Illustrazione di Fernando Vincente.

La blogger Carlotta Susca, nella doppia veste di critica e fan, ha scritto un saggio non accademico su uno scrittore di cui tanti hanno parlato e continuano a parlare, anche se certi critici letterari si sono mostrati freddi e snob. I temi chiamati in causa sono scottanti e richiedono un approfondimento, ma soprattutto questo saggio è un’occasione per conoscere e capire di più uno degli scrittori americani più bravi e importanti delle ultime generazioni.

Questo saggio di Carlotta Cusca, David Foster Wallace nella casa stregata. Una scrittura tra postmoderno e nuovo realismo, avrebbe potuto (o dovuto) essere una tesi di laurea magistrale o di dottorato, perché gli argomenti trattati non sono certo secondari, per gli appassionati di letteratura. Tuttavia in Italia l’accademia è chiusa e antiquata e difficilmente viene assegnata una tesi di dottorato su un autore del Novecento, figuriamoci della seconda metà. In questo caso potrebbe essere opportuno intraprendere altre vie (tipo i blog) per fare critica letteraria in un certo modo e su certi temi.

Ma a parte l’argomento, che interessa sicuramente a molti, questo saggio, per come è stato pensato e scritto, è decisamente anti-accademico. La questione del postmoderno, enunciata dal sottotitolo ed affrontata all’inizio, determina la forma stessa della scrittura. Per spiegare cos’è il postmoderno letterario vengono usate tecniche postmoderne. Dopodiché l’oggetto di studio, cioè lo scrittore statunitense David Foster Wallace, entra in scena per poter porre due quesiti: “Il postmoderno è morto? Wallace è postmoderno?”

A questo punto espongo fin da subito il mio parere: postmoderno è una parolaccia solo in Italia e chi, come Luperini, sostiene la sua fine, in realtà spera che siano morte certe idee e certe tecniche di scrittura. Questo significa che esistono diverse tendenze all’interno del postmoderno, il quale, inteso come periodo storico, è un fenomeno piuttosto lungo se dalla seconda metà degli anni Settanta perdura fino ai giorni nostri. Anche il cosiddetto “nuovo realismo”, al centro dell’attuale dibattito filosofico italiano (e non solo), potrebbe non essere altro che una tendenza recente della fase postmoderna più avanzata.

Durante la Fiera delle parole a Padova, ho assistito alla presentazione del libro di Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, e devo dire che le sue posizioni mi sono sembrate meno ortodosse e rigide di come potrebbero apparire. Non si tratta di tornare al realismo ottocentesco, bensì di mettere alcuni paletti rispetto alle teorie filosofiche del pensiero debole e dell’ermeneutica. In ogni caso il libro di Ferraris verte intorno a questioni teoriche e filosofiche che sinceramente non mi appassionano.

Ciò che mi interessa è il realismo letterario: se è vero che non si può tornare a Tolstoj è anche vero che il romanzo polifonico (che secondo Carlotta Susca è uno dei pregi di Wallace) l’ha inventato Dostoevskij. L’osmosi tra politica e televisione e, più in generale, la grande influenza dei media nella vita delle persone, sono fattori ancora ben presenti, quindi da questo punto di vista il postmoderno non può dirsi concluso. Al contrario della tendenza a considerare morta la narrazione e ad usare l’ironia fine a se stessa nei romanzi intesi come pastiche letterari e archivi di ciò che è già stato. Insomma il postmoderno ludico, frivolo, autoreferenziale e spensierato.

Negli Stati Uniti però le cose sono andate diversamente dall’Italia: lì ci sono stati autori come Vonnegut, Pynchon, De Lillo, che rappresentano quello che secondo me potrebbe essere chiamato “postmoderno serio”, o “postmoderno fatto bene”. Probabilmente non è fondamentale determinare se Wallace fosse postmoderno o meno: se anche dicessimo “Wallace era postmoderno”, non sarebbe (per quel che mi riguarda) un enunciato di connotazione dispregiativa. Del resto lui criticava l’ironia fine a se stessa e denunciava l’assenza di padri nella grande “festa postmoderna”.

