CAMing Out Country for old men

La letteratura non ha età, e non sono pochi i casi di romanzi in cui, a conquistare i lettori, sono personaggi che hanno abbondantemente passato la soglia della giovinezza e della maturità. Anche i vecchi, insomma, rivendicano il loro spazio nel vastissimo mondo della letteratura. 

Oggi vi raccontiamo alcuni dei vegliardi più indimenticabili in cui ci siamo imbattuti nel corso delle nostre letture: che siano venerabili maestri, saggi senza tempo portatori di memorie antiche oppure insopportabili e petulanti portavoce di un passato che non si può scacciare, il loro ruolo è spesso imprescindibile nell’equilibrio delle storie che li raccontano. Questi sono, secondo noi, alcuni dei vecchi più straordinari che la narrativa ha raccontato:

Giulia Cupani segnala:
Jane Austen, Emma, Einaudi, 2012, 545 pagine.

9788806208431Leggere Jane Austen significa sempre – anche dopo dieci, dopo cento riletture – sprofondare in una galleria di personaggi perfetti, rotondi, disegnati sulla carta con un’energia e una spregiudicatezza che non hanno paragoni. Jane Austen ha la capacità ineguagliabile di raccontare l’umanità con uno sguardo che è lucido e crudele, feroce e limpido, e che ci dice a ogni pagina che, anche se cerchiamo di raccontarci una verità diversa, in fondo gli uomini non sono altro che quel cumulo di bellezza e di miseria che lei mette a fuoco. E poche storie.
Tutto ciò è particolarmente vero in Emma, che è forse il romanzo austeniano più tagliente, più ironico e più allegramente crudele. La sua protagonista, la “bella, ricca e intelligente” Emma Woodhouse, si rivela infatti pagina dopo pagina come una fanciulla fallibile, cieca, presuntuosa, una giovane donna che si illude di poter controllare gli eventi e che invece viene inesorabilmente sgambettata della sorte e dalle inafferrabili curve dell’animo umano. Emma è un personaggio che si ama e si odia allo stesso tempo, una donna insopportabile e affascinante insieme, esattamente come insopportabile e affascinante è il suo anziano padre, uno dei vecchi più terribili e perfetti che la letteratura inglese abbia saputo produrre.
Mr Woodhouse è, infatti, la personificazione del vegliardo lamentoso, querulo, incapace di giudicare con obiettività le cose del mondo e – in particolare – sua figlia, che ai suoi occhi di padre innamorato appare come la quintessenza di ogni virtù. Mr Woodhouse è retrogrado, ipocondriaco, restio al cambiamento, caparbiamente legato alle sue abitudini, tenacemente affezionato alle persone che ama e del tutto disinteressato al resto del mondo. È la rappresentazione perfetta del vecchio che, essendo ormai fuori dal circolo caotico della vita vera, si appoggia quieto nelle sue manie e nei suoi egoismi, scavandosi in essi una tana. In lui, nel suo terrore per i matrimoni, il cibo indigesto e le correnti d’aria, Jane Austen rappresenta una delle facce della vecchiaia che tutti, in fondo, abbiamo conosciuto: e così, detestando l’egoismo, l’ipocondria, la voce lamentosa di Mr Woodhouse, si finisce fatalmente per amarlo, per considerare con affetto la sua genuina bontà, il suo amore spassionato per le cose che gli paiono buone, proprio come succede a volte con i nonni malcontenti o con gli anziani pedanti, che si fanno amare proprio per la loro fragilità, per i loro vizi così stonati rispetto allo scorrere rapido del mondo.

 

Tommaso De Beni segnala:
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, Einaudi, 2005, 350 pagine.

9788806174088Oggi sembra strano definire “vecchio” un uomo di sessant’anni (soprattutto in Italia) ma del resto stiamo parlando di altre epoche. Forse è anche una questione di carattere: Publio Elio Adriano, infatti, aveva un rapporto ambiguo con il potere, specie se paragonato a quello di altri personaggi, come ad esempio Ottaviano Augusto, che governò per il doppio del tempo (circa quarant’anni contro venti) e visse un po’ di più (settantasette anni contro sessantadue) ma che secondo me era il tipo di politico che avrebbe voluto vivere e governare almeno un centinaio d’anni. Adriano, invece, sapeva anche porsi dei limiti e farsi da parte. O, almeno, questo è ciò che emerge dallo splendido ritratto che fa di lui Marguerite Yourcenar che, oltre alla ricostruzione storica, ha voluto far viaggiare la mente per creare la ricostruzione (che arriva all’empatia) psicologica e caratteriale di un uomo di potere che si sente stanco ma non depresso e che decide di ripercorrere onestamente la sua vita e la sua carriera attraverso le sue memorie.
Il risultato è una finta autobiografia che può mandare in overdose da etichette i teorici (fino ad arrivare a definizioni tipo “etero-fiction con proiezione nell’altro da sé”) ma che resta semplicemente impressa nel lettore come una grande prova di scrittura e di amore per la vita e per le sue sensazioni.
La forma è quella di un’epistola indirizzata da Adriano all’amico e futuro successore Marco Aurelio con lo scopo di aggiornarlo sul decorso della sua malattia. La lettera ben presto si allarga fino a divenire un lungo resoconto diaristico sulla gioventù, i sogni, gli amori, le battaglie, la carriera politica e a riportare riflessioni sulla condizione dell’uomo che guarda in faccia l’ineluttabilità dell’avvenire.
La Yourcenar dichiarò di aver scelto Adriano perché visse in un periodo di transizione in cui non si credeva più agli dei ma ancora non si era affermato il cristianesimo. Questo è il motivo per cui il libro era attuale nel 1951, quando fu scritto, e lo è anche oggi: perché parla dell’umanità all’umanità.

 

Annalisa Scarpa segnala:
Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare, Mondadori, 1963, 169 pagine.

$T2eC16ZHJGoE9nuQgj4HBRQuP0e!MQ~~60_57Pieni di parole e di ricordi. Pazienti e nostalgici, ma soprattutto lenti, i vecchi. Lenti, lenti, ripetitivi. Attenti ad ogni dettaglio: anche la loro memoria ama dilungarsi, perdersi nelle minuzie di un lavoro non meno lento, sempre lo stesso, da tutta una vita. Ecco come si fa. Santiago è nato per pescare, ed è fortunato: i fratelli che deve uccidere non sono le stelle, sono solo i pesci. Ma sono sempre fratelli. Da tutta una vita. E possono passare giorni e giorni senza prendere niente. I fratelli si uccidono per difendersi o per mangiare. Non importa se sono passati giorni e giorni, più di 80, un tempo lunghissimo. Lentissimo. Non importa se i giorni passano, anche loro lenti, e inesorabili, tornando sempre in mare senza niente nella pancia se non le sardine che il ragazzo, anche questa volta, ha portato. Sanno aspettare, loro, i vecchi. Non importa se ogni giorno si ripete, se ogni giorno è uguale all’altro, i vecchi aspettano.
Se Hemingway vuole imparare da Melville lo faccia pure, perché no. Anche noi abbiamo imparato da lui: gli Autori con la A maiuscola sono dei grandi vecchi anche loro, e serve pazienza e allenamento per stare a sentirli. Serve pazienza per stare in mezzo al mare con un’unica ossessione, per pagine e pagine, guardando l’orizzonte deserto in attesa di qualcosa, almeno un pesce volante. Abbiamo dovuto impararlo, questo tempo da vecchi, tutto un’attesa, tutto un parlare a se stessi. Un ininterrotto discorso solitario: le parole sono tantissime, come i momenti, perché i vecchi non hanno paura di aspettare. Perché il giorno della lotta arriva, basta esserne certi, anche il vecchio più salao prima o poi trova un fratello da sacrificare per sfamare se stesso e tanta altra gente. Un pesce enorme, mai visto, in grado di trascinare una barca per ore e ore. L’importante è resistere. Non importa quanto tempo ci vuole, non importa quanta forza, non importa quanto dolore. A cosa serve il tempo dei vecchi se non a resistere?

 

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