Intellettuali occhiali 

CONALTRIMEZZI #04

DA ZOLA ALLA TELEVISIONE
Fenomenologia dell’intellettuale dalle origini ai giorni nostri


Molti autorevoli studiosi concordano nel fissare come evento cardine per la nascita dell’intellettuale moderno l’intervento di Émile Zola a fine ‘800 sul cosiddetto “caso Dreyfus” in cui il noto scrittore francese, con il suo celebre J’accuse pubblicato sui giornali, denunciava apertamente la campagna denigratoria e il processo farsa ai danni del soldato accusato di spionaggio la cui unica colpa sarebbe stata quella di avere origini ebraiche. A ben vedere quello che Zola ha “inventato” è non tanto l’intellettuale in sé, quanto piuttosto il tipo dell’intellettuale impegnato che interviene pubblicamente sui fatti di cronaca o sulle questioni che interessano la cosiddetta opinione pubblica, che peraltro non è sempre esistita. Dal punto di vista della produzione di pensiero l’intellettuale non solo ha una storia molto più lunga, ma anche esorbita dalla sfera unicamente umanistica e letteraria, coinvolgendo ogni tipo di sapere, in particolare quello scientifico e filosofico. È anche vero che una tale distinzione è possibile solo dal’600 in poi, con l’affermarsi delle nuove scienze, la divisione dei saperi e la fine della repubblica delle lettere. Dal Medioevo al Rinascimento l’intellettuale è sempre stato complessivo, nel senso che la distinzione era semplicemente tra chi aveva accesso al sapere e chi invece non lo aveva; quello che semmai cambiava era il rapporto con il potere, soprattutto con quello ecclesiastico. Il momento più alto di rottura tra l’intellettuale e la Chiesa è il ‘700, cosiddetto secolo dei lumi, in cui l’intellettuale, soprattutto in Francia e Inghilterra, diventa laico, si svincola dalla cortigianeria e ritorna ad essere complessivo occupandosi di varie attività dal giornalismo alla geografia, dalla politica alla filosofia (emblematica a tal proposito è l’enciclopedia universale di D’Alembert e Diderot). Questo tipo d’intellettuale è un legislatore, nel senso che esercita un potere ed ha un peso enorme all’interno della società, anche perché non ci sono, per ora, mediazioni tra il popolo e i poteri forti. Secondo Bauman nel corso dell’800 e del ‘900 l’intellettuale sarebbe decaduto passando «da legislatore a interprete». Altri, come Adorno e Luperini, non negano questa trasformazione, ma la vedono positivamente. Con l’affermazione definitiva della borghesia nell’800 l’intellettuale si svincola quasi definitivamente dal potere politico perdendo però la sua aura, si parla infatti di “revoca del mandato” degli intellettuali da parte della borghesia. Quello di Zola è forse il tentativo di un certo tipo di intellettuale, cioè il letterato, di riprendersi il suo posto al sole e di poter avere un’opinione forte in un periodo in cui le indicazioni venivano dall’economia, dalla filosofia e dalla scienza. L’affermazione del mercato e delle riviste, però, fa sì che gli scrittori siano o completamente disimpegnati, come capita spesso nel cosiddetto decadentismo da Huysmans a Wilde, oppure, quando intervengono, possano solo criticare la società e il potere senza però influire attivamente su essi e vivendo peraltro la contraddizione (che arriva fino a Thomas Mann) di appartenere pienamente alla classe sociale che criticano e di dover poi, per vivere, chiedere e ottenere il consenso della tanto vituperata massa. Nel ‘900, poi, quando l’intellettuale riesce ad incidere sulla realtà (alcuni in verità, come Adorno, negano che sia questo il compito dell’intellettuale) finisce con l’essere complice di catastrofi storiche come le guerre mondiali, i regimi totalitari e  l’olocausto. Alla fine del secolo la società tende a far fuori del tutto l’intellettuale come figura pubblicamente riconosciuta. Dal canto suo egli sembra dileguarsi,  in alcuni casi semplicemente nascondersi o travestirsi da performer televisivo, o addirittura sparire per sempre.

