di Caterina di Paolo.

Parliamoci chiaro: avere le pezze al culo è il triste destino di molti poeti. Troppi anche quelli che la legge Bacchelli non ha salvato, morti in miseria dopo una ricchezza effimera di anticipi e copie vendute. Il Vittoriale di d’Annunzio è la prova materiale che almeno in questo il Vate era diverso.

Anche oggi mantenere questa enorme villa in provincia di Brescia deve costare parecchio: per visitare la Prioria bisogna sborsare la bellezza di 16 (sedici!) euro, niente riduzioni. Sarà che a gestire la casa è una fondazione privata, sebbene lo stesso d’Annunzio, dopo aver comprato la villa nel ’22, l’aveva donata allo Stato per garantirsi il mantenimento del mausoleo anche dopo la morte.

Ennesima mossa furbacchiona di uno che era riuscito a farsi cancellare i debiti pure dalla Francia, dov’era fuggito per riparare dai debiti italiani (“esilio volontario”, lo chiamava lui): Parigi pagò gli affitti arretrati di d’Annunzio dopo che il Vate scrisse parole infuocate sul «Corriere della Sera» esortando l’Italia a unirsi alla nazione amica nel primo conflitto mondiale. Belligeranza cash: mica male.

Ad ogni modo, è difficile togliere la polvere quando ci sono troppi oggetti, e il Vittoriale è simile a quello che Henry James disse del Fuoco: “una splendida accumulazione di materiali”. Quando non si è colpiti dalle iscrizioni o dalla disposizione peculiare delle stanze, si vede solo un indistinto ammassarsi di cose. I libri naturalmente sono moltissimi, ma questo ce lo si può aspettare: parlo piuttosto di statue, statuine, soprammobili, ceramiche, bambole, rilievi, mattonelle, conchiglie, rami, fiori, ori, argenti, un numero impressionante di animali (ho visto soprattutto elefanti o cavalli blu, galli e rettili), copie di busti greci e figure sacre a qualunque religione, da Buddha agli dei hindù fino al San Sebastiano della stanza del Lebbroso ai Piagnoni disseminati in tutta la casa: figure dal volto coperto che nel medioevo chiudevano i cortei funebri, e che nella Prioria sono solo uno dei tanti memento mori decadentisti.

È difficile capire fino a quanto questa lista infinita serva a mostrare gli oggetti a cui d’Annunzio teneva e quanto invece tutto questo sia un enorme sfoggio del potere e dei possedimenti di questo Vate prigioniero che abbelliva la sua gabbia – il tutto con un senso di beffardaggine così preciso e acceso che sembra di vedere ancora quel nano giganteggiante vagare per casa, imbottirsi dei farmaci impilati nella credenza vicino alla scrivania dove morì, ascoltare la sua ultima amante Luisa Baccara suonare il piano nella stanza del Mappamondo o aspettarla a letto, lei o le numerose ragazze con cui organizzava banchetti e nottate a base di cocaina e sadismo.

Arrivato al Vittoriale, d’Annunzio è già cieco da un occhio e si è lasciato alle spalle la beffa di Buccari, il volo su Vienna e la carta del Carnaro: Mussolini non lo vuole tra i piedi e acconsente a farsi vampirizzare dalle richieste folli del Vate pur di tenerlo sempre sotto controllo tramite il commissario Rizzo, coinquilino ben più ingombrante delle Vate girls. Dal canto suo il pescarese si fa nominare Principe di Montenevoso, si fa donare la nave Puglia che si mette nel giardino insieme al MAS di Buccari e fa costituire l’Istituto nazionale per la pubblicazione delle opere di Gabriele d’Annunzio.

Nel reliquiario della casa è inciso un motto: “cinque le dita, cinque le peccata”. La lussuria e l’avarizia non andavano contate, ma la gola sì: nella sala da pranzo, sul tavolo, troneggia una tartaruga intarsiata d’argento. Il carapace è vero, e la tartaruga a cui apparteneva era morta d’indigestione: l’enorme soprammobile era un monito agli ospiti a non abbuffarsi. Innumerevoli gli studi: il più famoso è l’Officina, in cui la porta è così bassa da costringere chi voglia entrare a inchinarsi, mentre lo studio del Monco è stato creato solo per far dire a d’Annunzio che non poteva firmare le cambiali. Ho riso camminando in quelle stanze assurde per i colpi di genio che avevano portato a idearle, e insieme non capivo come pormi: il Vittoriale è una cattedrale kitsch, una casa improbabile, un tempio non eretto a una divinità.

Mi chiedevo quale fosse il vero peso di d’Annunzio nella letteratura e nella storia italiana e quanta polvere, rumore, strombazzamento avessero contribuito a crearne la fama. Molti dicono che il vero e più intimo d’Annunzio è quello dei Notturni, che ultimò di scrivere proprio al Vittoriale. Sicuramente riusciva ad accendere dei pacchiani riflettori su tutto, anche sul buio: da quando era cieco da un occhio si faceva chiamare «l’orbo veggente», e tracce della sua megalomania sono rimaste nei posti più inaspettati – ad esempio una città vicino casa mia che si chiama ancora Ronchi dei Legionari grazie a lui, che fino alla morte si fece chiamare Comandante.

Forse il vero d’Annunzio è quello della paccottiglia, quello che nella miserevolezza dello sfoggio spinge a un’autocritica ai feticci di ognuno. «Se questo vi sembra da coglioni, suggerisce il plastico in legno bianco, pensate al vostro, di Vittoriale. Ai portabacchette d’incenso nei cessi. Ai libri d’arte davanti ai divani, all’elegante disordine. Alle candele artistiche, alle piastrelle d’epoca», dice Emanuele Trevi ne I cani del nulla. Appena ci si rilassa un po’ nel grande giardino del Vate si trova la statua di Venere con l’iscrizione ROSAM CAPE SPINAM CAVE (cogli la rosa, non la spina), e si ride di nuovo – sui motti di cui la casa è disseminata si potrebbe scrivere un libro intero.

Sicuramente sotto al caos e alla tromboneria dello stile c’era, di un genere vulcanico, a suo modo misterioso e pensato per sopraffare. Guardare il lago dal ponte della nave che d’Annunzio si è fatto piazzare in giardino è meraviglioso – e poi meglio una nave che un vulcano, come quello di un altro nano pallone gonfiato di nostra conoscenza. 

Gabriele D'Annunzio

 

GALLERIA (clicca l’immagine per ingrandirla):

1 commento a “ D’Annunzio e la Cattedrale del Kitsch (un trip al Vittoriale) ”

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