Paulo Coelho

Due parole anche per l’Illuminato brasiliano. Meglio: due parole per introdurlo, per non scivolare verso un giudizio critico accademicamente prevedibile; per tentare un approccio, pure provvisorio e abbozzato, ad uno dei suoi successi in formato romanzo.
Parliamo di come scrive, di ciò che scrive, proviamo a metterne in luce un’attitudine. Con una precisazione iniziale: il sentimento buonista e favoleggiante che lettori attenti smascherano facilmente nelle pagine del carioca è forse meno artefatto di quanto si vorrebbe. Posto che l’arrovellamento letterario sul tema della morte dell’autore – in questo caso alquanto frigido – non lo tocchi affatto, partiamo con qualche dato sommario sulla sua traiettoria biografica. È il caso di farlo, non fosse altro per la rilevanza di alcuni snodi che essa presenta.

Nato a Rio de Janeiro nel 1947, Coelho è stato educato da padri gesuiti, con il risultato di un allontanamento dalle “cose di lassù” affatto prevedibile. Alle soglie della maturità, attorno ai vent’anni, gli si sono aperte le porte del manicomio. Niente eccezionalità o stranezze. Semplicemente, come causa di un atteggiamento ribelle, i genitori additarono un principio di demenza e lo spedirono al chiuso di quattro mura per una cura di elettroshock. Dopo quasi un ventennio passato a collaborare con musicisti, testate giornalistiche, teatri e televisioni, ecco la conversione, datata 1986. Paulo compie il Cammino di Santiago de Compostela: da lì un reditus patri repentino, vera e propria folgorazione; da lì l’inizio del successo. Il Cammino di Santiago è il suo primo romanzo, che lo consegna al panorama internazionale verso la diritta via del best seller: la sua fama non verrà più tradita dai romanzi successivi, capaci di vendere complessivamente più di cinquanta milioni di copie.

Fare della biografia una giustificazione della scrittura è tuttavia un incedere aberrante, mina alle fondamenta la complessità reale che ogni atto di scrittura comporta: non pensiamo infatti che una vicenda spiritualmente travagliata come quella di Coelho, valorizzata da un sentimento catartico e conciliatorio in senso cristiano, sia la chiave di lettura per mettere in luce alcuni specimina della sua produzione.
Nei suoi romanzi la trama è solo uno spunto, creatura esile, appoggio per riflessioni e metaforici riti iniziatici più o meno manifesti. Sembra che Coelho, indipendentemente dalla storia che crea, dai personaggi che plasma, sacrifichi ogni specificità, ogni spontaneità di questi in nome di una verità da rivelare, di un problema da porre o da spiegare. Rivela lui stesso in un’intervista, parlando del Manuale del guerriero, di voler «spiegare come le persone possano andare avanti nonostante fragilità e difetti». Appunto, spiegare. Posto in atto che lo show don’t tell non sia un dogma quanto una modalità di scrittura, peraltro riconducibile ad una letteratura ben individuabile, di marca statunitense, è inevitabile riscontrare in Coelho una attitudine troppo spiccata per gli “spiegoni”. Spiegoni, sì, perle di saggezza preconfezionate e calate come deus ex machina nella pagina per esprimere una visione del mondo, un’interpretazione della fenomenologia dei comportamenti umani.

Perdoneremmo volentieri a Coelho tali afflati moraleggianti, non fosse per una mancata profondità di pensiero e acutezza di sguardo proprio laddove la pagina prepara il lettore a un discorso più intimo, chiedendogli attenzione massima. Coelho fa la voce grossa per spiegare, o evocare, ma manca spesso (la tentazione di dire «sempre» è forte) il bersaglio. Il passaggio a vuoto si rivela nell’incapacità di assecondare una tale climax: appena il discorso cresce di intensità e si innalza il registro o l’altitudine delle sfere cui vuole attingere il ragionamento, ecco una generalizzazione e un’astrazione priva di profondità. Parole ricorrenti, quando la posta si alza, sono amore, cuore, anima, nomi svuotati dalla loro ricorsività e connaturata indeterminatezza. Abbiamo una voce autoriale in realtà povera e molto più brava a colpire, ammiccando, pance e palati grossolani che teste propense a una lettura problematica, mai accondiscendente nei confronti degli orizzonti di attesa.

Letteratura come ammiccamento al lettore, specchio di certezze che vogliamo ascoltare, sentirci dire; o letteratura come sapere mai univoco, come visione altra e mai scontata di una realtà che può invece essere trita, quotidiana, eppure mai chiusa a nuove chiavi di lettura, ad altri sguardi.
Forse, per capire un po’ Coelho, per provare a interrogare i suoi libri, è opportuno partire da qui.