Fatto questo rapido excursus storico può essere utile, per poter arrivare a delle conclusioni vicine a noi, collocare l’intellettuale in un incrocio tra il tempo del Novecento e lo spazio dell’Italia. Il nostro Paese, come tutti sanno, per caratteristiche geografiche, storiche, economiche è un po’ un’eccezione, soprattutto in età recente, quando si parla di cultura o di sviluppo. Per esempio certi fenomeni, come la laicizzazione e l’industrializzazione, arrivano in ritardo; certe correnti filosofiche e letterarie, come il romanticismo e il modernismo, non arrivano proprio. Inoltre, per una concezione del sapere forse troppo legata al mondo dell’Accademia e, a sua volta, a causa di un mondo accademico molto chiuso e tradizionalista, se c’è un Paese dove l’intellettuale è (o è considerato) antipatico è proprio il nostro. Per quanto riguarda la possibilità di tracciare un percorso storico dell’intellettuale, De Castris fa notare che «se dura ancora oggi l’idea che gli intellettuali sono per loro “natura” i soggetti della conoscenza, come può darsi una storiografia che li assuma come suo oggetto, che rovesci così la relazione data? La domanda riguarda appunto la possibilità e i significati di una storia degli intellettuali: definibile anche, nella maniera più immediata, come conoscenza storica dei modi e delle condizioni molteplici della produzione culturale»[1]. Per non trasformare la domanda “cosa sono gli intellettuali?” in “cosa è la cultura?” si può ricorrere alla sociologia, ecco allora che la risposta sta nel considerare la «storia degli intellettuali come storia di forme della socialità»[2]. Nel primo Novecento la forza–peso dell’intellettuale sembra tornare ad assumere valori importanti, anche se l’ambito in cui l’intellettuale interviene è quello della politica, spesso con disprezzo verso la democrazia giolittiana e con accesi toni nazionalistici. Un tema che aleggia in tutti gli anni ‘10 nei letterati è la guerra, culminando nel dibattito tra interventisti e neutralisti quando “finalmente” scoppia la Prima Guerra Mondiale. È un argomento sofferto, sembra essere l’occasione per i letterati di dimostrare di poter partecipare attivamente alla vita pubblica, di non essere inattivi; non tutti gli interventisti sono nazionalisti, alcuni sono socialisti, altri sono incerti e combattuti. Alcuni intellettuali non dichiaratamente interventisti, ma nemmeno contrari alla guerra, come Renato Serra, sentono il dovere di servire la Patria nell’esercito, ma allo stesso tempo sono critici nei confronti dell’entusiasmo interventista. È proprio di Serra uno dei documenti più importanti di questo periodo per testimoniare la condizione dell’intellettuale: il suo Esame di coscienza di un letterato, analizzando e constatando la crisi di valori degli intellettuali, critica un’intera generazione che pensava che la letteratura dovesse mettersi al servizio delle trasformazioni storiche e dell’impegno politico e sembra anche presagire un nuovo Medioevo (che sarà il Ventennio) in cui le coscienze saranno spente e le migliori teste pensanti saranno sacrificate al potere. Ma a vincere e a predominare, in questo periodo, sono gli intellettuali che ruotano attorno all’avanguardia del futurismo. Romano Luperini instaura un interessante parallelismo tra l’avanguardia primonovecentesca e quella dei primi anni ‘60: «Nel primo caso si tratta di strati piccolo-borghesi che hanno perso una funzione sociale e il prestigio della borghesia[…] sono autodidatti come Papini o Prezzolini o Jahier o studenti non ancora inseriti nel mondo del lavoro come Slataper o Michelstaedter o girovaghi privi di collocazione sociale come Campana; nel secondo caso sono operatori dell’industria culturale, professori universitari, specialisti delle comunicazioni di massa come Eco, Sanguineti, Giuliani, Balestrini, Barilli, A. Guglielmi. I primi furono in grado di suscitare movimenti di opinione sia in senso riformistico («La Voce»), sia in senso eversivo – nazionalistico (i futuristi), di essere promotori e agitatori in prima persona; i secondi, quando vogliono intraprendere un’azione politica, finiscono per essere i fiancheggiatori attardati e poco graditi di un movimento studentesco nato senza di loro e anche contro di loro»[3].

