più grande a cui l’autrice si è esposta e in cui è riuscita – grazie a una scrittura forse non impeccabile ma comunque sempre controllata, lucida, consapevole – a non cadere.
Il vero centro di questa storia non è l’evoluzione del personaggio di Gloria, così come non è la tematica generazionale della “gioventù bruciata” che si impasticca e poi sfascia le villette incustodite dei vicini di casa: questo romanzo racconta un mondo intero la cui decadenza si insinua nelle vite di tutti coloro che lo abitano, piccoli o grandi che siano. I protagonisti di questa storia, i ragazzi su cui il fuoco della narrazione è puntato dalla prima all’ultima pagina, non rappresentano l’ultimo stadio di degenerazione di un mondo corrotto, ma sembrano piuttosto delle entità particolarmente sensibili su cui il marciume della società si imprime con maggior forza, facendo più danno e più male che altrove. Questa è la loro condanna, e insieme – forse – la loro prospettiva di salvezza.

Riva Marina finisce così per essere un mondo di pura finzione, perfettamente rappresentato dallo scheletro di un parco divertimenti acquatico ormai in rovina, costruito in tempi relativamente recenti ma già inesorabilmente vecchio, arrugginito, inutile e abbandonato, che guarda il mondo con la sua presenza troppo colorata, troppo amichevole, troppo ammiccante e proprio per questo, nel momento della resa dei conti, insostenibile e grottesca. I ragazzi di questo romanzo sono i bambini per cui quel parco era stato costruito: una volta cresciuti, si trovano a dover fare i conti con la pesantezza di quella sua decadenza, di cui non hanno colpa ma che devono, inesorabilmente sopportare. Provando a inventarsi – in mezzo a quell’asettico, plastificato odore di decomposizione – una via d’uscita che gli consenta di salvarsi, anche a costo di uccidere e incendiare, anche a costo di spezzare brutalmente ogni rapporto e ogni legame, nel tentativo di liberarsi e provare ad abbandonare quel mondo che «brilla a picco sul mare, come se il cielo fosse caduto in terra e dell’universo fuori non restasse niente».

 

Giuliana Altamura, Corpi di Gloria, Marsilio, 2014, 176 pagine.

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Niccolò Ammaniti, Io non ho paura (Einaudi): Puglia, estate, bambini misteriosi. E sole, attorno, a incendiare ogni cosa.

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