Scrittura e clausura, letteratura e segregazione, arte e prigione. Spesso si sente parlare di “letture d’evasione”, formula secondo cui la letteratura è il grimaldello per rompere la serratura e fuggire; la realtà quindi sarebbe un grande carcere e l’arte la via di fuga. La prigione quindi, come concetto, è da sempre molto legata alla letteratura. Ma ciò che forse non prendiamo in considerazione è il fatto che l’arte stessa possa diventare una prigione, o possa aver bisogno della prigione per poter scaturire ed esprimersi al meglio.

Ce lo racconta Daria Galateria in un delizioso libro edito da Sellerio, dedicato a scrittori finiti in carcere per vari motivi, dal ‘700 ad oggi, le cui storie sono state selezionate e rinarrate dall’autrice. La maggior parte degli scrittori presi in considerazione sono stati arrestati per crimini che oggi sembrano assurdi (omosessualità, diffamazione, scellerataggini non gradite alla Chiesa, satira contro i potenti) o per motivi politici, durante guerre o dittature (a tal proposito è abbastanza strana e incomprensibile l’assenza di autori come Gramsci e Primo Levi). In alcuni casi gli scrittori sono totalmente innocenti e vittime di grotteschi equivoci, come Apollinaire o Campana; in altri casi si tratta invece di veri e propri assassini, solo colti e raffinati, come Pierre François Lacenaire, un dandy autore di poesie e delle sue memorie, che veniva chiamato l’«assassino gentiluomo».

Per alcuni, come per esempio Kleist, il carcere è uno stimolo alla scrittura. Del resto l’isolamento è necessario allo scrittore, anche quando è in libertà. In carcere furono concepiti capolavori come Fidanzamento a Santo Domingo e La marchesa di O…; la galera è persino in grado di aprire la mente e forgiare scrittori. È il caso di Giuseppe Berto, che entra nel campo di prigionia dannunziano e ne esce istruito sulla letteratura americana. O di Chester Haimes, ladruncolo di quartiere che in carcere si avvicina ai libri e per ammazzare il tempo inizia a scrivere racconti che poi verranno pubblicati con successo. In altri casi la prigionia è un’esperienza dura che segna il carattere, come per Dostoevskij o Jack London.

Ovviamente non sempre si riesce a ricavare il meglio dal peggio: è il caso di Robert Desnos, morto in un campo di deportazione, e di Robert Brasillach, fucilato. Spesso gli scrittori finiscono dentro per difendere le loro passioni e idee. Come Truffaut, che arriva ad essere regista attraverso una serie di burrascosi eventi. O Giovanni Guareschi, imprigionato durante la guerra e poi anni dopo di nuovo incarcerato per una complicata vicenda che coinvolge Alcide De Gasperi. Ci sono poi storie abbastanza assurde, come quelle di Norman Mailer e di William Borroughs. Il primo non è un trasandato beatnick, bensì un curatissimo hipster, con alcuni vizietti. Una sera accoltella diverse volte la moglie, che poi sopravviverà e dirà di amarlo.

Non è sopravvissuta invece Joan Wollmer, 27 anni, moglie di William Borroughs. Una sera lo scrittore idolo della beat generation, davanti ad alcune persone ubriache, mette sulla testa della moglie un bicchiere a coppa rovesciato e prende la mira con la sua pistola. È il gioco di Guglielmo Tell, che hanno già provato diverse volte. Stavolta qualcosa non va: il bicchiere è intatto e la tempia di Joan ha un buco. Borroughs sconta un anno di galera e in seguito dirà che quell’esperienza ha influenzato molto i suoi libri e che forse senza quella morte non sarebbe nemmeno diventato uno scrittore. Di Adriano Sofri l’autrice non racconta tutta la vicenda, ma si limita a tratteggiare alcuni aspetti della vita carceraria.

Chiude il libro la storia di Goliarda Sapienza, che si è fatta arrestare apposta. Innanzitutto perché nessuno pubblica i suoi libri, e poi per essere più libera e poter dedicare più tempo a se stessa. E così ruba dei gioielli e falsifica un documento. L’esperienza nel carcere di Rebibbia più che una condanna sembra un’esperienza liberatoria ed emancipatrice alla Thelma e Louise.

Spesso le vicende giudiziarie degli scrittori selezionati sono un pretesto per parlare della loro personalità e delle loro opere. Il libro infatti non è tanto una retrospettiva sul carcere quanto piuttosto un originale modo di approcciarsi alla letteratura e di raccontarla al pubblico. L’autrice a sua volta diventa narratrice delle storie di questi scrittori, raccontate in modo vivace e interessante. Il risultato è un gioiellino, nonostante alcune esclusioni illustri ed alcune scelte particolari.

Daria Galateria, Scritti galeotti. Narratori in catene dal Settecento ad oggi, Palermo, Sellerio, 2012.

Che la prigione sia un concetto molto legata alla letteratura lo sappiamo bene noi di CAM, avendo indicato come tema della nostra prossima antologia di narrativa emergente under 30 proprio le prigioni. Date un’occhiata al nostro bando: partecipate e fate girare la voce!

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