Allo stesso tempo, partendo dai maestri dell’avanguardia postmodernista degli anni Sessanta e Settanta, cercò di costruirsi una propria via, un proprio modo di comunicare e di scrivere romanzi e racconti nella contemporaneità. A tal proposito mi pare molto interessante la rivalità e l’antipatia reciproca che contrapponeva Wallace a Bret Easton Ellis.

Quasi coetanei, entrambi si sono affermati negli anni Ottanta – periodo che coincide con l’apoteosi delle teorie postmoderne – e che spesso sono visti come anni frivoli, disimpegnati, leggeri (in senso negativo). Easton Ellis ha seguito Carver e il minimalismo, Wallace ha seguito il postmodernismo di Barth e De Lillo, la matematica e la filosofia di Wittgenstein. Da una parte una scrittura ridotta all’osso e tanto cinismo, dall’altra una scrittura barocca e l’ossessione di non essere capito, ma anche la voglia di dire qualcosa di importante sul mondo contemporaneo.

Entrambi hanno raccontato a modo loro l’America e Wallace, dotato di una scrittura proteiforme, ha in parte attraversato anche la scrittura di Ellis, soprattutto nelle raccolte di racconti brevi. Ellis accusava Wallace di essere un impostore, e questo, come ci spiega bene Carlotta Susca nel saggio, era un problema serio per lo scrittore. Non perché gli importasse qualcosa di quel che diceva Ellis, ma perché sentiva profondamente la necessità di essere sincero con i suoi lettori, con il timore di non esserlo abbastanza.

Inoltre Ellis amava prendersela (lo ha fatto anche di recente) con i fan di Wallace, accusandoli sostanzialmente di essere degli imbecilli che credono di essere intelligenti. Il “fenomeno Wallace” nei lettori è un aspetto che ha sempre incuriosito anche me, perché da un lato si è venuto a creare una specie di “club di fanatici”, che d’altra parte non sono i classici secchioni. Qualcuno potrebbe dire che Wallace è lo scrittore preferito dai nerd e dagli hipster, ma sono terminologie che mi sfiorano soltanto, senza appartenermi.

Inoltre i “wallaciani”, per quel che ne so, sono solo lettori, nel senso che non mi pare ci siano molti scrittori che seguano (o che provino a seguire) Wallace nel suo tipo di scrittura, fatta eccezione per una lunga serie di opere che sono a metà strada tra il saggio e la fiction. La stessa autrice di questo saggio, scrivendo nei ringraziamenti che per colpa di Wallace quasi tutto quello che legge non le piace, tradisce una sorta di assuefazione per questo autore. Assuefazione che rischia di assomigliare all’intrattenimento al quale invece ci si vuole sottrarre.

 

Questo ragionamento vale soprattutto per il romanzo più importante di Wallace, cioè Infinite Jest, che occupa una parte consistente del saggio. E a questo punto, dato che gli aspetti positivi e importanti del romanzo sono già ampiamente illustrati nel saggio, e io li condivido (aggiungerei solo l’insistenza sul colore blu e la totale deformità di Mario Incandenza come evidente analogia con Lynch, l’importanza data agli oggetti, soprattutto in relazione con i corpi e il carattere profetico di certi sviluppi della storia, come per esempio la guerra dei rifiuti e la possibilità che un film possa scatenare reazioni violente), vorrei sottolineare delle cose che non mi hanno convinto.

Innanzitutto l’aspetto programmatico per cui da un lato si vuole produrre un’opera che costringa il lettore a sforzarsi, ma dall’altro si cerca di comunicare direttamente con lui e di farsi capire. Il risultato sono parole scritte direttamente in alfabeto greco antico che convivono con espressioni gergali, sigle e nomi abbreviati che il lettore deve memorizzare e numerose note al testo, che spesso sono narrative e lunghissime, ma a volte sembrano una presa in giro, come nel caso di pdv, un’inutile abbreviazione per “punto di vista”.

Le note al testo (ricordo che Infinite Jest è un romanzo) sono l’aspetto che mi ha convinto meno, soprattutto quando nel saggio si dice che sono fondamentali. Polifonia, trama in secondo piano e pluristilismo sono del resto caratteristiche della modernità, per cui a mio parere sarebbe utile evidenziare questa continuità di Wallace con le opere-mondo del Novecento. Io capisco (soprattutto grazie al saggio) che le note servivano a Wallace per spiegarsi meglio e per entrare lui stesso nella “casa stregata”, ma non credo che questa sia una via perseguibile da molti. Non credo nemmeno che la linearità debba essere seppellita e penso che sia ancora possibile distinguere la forma dal contenuto.