UNA LETTURA DI “UNDICI MINUTI”

Leggere Coelho può offrire numerosi spunti di riflessione e di analisi per quanto riguarda lo sviluppo della forma-romanzo e il fenomeno della democratizzazione della lettura avvenuto nell’ultimo secolo. Mi dedicherei, in particolare, alla messa a fuoco di alcuni temi che mi sembrano rilevanti partendo dalla lettura del romanzo Undici minuti.

Partendo dalla trama, essa sarebbe perfetta per uno dei più classici Bildungsromane: è la storia di un’iniziazione, di una caduta e di una redenzione; uno schema archetipico tradizionale istintivamente riconoscibile ed apprezzato anche dal lettore più sprovveduto. La storia della donna che si lascia irretire dalle tentazioni della depravazione (diviene una prostituta) e poi si redime è un tema biblico di forte valore etico; allo stesso tempo il percorso di affinamento delle capacità organizzative di un individuo che comincia a “leggere” in modo corretto il mondo che lo circonda e comincia ad organizzarsi è una caratteristica tipica del romanzo di formazione di matrice romantica. Nulla di nuovo, insomma: ma non è questo il punto, la letteratura è fatta di continua variazione di un ristretto numero di situazioni, di topoi, di ricerche.

In Undici minuti la componente psicologica è armonizzata con un paesaggio linguistico che accorda programmaticamente una gamma di timbri decisamente fiabesca (ad accordarsi in un ingenuo contrappunto con l’innocenza della protagonista), che dovrebbe svilupparsi in contemporanea con la maturazione della protagonista. Il linguaggio è volutamente ingenuo e riscontriamo un massiccio uso della tecnica dello straniamento, specialmente nel descrivere situazioni ancora ignote alla protagonista (in questo la capacità ermeneutica tra scrivente ed attante principale coincidono, anche se il tutto si svolge in modo meccanico e scontato). Se osserviamo meglio, infatti, questa maturazione è puramente di facciata. Innanzitutto, l’autore è interessato a non rendere troppo invisa al lettore la protagonista, già dotata di innocenza prima ancora di peccare, che si muove in un paesaggio precostituito, dove non esistono psicologie vere e proprie. Nulla di conturbante, insomma: anche le scene più legate alla sessualità sono di una correttezza e di una meccanicità che non scandalizzerebbero nemmeno un’educanda. La protagonista si muove in una foresta di luoghi comuni che non fanno altro che garantire un terreno solido al lettore, non scuotendo in alcun modo il diletto, se non in situazioni particolarmente lacrimevoli. La voluta fanciullezza di certe pagine diviene una calcolata scelta stilistica che crea un adeguato linguaggio per lo svolgimento di un’etica di consumo che sia facilmente a-problematica: anche la presenza della religione diventa elemento di una strategia organizzativa; l’armamentario è dei più canonici ed offre una stomachevole spruzzata di sentimentalismo mariano, reso efficacemente dalla prospettiva straniante di un narratore che si finge innocente quanto la protagonista.

L’elemento autobiografico viene calato in modo meccanico e banale: la letteratura inevitabilmente è frutto dell’esperienza dell’individuo e sembra assolutamente naturale che alcuni scrittori presentino al lettore il proprio percorso spirituale in chiave metaforica o addirittura attraverso riferimenti palesi; tuttavia è la certezza del sistema di valori sin dall’inizio a conferire al libro un tono piatto: non esiste conflitto, tutto è risolto in pura prevedibilità, la materia è inerte e piatta, la parabola edificante si nasconde continuamente dietro ogni angolo. Anche se l’autore afferma l’esatto contrario, egli intende dare una verità preconfezionata al lettore, a buon mercato, sfruttando simbologie e situazioni immediatamente evidenti e rigidamente calate in una fissità da paesaggio di carta.

La concezione del ruolo della letteratura nella vita intellettuale di ogni individuo è faccenda puramente personale e non si può bollare come “inacculturato” o “superficiale” chi legga Coelho: tuttavia, se si volesse considerare la letteratura come momento negativo, come spazio di discussione e messa in scena di conflitti, di dubbi e di inquietudini (ed allora forse è più sensibile e genuino lo scrittore che ammetta di non essere in grado di risolvere un bel niente), il ruolo di Coelho in questo panorama è quello di un’estrema povertà concettuale e spirituale.

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