David Foster Wallace

di Egidio Ferro.

La premessa è non leggete la prefazione di Stefano Bartezzaghi, ché mette solo confusione nel tentativo di ingigantire un’opera che, seppure a tratti un po’ stucchevole, si presenta, nella (sicuramente per la) sua complessità, chiara, vivida, bellissima. Ho scritto “opera” non a caso, giacché, a guardare bene, una vera e propria storia, nel senso di trama, non emerge chiaramente nel mezzo delle numerose situazioni, eventi, dialoghi, singole vicende dei personaggi, racconti (troppi ma con un significato) nel racconto, o quanto meno non ne emerge una principale ma, che diamine, che noia se tutti i romanzi avessero una trama! E poi chi ha detto che la deve avere per forza? Del resto, anche prima della lettura, un indizio in questo senso proviene dalla quarta di copertina dove il romanzo è presentato come «le avventure di».

Le vicende narrate sono quindi quelle di Lenore Beadsman nipote, alla ricerca della sua omonima bisnonna, fuggita dall’ospizio (di proprietà dell’azienda del padre, la Stonecipheco Alimenti Per L’infanzia, con la quale la giovane ragazza non vuole avere nulla a che fare); del suo “amante” e capo (tra virgolette perché il loro legame non è ben chiaro neanche a loro) Rick Vigorous, che deve vedersela coi suoi seri problemi fisici al pene e, quindi, conseguenti paranoie psichiche; del fratello di Lenore, LaVache, soprannominato l’Anticristo, che vive del ruolo affidatogli al college: aiutare con facilità assoluta qualsiasi studente su qualsiasi materia; di Norman Bombardini, uomo d’affari con, come si dice?, notevole capacità di investimenti diversificati e che affronta come può (mangiando a dismisura per fagocitare l’universo) l’abbandono della moglie; e, infine, di Andy Wang-Dang, “compagno” di college della sorella di Lenore, Clarice, che appare nelle prime pagine del romanzo e ritornerà in seguito (dando senso al salto temporale tra il primo capitolo datato 1981, e tutti gli altri, eccetto il quarto, datati 1990).

Chiaramente, qui l’abilità dell’Autore, le storie di questi personaggi e di altri minori verranno a tessersi in una trama coerente, spesso divertente e grottesca, con la ricerca della bisnonna di Lenore a fare, in parte, da filo conduttore. In questo groviglio di storie, si possono vedere in Lenore e Rick i personaggi principali, che condividono, oltre al loro affetto, lo stesso analista, il Dr. Jay, più folle dei suoi pazienti e col chiodo fisso dell’Ansia Igienista, con cui interpreta pressoché tutto dei suoi assistiti. Soprattutto, è dalle loro parole dirette e dalla loro relazione che emerge la vera ragione del romanzo. Il loro legame, infatti, è costruito a partire dai racconti che Rick legge, in quanto a capo di una casa editrice, e riporta, appunto, a Lenore. A questo dato si aggiungono numerosi passi in cui il leitmotiv è sempre lo stesso, eccone alcuni: «Mettiamo che Nonna mi abbia detto in maniera parecchio convincente che tutto ciò che davvero esiste della mia vita è limitato a quello che se ne può raccontare» o «una vita che va raccontata piuttosto che vissuta» (entrambi p. 144). Questi due dati mostrano quindi che l’idea fondante l’eccentrica opera è “il raccontare”, “il raccontare” che è costitutivo del mondo e delle relazioni.

Volendo scavare ancora più a fondo, ma rimanendo comunque fedeli al testo e a quello che l’Autore ci suggerisce, a questa idea sottostà la tesi di Wittgenstein che tutto è parola o, più correttamente aggiungo io, pratiche linguistiche (di cui il raccontare è solo una). Wittgenstein è tra l’altro figura di rilievo nel romanzo, essendo stata la bisnonna di Lenore sua allieva a Cambridge e avendo quest’ultima una copia autografa de Le Ricerche Filosofiche (ove viene compiutamente costruita la teoria dei giochi linguistici), possesso, questo, che rappresenta uno scivolone dell’Autore poiché, com’è noto, Wittgenstein, ad eccezione del Tractatus, non ha pubblicato nulla in vita, sicché vien da chiedersi quale razza di copia possa avere l’arzilla vecchietta (per giunta con l’autografo).

Comunque, sintetizzando e, con un po’ di elasticità mentale, volendo spiegare la trama de La scopa del sistema possiamo, a mio avviso, senz’altro dire: la vita è un gioco e questo gioco è il raccontare. Da questa visione ermeneutica dell’esistenza, per altro oggi abbastanza in declino a favore di un revival dell’ontologia, conseguono, voluminosi e potenti come un fiume in piena, tutte le meraviglie che il libro mostra, quindi: giochi (di nuovo) di parole, registri diversi, narratori diversi, stili, finanche sintassi e costruzioni di frasi diverse e declinate a seconda del personaggio che parla, modi di condurre la storia diversi, dai verbali delle sedute del Dr. Jay a ritagli di giornale. Il tutto è, oltre a una notevole e un po’ stucchevole esibizione delle capacità narrative dell’Autore, finalizzato e piegato alla volontà di, ancora, raccontare il mondo. Certo, in alcuni passi emerge un circolo vizioso per cui il narrare rimane un po’ stantio e fine a se stesso, tuttavia va ricordato che all’epoca della stesura del romanzo l’autore aveva ventiquattro anni e non sono certo molti gli scrittori che già a quell’età riescono a partorire un lavoro così denso.

Un altro aspetto particolarmente interessante è dato dall’analisi che affiora, seppur indirettamente, della società vista come luogo della spettacolarizzazione diffusa. Secondo questa chiave interpretativa possono trovare una spiegazione i nomi stravaganti dei personaggi, alcune loro vicende che vanno ben oltre il limite dell’assurdo, la similitudine evidentissima tra Norman Bombardini e il ciccione che mangia fino a scoppiare dei Monty Python ne The Meaning of life, con cui condivide, ad eccezione dell’esplosione della pancia, la mangiata cosmica al ristorante; e le vicende del pappagallo di Lenore, Vlad l’impalatore, il quale va ad affiancare un predicatore televisivo grazie alla sua loquacità. Chiaramente la mossa di Wallace è ironica e vuole forse mostrare, senza alcun rammarico, le conseguenze di una volontà esacerbata volta all’intrattenimento, quale l’azzeramento di qualsiasi valore come testimoniato dal summenzionato Vlad che, sostanzialmente, va in tv con lo scopo di spiegare che le donazioni alle congregazioni religiose sono totalmente deducibili dalle tasse.

Va da sé che la ricorsività «del raccontare» e quindi, del linguaggio, può imbrigliare in un vortice infinito verso la follia, poiché, se tutto si spiega col ricorso alle parole, dove va a finire il legame con la sicura e rassicurante realtà? Chi non trova un equilibrio all’interno di questo flusso di lettere e simboli e linguaggi (tra cui quello televisivo) finisce per impazzire. E allora ecco il nostro Rick Vigorous che, anche per altre delusioni, arriva, a fine romanzo, a sbarellare; ma tranquilli che, tra le pagine, se ne incontrano altri.
In conclusione, questa opera prima di Wallace è veramente piena di significati, impossibile da riassumere anche in più righe di queste, scevra come lo è l’infinità del linguaggio. Qualcuno ha detto che la grandezza di un’opera sta nella capacità dell’Autore di dire più di quel che c’è scritto. In questo senso David Foster Wallace ci ha preso in pieno.

David Foster Wallace, La scopa del sistema, Einaudi, 2012, pp. 553

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