Questi punti sono centrali non solo nel saggio ma anche in un articolo della stessa Carlotta Susca apparso sul blog minima & moralia che ha generato una lunghissima serie di commenti, alcuni anche molto duri e animosi. La linearità, a mio avviso, riguarda il contenuto: non è scandaloso che essa venga infranta, ma non è nemmeno necessario. Il pianeta irritabile, di Paolo Volponi, è una favola grottesca ambientata nel futuro, che ha alcuni elementi in comune con Infinite Jest. La trama però è lineare, a parte qualche flashback.

Quando si parla di espressionismo io intendo, oltre all’avanguardia di primo Novecento, una tendenza ad agire sulla forma, in particolare sul linguaggio. L’espressionismo è secondo me una via tuttora percorribile (e da me prediletta), ma non ha direttamente a che fare con la linearità. Ecco perché non capisco come si possa insistere sull’espressionismo e allo stesso tempo su Calvino, il quale ha teorizzato una lingua facilmente traducibile che nel tempo è diventata la lingua piatta dei global novel.

Molti scrittori italiani si esprimono in una lingua che sembra quella dei libri tradotti dall’americano, senza sfruttare al massimo le potenzialità espressive del nostro idioma (dialetti compresi). In questo senso non concordo con l’affermazione per cui pochi avrebbero seguito Calvino, che mi sembra invece essere l’unico modello italiano per molti scrittori. Magari Calvino è stato frainteso, o quelli che lo seguono non sono alla sua altezza, ma non si può certo dire che non sia uno scrittore letto, apprezzato e considerato.

Al giorno d’oggi mi piacerebbe che gli scrittori seguissero Gadda, Levi, Parise, Meneghello e Volponi, più che Calvino. Di quest’ultimo nel saggio vengono elogiate soprattutto le Lezioni americane e il romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore. Infatti la seconda parte del saggio di Carlotta Susca riguarda il rapporto tra Barth e Wallace, che in Verso Occidente l’impero dirige il suo corso criticò molto Perso nella casa stregata (di qui il titolo del saggio) di uno dei maestri del postmoderno americano.

La questione riguarda il realismo del postmoderno. Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore e Wallace in quasi tutte le sue opere hanno messo sul piatto loro stessi come autori parlando chiaro ai loro lettori. Mentre invece Barth si è nascosto, non è entrato nella casa stregata e non ha dato importanza ai lettori e questo non è un atteggiamento realistico, come non lo è, secondo la Susca, il narratore onnisciente.

L’autofinzione è invece una tendenza molto diffusa nella letteratura recente, da Houellebecq a Siti, e anche l’autobiografia. Ma in questo modo siamo lontani dalla liberazione dall’io. Anche Pirandello costruiva dei personaggi molto simili a lui e del resto mi pare normale che un po’ di autobiografismo filtri attraverso le opere. La differenza è che adesso si tende ad essere programmatici e ad esplicitare e dare nomi a cose che magari un tempo si davano per scontate.

Personalmente non credo che la presenza esplicita dell’autore sia necessaria e utile, come del resto non credo (e lo ripeto) che le note di Infinite Jest siano fondamentali, anzi penso siano talvolta fastidiose. Sembra di avere a che fare con il secchione della classe, inutilmente puntiglioso e saccente. E non credo nemmeno che per descrivere un divano oggi occorra fare riferimento all’Ikea o alla pubblicità, come invece sostiene Susca a pagina 197.

Da un certo punto di vista ho preferito Il re pallido ad Infinite Jest, l’incompiuta di Wallace alla quale è dedicata la parte finale del saggio. Un bellissimo romanzo sulla noia e sulle tasse, ma non solo.

Concludendo, il saggio di Carlotta Susca si presenta come un invito alla lettura e un sostegno alla comprensione di David Foster Wallace, uno scrittore che, in ogni caso, merita di essere letto.