Dopo il periodo fascista e la Seconda Guerra Mondiale, trovare un intellettuale che non fosse schierato politicamente era difficile; tale condizione è stata descritta da Montale in una poesia, dove parla di «chierico rosso o nero». Il problema principale era quello del rapporto tra il partito e gli intellettuali, emblematico a questo proposito il caso Vittorini – Togliatti. Il modello standard di intellettuale era quello fissato dal canone De Sanctis-Croce-Gramsci. Nel 1968 Romano Luperini, nel contesto di una crisi della sinistra e soprattutto degli intellettuali di sinistra iniziata già nel ‘56, dà una sua definizione e indicazione di cosa è e deve essere l’intellettuale; ovviamente il suo pensiero è influenzato dalle sue idee politiche, ma è interessante il quadro sociale che egli delinea, considerando il contesto di lotte studentesche e precarizzazione del sapere che fa venire in mente parallelismi con la situazione attuale: «Oggi l’intellettuale, soprattutto quello che si dedica all’insegnamento, che rappresenta la figura sociale più diffusa (insegnante medio, assistente o incaricato universitario, borsista, precario, «stabilizzando» o «stabilizzato» secondo gli ultimi «provvedimenti urgenti» ecc.), si configura sempre più come un lavoratore, talora improduttivo, più frequentemente indirettamente produttivo, che non è assimilabile tout court all’operaio (perché non gli viene estorto plusvalore), ma che tuttavia quasi sempre contribuisce al processo di valorizzazione di una merce speciale, la forza-lavoro qualificata, e si trova quindi sempre di più inserito nel processo produttivo.[…] Gli intellettuali in quanto tali, siano o no marxisti, oggi possono solo riconoscersi come forza-lavoro intellettuale oppressa dallo sviluppo capitalistico, e trarne le dovute conseguenze sul piano anzitutto sindacale, schierandosi a fianco e dalla parte degli operai e di tutti gli altri lavoratori. Gli intellettuali non possono insomma ricercare un loro autonomo spazio ideologico in quanto intellettuali: questo spazio non può essere infatti che quello stabilito e voluto dalla borghesia, di cui essi non sono altro che dei tecnici salariati; sul piano delle ideologie, gli intellettuali che hanno preso consapevolezza di sé come forza-lavoro oppressa possono solo sviluppare la critica dell’uso che ne fa la classe dominante»[4]. Negli anni Settanta la fine dell’età industriale, con la  fine del gold dollar standard, la crisi petrolifera del ‘79 e il sorpasso del terziario sul secondario, anticipa culturalmente fenomeni che entreranno nel vivo negli anni ‘80 e ‘90 costituendo la cosiddetta “condizione postmoderna”: la società civile, compresi  gli intellettuali, è caratterizzata da un forte cinismo e individualismo, l’immaginario collettivo è influenzato sempre meno dalla letteratura e sempre più dalla musica, dal cinema e dalla Tv, e verso la politica si accentua il cosiddetto disimpegno. Jameson per la teoria e Easton Ellis per la narrativa sono esempi chiave di un atteggiamento disincantato e ostile al coinvolgimento, ma ci sono anche casi di nuovo impegno, in maniera diversa, come Said, che apre nuove frontiere come l’orientalismo e i post colonial studies e Bourdieu, che vede l’impegno dell’intellettuale come possibilità di arrabbiarsi e criticare la società. La figura dominante dell’intellettuale in questo periodo è bipartita: da un lato c’è l’atteggiamento dogmatico e sapienziale di un sapere che cade dall’alto, dall’altro c’è l’atteggiamento ironico e cinico di un intellettuale integrato nella società dei consumi di massa che divide il suo sapere in tante frammentazioni di microsaperi, una condizione simile a quella degli anni ’60-’70, ma se possibile, peggiorata: per esempio è scomparsa la figura del consulente editoriale e dello scrittore attivo nelle case editrici; in entrambi i casi però si tratta di intellettuali inutili e inservibili, appunto disimpegnati. Negli anni Zero, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, la Storia sembra esigere un atteggiamento diverso, anche se la società continua ad essere società dei consumi di massa dominata dalle tecnologie e dalla frammentazione dei saperi e delle competenze. È sempre Luperini a darci un quadro della situazione attuale: «Il potere ha sempre avuto bisogno del sapere. E viceversa il possesso del sapere ha costituito sempre una forma di potere.[…] Il sapere-potere dei singoli intellettuali e anche degli intellettuali come ceto è selezionato e filtrato da apparati tecnologici, da enormi complessi produttivi o anche dalle istituzioni pubbliche (quella educativa per esempio). […] Gli intellettuali […] si riducono a semplici lavoratori della conoscenza, costretti a fare i conti con una perenne instabilità, mobilità, flessibilità e dunque a sviluppare una elevata capacità di conversione. […] Vari governi di centrosinistra e di centrodestra […] si sono adoperati, per esempio, per adeguare la scuola alle esigenze della produzione e del profitto, scontrandosi con logiche di valori spesso a esse irriducibili non per volontà dei singoli, ma per forza di tradizioni e per eteronomia dei fini (la scuola, per esempio, dovrebbe formare anzitutto dei cittadini e non solo dei produttori economici, o tantomeno, dei consumatori)»[5].

