Whatever Happened to the 80's

 

Quando si pensa agli anni Ottanta molti rievocano il colore cosiddetto “rosa shocking”, i Duran Duran, i Ray Ban, un periodo spensierato in cui l’unica idea era godersi la vita nel pieno delle possibilità. Negli Stati Uniti, il Paese che da sempre dà grandi indicazioni alle mode e agli stili di vita, proprio nel 1980 viene eletto Presidente un ex attore di Hollywood, Ronald Reagan: è il trionfo dell’industria culturale e del potere delle immagini e dell’apparenza; dal mondo cinematografico e dall’immaginario filmico sembra venire un’espressione come «l’impero del male» che l’amministrazione Reagan usava per riferirsi all’Unione Sovietica. Assieme a papa Giovanni Paolo II e al segretario del PCUS Michail Gorbaciov, Reagan tentò comunque di allentare le tensioni della guerra fredda, individuando però nel frattempo nuovi nemici contro cui dirigere le attenzioni della politica e del popolo, cioè il mondo arabo. Dal ’79 in Medio Oriente si creò un nuovo soggetto antiamericano, l’Iran, al quale gli U.S.A. cercarono di contrapporre l’Iraq di Saddam Hussein inviandogli soldi ed armi. Nel 1984 intervennero poi senza successo in Libano in seguito all’invasione israeliana e nell’86 bombardarono la Libia di Gheddafi. Nell’immaginario collettivo americano, riflesso da Hulk Hogan che sfida un wrestler vestito da saudita o dall’Ayatollah Khomeini opposto a Reagan in un bar che rievoca gli anni ’80 in Ritorno al futuro II, la figura dell’arabo entra come simbolo oscuro e negativo da abbattere.

In Italia, ancora sconvolta dal rapimento e dall’assassinio del Presidente Aldo Moro nel 1978, gli anni Ottanta si aprono all’insegna del nero della cronaca più che del rosa. Il disastro aereo di Ustica, la bomba alla stazione di Bologna e l’omicidio del generale Dalla Chiesa sono solo alcuni dei terribili fatti di sangue avvenuti dall’80 all’82 in Italia; fatti che peraltro, dopo trent’anni ancora attendono di essere chiariti completamente e riscattati dalla giustizia. Il caso di Alfredino, il bambino caduto nel pozzo, segna l’inizio di un rapporto quasi morboso tra la diretta televisiva (e quindi i telespettatori a casa) e la cronaca nera. Da un punto di vista sociale e politico la marcia dei 40000 a Torino nell’80 e la morte di Berlinguer nell’84 segnano la fine delle lotte operaie e il declino della sinistra; sono gli anni del pentapartito, di Spadolini e di Craxi al governo e Pertini e Cossiga al Quirinale.

Dal punto di vista culturale e filosofico il tema più dibattuto è la cosiddetta «condizione postmoderna» intesa come fine della modernità, cesura quindi storica segnata dalla fine del primato dell’industria, dal trionfo del consumismo, dall’avvio dell’era cibernetica e del prevalere dei settori terziario e quaternario, ma anche cesura culturale nel senso di fine della storia, fine delle grandi ideologie, fine dell’impegno, fine della concretezza del reale sostituita dalla «modernità liquida» e dalla realtà virtuale. Un’idea ricorrente in letteratura è che la narrazione sia finita, che tutto sia già stato raccontato e che al limite si possa solo ripescare in chiave citazionistica e ludica vecchi generi e modelli per mescolarli assieme; del resto domina sempre più la logica del mercato e la ricerca del best seller. L’immaginario giovanile è sempre più influenzato dalla musica, dai videoclip, dai fumetti, dai videogiochi e dal cinema. Sono gli anni della fine del rapporto artistico tra Mogol e Battisti, dell’ascesa di Vasco Rossi, dei Duran Duran, della dance e dell’elettronica, ma anche dell’estinzione dei frickettoni e del passaggio dall’hard rock all’heavy metal. Gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph e dei Roy Rogers come jeans, secondo quanto ci ricordano gli 883. È anche il periodo di Dylan Dog, dei manga giapponesi, del cyberpunk al cinema con Blade runner e in musica con Billy Idol. In arte si affermano l’architettura postmoderna basata sulla leggerezza e sul riuso parodico di vecchi modelli e si fanno frequenti le opere della computer art di Bruce Naumann e Yoichiro Kawaguchi, oltre che la street art dei writers, dei graffiti e dei murales: un nome su tutti, Jean-Michel Basquiat. Nel 1986 il disastro alla centrale nucleare di Chernobyll mostra le inquietanti conseguenze del progresso scientifico e sembra realizzarsi lo scenario apocalittico di tanti film o cartoni animati catastrofici. Si va verso la fine del decennio e verso un orientamento dark nella moda e nella musica.

Nel 1980 un autore non giovane (classe 1932) ma bravissimo a cogliere i cambiamenti della società e a rivalutare gli aspetti positivi della cultura popolare esordisce con un romanzo ambientato nel Medioevo che diventa un caso letterario e vince l’anno dopo il premio Strega. Il nome della rosa di Umberto Eco, docente e filosofo, mette genialmente insieme l’erudizione universitaria con la letteratura di genere e fonda esso stesso un nuovo genere, il romanzo neostorico. Altri esempi di questo filone di rievocazione storica sono Cercando l’imperatore (1985) di Roberto Pazzi, Fuochi del Basento (1987) di Raffaele Nigro e Le strade di polvere (1987) di Rosetta Loy. Lo steso anno dell’esordio di Eco come romanziere esce Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, libro fondativo del filone della letteratura giovanilistica. Tondelli oppone alla iper-cultura di Eco una controcultura giovanile che vuole adottare punti di vista underground raccontando il mondo della provincia e le aspirazioni ed ansie dei giovani. In comune con Eco c’è comunque il rifiuto dello sperimentalismo. Altri autori di successo degli anni ’80 sono Andrea De Carlo e Daniele del Giudice, molto diversi tra loro, ma entrambi scoperti da Calvino. Il primo esordisce nel 1981 con Treno di panna, romanzo minimalista, ironico e stilizzato, e si ripete negli anni successivi con romanzi un po’ patetici e buoni per le classifiche. Il secondo esordisce con Lo stadio di Wimbledon nell’83 e pur adottando uno stile e un linguaggio semplici e leggeri si dimostra dotato di grandi capacità narrative e capace di affrontare temi “impegnati” come la strage di Ustica in I-Tigi.

Le novità letterarie più importanti sembrano però venire dall’estero e in particolare dagli Stati Uniti in cui si affermano scrittori come Stephen King, che rinnova il genere horror, Don de Lillo, maestro del postmoderno americano e Bret Easton Ellis, allievo del minimalista Raymond Carver. Fuori dall’Occidente inizia a svilupparsi e farsi notare la letteratura postcoloniale di Paesi come Africa, India, Cina, oltre che il Sudamerica dei vari Sepúlveda, Allende, Vargas Llosa, sdoganati, o comunque rilanciati, dall’editoria europea anche grazie al Nobel a Garcia Marquez nel 1982.
In Italia sia in prosa che in poesia i risultati più alti restano però legati agli scrittori delle passate generazioni che continuano, anche nella fase calante della loro carriera, a produrre opere di straordinaria fertilità e creatività. È il caso delle raccolte poetiche Stella variabile (1981) di Sereni, Fosfeni (1983) e Idioma (1986) di Zanzotto, Paesaggio con serpente (1984) di Fortini, Per il battesimo dei nostri frammenti (1985) di Luzi, Il conte di Kevenhüller di Caproni e Con testo a fronte (1986) di Volponi. Quest’ultimo nel 1989, anno che segna la fine del decennio e di un pezzo di storia mondiale, pubblicò Le mosche del capitale, romanzo in cui l’autore, della generazione degli anni ’20, si confronta con la nuova realtà postmoderna e ci offre un ritratto straordinario di un contesto storico e sociale e delle riflessioni sul mondo dell’industria importanti anche per il mondo di oggi.

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2 commenti a “ Cosa resterà di quegli anni Ottanta ”

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