 

David Foster Wallace by Jonathan Twingley

2 commenti a “ David Foster Wallace nella casa stregata ”

  1. Egidio Ferro

    Egidio Ferro

    Però non ho capito cosa sia il post-moderno in letteratura. In filosofia è l’idea che la realtà non sia esperibile, ma sia frutto di una costruzione (linguaggio, interpretazioni, ecc,). Quindi direi che il nuovo-realismo non sia un risvolto del post-moderno, quanto un suo rifiuto, a favore di un recupero della realtà così come essa è.
    Da quel che scrivi, credo di aver capito due cose (dimmi dove sbaglio):
    1- Che il post-moderno letterario sia in parte sovrapponibile con l’assenza di una narrazione. O questa è solo un’interpretazione del post-moderno?
    2- Che il post-moderno letterario adoperi una certa ironia.
    Sarebbe interessante che qualcuno (se è già stato fatto chiedo venia) scriva un articolo in cui illustri cosa sia (per tecniche e tematiche) il post-moderno in letteratura. Illustrazione che è data per scontata in questo articolo e senza la quale non si capisce come si dovrebbe.
    Un altro punto che mi piacerebbe capire è questo: bisogna essere non realisti per essere post-moderni? Mi spiego. Secondo me Il primo romanzo di wallace e infinite jest (che per ora ho letto in parte) sono molto diversi. Il primo non lo trovo realista per tutta la storia dell’importanza che viene data al racconto rispetto alla realtà. Il secondo, invece, è iper-realista. Come dici tu c’è un’attenzione spasmodica per gli oggetti e, oltre a questo, secondo me è permeato proprio dall’idea di una sovrabbondanza della realtà, tale per cui non riesce nemmeno a essere contenuta tutta dentro “il testo normale”, bensì tracima nelle note e nell’invenzione (tipo la nota 24 della filmografia di J. Incandenza, che per me nasce dalla volontà di dire tutto, ma proprio tutto del personaggio). Non di meno, però, credo, sono entrambi post-moderni. E allora, chiedo, il realismo ha a che fare o meno col post-moderno?
    Per complicare (e arricchire) le cose, al rapporto post-moderno/realismo possiamo aggiungere un terzo elemento ovvero la presenza o meno di una forma di narratività. Prendiamo Roth. In pastorale americana dubito non si legga una certa forma di realismo. Gesù, se la storia e il contesto sociale non sono realismo, cosa lo è? Allo stesso tempo, però, non c’è una vera e propria storia, visto che i personaggi e le loro storie, appunto, sembrano soffocate dalla Storia, dagli eventi storici. La stessa famiglia Levov sembra un pretesto per raccontare un pezzo di Storia americana. Quindi Roth riesce a essere realista e, al tempo stesso, (in un certo senso) a-narrativo. Quindi, domanda, dove sta, in tutto questo, il post-moderno?
    Detto questo a me viene il dubbio che o è tutto un gran casino o quella del post-moderno è una questione di lana caprina. Voglio dire, davvero uno scrittore pensa la sua storia e, così, a tavolino, dice: toh, voglio scriverla per essere post-moderno? O realista? Secondo me, sinceramente, a tutte queste cose uno scrittore non pensa esplicitamente. Sicuramente avrà dei modelli di riferimento e dei maestri da cui ha imparatato però, accidenti, quel che conta, alla fine, secondo me, è il significato che uno scrittore vuole dare alla storia e, con la storia, mostrare ciò che per lui ha significato. Uno scrittore scrive di quella cosa perché per lui quella cosa ha più significato di altre e pensa valga la pena raccontarla, mica perché quella cosa è più verista, realista o post-moderna. Queste considerazioni, a mio avviso, vengono dopo. Se uno scrittore si auto analizzasse fino al midollo su come vuole o non vuole scrivere, dio mio, pubblica trattati di estetica e non romanzi (non che non lo possa fare).

    Rispondi
  2. effetivamente hai colto due punti importanti: 1) non è semplice definire il postmoderno letterario, tant’è vero che certe caratteristiche sono risocntrabili già nel manierismo, nel surrealismo, nelle avanguardie.
    2)non è detto che postmoderno e realismo siano in contrasto tra loro o che uno escluda l’altro.

    Io lo dico anche nell’articolo che non mi interessa, in ogni caso, etichettare Wallace, che come dici tu, ha scritto cose molto diverse tra loro.

    Rispondi
Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )