Sugarpulp Festival Omar di Monopoli Pierluigi Polazzi

Pierluigi Porazzi e Omar Di Monopoli si confrontano per Sugarpulp Festival, domenica 2 ottobre 2011

È una piccola delusione – l’ennesima, però! – trovarsi nell’agorà del San Gaetano quasi deserto a cinque minuti dall’orario previsto per l’inizio dell’evento. Le file di sedie vuote, il sole che penetra dalle vetrate del soffitto, poche persone (quasi tutte dello staff) che chiacchierano o vagano per la sala, il noise delle casse prima dell’annuncio che qualcosa sta per cominciare: purtroppo è anche questo un festival nel centro culturale di Padova. Un vero peccato, soprattutto in questo caso, perché – al di là dei ritardi sulle tabelle di marcia – gli organizzatori del weekend letterario hanno offerto contenuti interessanti con ospiti di qualità.

Michele Fiano, bancario pentito – stando a quanto dice di sé nella sua pagina del sito di Sugarpulp – si mostra egregiamente all’altezza, oltre che a suo agio, nel ruolo di recensore e presentatore, per l’occasione, dei due ospiti. Mentre buona parte delle sedie viene occupata, alla sua sinistra, composto sul divano, si sistema l’esordiente Pierluigi Porazzi mentre, dall’altro lato, più disinvolto e, forse, abituato a situazioni del genere, c’è Omar Di Monopoli, già autore di tre romanzi, con uno nuovo prossimo alla pubblicazione, e l’esperienza cinematografica in fieri.

Dei due scrittori, Fiano mette presto in chiaro una cosa: non hanno nulla in comune, se non la scelta di un genere, elaborata in modi ben distinti. L’unico filo diretto che li lega è la lunga costa dell’Adriatico. Perché Porazzi, avvocato che per vivere lavora al Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia, sta a Trieste, e Omar Di Monopoli è di Manduria.

Pierluigi Porazzi. Dopo essersi occupato solamente di racconti brevi, anzi brevissimi – spesso di una cartella o anche meno – esordisce come romanziere con L’ombra del falco per i tipi di Marsilio, ne I gialli della collana Farfalle. Il libro è una miscela di ingredienti noir, investigativi e pulp, tra i quali il lettore si muove scoprendo segni e indizi di pari passo con i personaggi che si muovono nell’articolata trama.

Sullo sfondo di un Nord-Est friulano, grigio e privo di luci, il sangue vivido di un numero straordinario di cadaveri rivela l’esistenza di un killer seriale che sviscera le proprie vittime e, con cura, ne posiziona i corpi. L’incompetenza evidente della questura di Udine, dei suoi funzionari raccomandati e corrotti e del governatore della Regione, Gonano, si mostra nell’inefficacia delle indagini. Per fortuna, a dispetto dell’ostracismo dei piani alti, c’è qualcuno che sfugge al marcio: Erri Martello, un magistrato annoiato dagli ultimi (tutti) anni di servizio; il Profeta (ovvero Sergej Mikhailichenko), uno strano clochard che si rivela essere ex-KGB; e, soprattutto, Alex Nero, un ex-agente chiamato in causa dallo stesso assassino attraverso indizi e messaggi.

Se, detta così, la storia può sembrare semplice, la realtà è ben diversa. Una miriade di personaggi alimenta le pagine, arricchendole di sottotrame e vie secondarie. Tanti. Ma nessuno circoscritto a un tipo. Nessuno, nel romanzo di Porazzi, sfugge all’ambiguità della società contemporanea: gli stessi investigatori sono, a loro volta, indagati; le cose vanno storte ma non sempre per i motivi che ci si aspetta o a causa di coloro che vorremmo.

La scrittura che sostiene la narrazione è estremamente semplice, secca, fatta di frasi giustapposte in sequenze quasi di fotogrammi. Così le immagini che ne emergono sono spesso crude e spigolose tanto che l’autore («nonostante l’editore Marsilio offra un editing molto libero», come tiene a precisare) ha seguito il consiglio di tagliare una parte – dettagli, più che altro – che poteva risultare disturbante per qualche lettore.

Ma poco importa, ai fini della riuscita del romanzo, perché – spiega ancora il friulano – c’è la violenza dei killer ma anche, e soprattutto, quella quotidiana dell’arroganza dei potenti, dei sotterfugi, delle iniquità sociali.

Omar Di Monopoli. Ormai è un affermato autore dell’editore milanese Isbn, con cui ha pubblicato la trilogia-western di sapore meridionale: Uomini e cani (2008), Ferro e fuoco (2009), La legge di Fonzi (2010). Per chi non lo conoscesse, basta spulciare in rete per confermare l’impressione che si avrebbe leggendone l’opera o ascoltandolo parlare: è un instancabile lettore (tra tutti, di Faulkner, Lansdale, Pardini, ma anche Pavese, Fenoglio, Kundera); è un critico amante della sua terra dove, dopo qualche tentativo di fuga, è tornato a vivere in pianta stabile, almeno per ora; attualmente cura un interessante blog personale, Sartoris, che preferisce al meno discreto Facebook.

Nei suoi romanzi, Di Monopoli usa «una prospettiva western che, utilizzando gli stilemi del genere, cerca di offrire una visione ‘sporcata’ delle pagine patinate dei depliant turistici della propria terra», disegnata tutta pizzica, buon vino e belle spiagge, perché, come ribadisce, attraverso il discorso del ‘genere’, si possono oltrepassare i cliché dei problemi storici della Puglia e, gioco-forza, si fa anche polemica sociale.

I libri della trilogia sono, in realtà, tre storie disgiunte che si svolgono sullo sfondo di tre importanti zone della Puglia: nell’ordine in Salento, sul Gargano, nelle terre brindisine. In essi si intrecciano tutti gli elementi che rendono tristemente uniche quelle regioni.

In Uomini e cani, il precario equilibrio di un paese salentino è sconvolto dalla decisione di trasformare una salina in riserva naturale. Dietro il pretesto ambientalista dell’amministrazione ci sono funzionari corrotti e raccomandati, palazzinari senza scrupoli, occupanti abusivi di quei territori, crudeli addestratori di cani da combattimento e numerosi personaggi di dubbia fama; gente pericolosa e senza scrupoli, sempre abituata alla violenza – sia essa fisica, sanguinaria e armata, o più comune, politica ed economica.

Ferro e fuoco ospita gli stagionali della raccolta dei pomodori, li ammazza e li fa soffrire, vittime del caporalato e della legge di chi comanda, razzista e violenta. Tra i boschi del Gargano (realtà fin troppo nota all’autore di questo articolo), devastati dagli incendi estivi, scagnozzi della malavita fronteggiano ‘u Pellichéne, onnipotente boss locale che può giocare sulla vita di gente ridotta allo stato di bestia e alla schiavitù contando anche sulla corruzione e sull’inettitudine delle forze di polizia.

Anche ne La legge di Fonzi a farla da padroni sono ancora la corruzione di politici ed ecclesiastici e lo strapotere dei boss. Qui la presunta decapitazione della Sacra Corona Unita si scontra con il ritorno in paese del boss Manicomio. La realtà è quella dei giovani che, cresciuti col mito dell’antieroe mafioso, spesso trovano spazio nella microcriminalità fatta di furti e atteggiamenti neo-nazi; la legge è quella di Fonzi, una specie di eremita giustiziere solitario dai contorni incerti.

A illuminare i tre romanzi è sempre la stessa, bruciante luce di una Puglia distante dagli ombrelloni dei vacanzieri sulle spiagge. Omar Di Monopoli costruisce ambientazioni da spaghetti western giocando amabilmente con le siccitose terre verso le quali volle traslocare persino l’Inferno ne Il cafone all’inferno (1955) di Tommaso Fiore.

La scrittura dell’autore pugliese è complessa, a volte barocca, strutturata in ampi periodi che mescolano italiano, arcaismi e dialettismi locali. «Ogni scrittore – dice Di Monopoli – deve inventarsi una lingua. Utilizzare il vernacolo è caratterizzante, anche se complica un po’ la vita del lettore». Il ricorso al dialetto, infatti, al di là della mera funzione mimetica e connotativa, diventa elemento di contrasto tra civiltà e, spesso, tra legge umana e legge di natura.

Photos by Dusty Eye.

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