Luperini insiste sulla precarizzazione del sapere toccando quindi anche il problema della scuola e dell’università, che  a sua volta, anche a causa di sciagurate riforme, non può essere slegato da quello del lavoro e della disoccupazione giovanile. Oggi secondo Luperini il postmoderno è finito e quindi è finito anche il disimpegno; seguendo Said, per lui l’intellettuale oggi «si configura come un outsider, un dilettante, un emarginato, un uomo di confine, e per questo sarebbe animato da spirito di opposizione e non di compromesso»[6].
In conclusione, per venire ad una dissertazione meno didattica e più personale, io penso che se c’è un momento storico in cui l’intellettuale non può isolarsi nella sua turris eburnea è proprio questo che stiamo vivendo, non solo in Italia per la narcotizzazione mediatica delle coscienze, ma anche in Europa e nel mondo per la crisi economica, i focolai di tensione in Medio Oriente, le migrazioni di popoli, la crescita di potenze economiche alternative agli Stati Uniti, una su tutte la Cina, i disastri ambientali ecc. Del resto è anche vero che questa cosiddetta turris eburnea, un po’ per il venir meno delle grandi ideologie del Novecento, un po’ per la destabilizzazione e precarizzazione crescente della cultura e dell’istruzione, sta sempre più scricchiolando e forse è già crollata, per cui gli intellettuali si ritrovano ad essere persone comuni alle prese con gli stessi problemi di un operaio: trovare un lavoro, avere la possibilità o meno di metter su famiglia, ecc. Questo dovrebbe spingerli ad unirsi sindacalmente o corporativamente, da un lato, e dall’altro potrebbe renderli meno antipatici e ineffabili all’opinione pubblica, purché non mirino solo alle ospitate televisive o ai premi letterari o ad essere nominati senatori a vita. Le questioni forti dell’intellettuale odierno dovrebbero essere, innanzitutto, il tentativo di distanziarsi dai giornalisti ai quali (almeno a quelli bravi) è richiesto di fotografare la realtà così com’è, a differenza dell’intellettuale che invece dovrebbe cercare di leggere e interpretare i fatti passati e presenti cercando, oltre che di diffondere il sapere, di elaborare concetti in un certo senso utili alla risoluzione dei problemi o, se non altro dare un senso non autoreferenziale allo studio della letteratura. Da questo punto di vista, un impegno dell’intellettuale e una sua apertura al mondo esterno è oggi possibile anche stando dentro al mondo accademico. In secondo luogo un problema posto già nel 1964 da Umberto Eco è quello della sfida alle nuove tecnologie e ai mass media: personalmente non vorrei che l’intellettuale diventasse un opinionista televisivo o un blogger. Infine, soprattutto gli intellettuali umanisti, dovrebbero cercare di avvicinarsi alla scienza per evitare che essa diventi disumana. Gli intellettuali che contano, al giorno d’oggi  sembrano venire dall’economia o dalla fisica o dall’urbanistica o dalla medicina, ma sappiamo bene che anche in questi campi c’è il rischio di sottomettersi ad un potere forte e che già in passato, sia col positivismo, sia negli anni del nazismo e della bomba atomica, la scienza ha fatto i suoi disastri. Quindi mai abbassare la guardia.


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Approfondimenti bibliografici:

U.  Eco, Apocalittici e integrati, Milano, Bompiani,1964.
P. Bourdieu, La responsabilità degli intellettuali, Bari, Laterza, 1991 e Il mondo sociale mi riesce sopportabile perché posso arrabbiarmi, Nottetempo, 2004.
Z. Bauman, La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti, Torino, Bollati Boringhieri, 1992.
E.W. Said, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Milano, Feltrinelli, 1995.


[1] Arcangelo Leone De Castris, Intellettuali del Novecento tra scienza e coscienza, Venezia, Marsilio, 2001, cit. pag.10-11.

[2] Ivi.

[3] Romano Luperini, Marxismo e intellettuali, Venezia, Marsilio, 1974, cit. pag. 51.

[4] Ibidem, pag. 14-16.

[5] Romano Luperini, Intellettuali, critica letteraria e globalizzazione, in «Allegoria», n.56, anno 2007, cit. pag. 187.

[6] Ibidem, pag. 190.

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