Rachel Howard - suicide panting 4

di Isacco Tognon.

Se siete imprenditori, lo sapete meglio di me, non sono tempi in cui stare sereni. Certo, sereni possono esserlo in pochi, oggi, tanto meno chi di anni alle spalle non ne ha poi molti, e più che tutto da perdere non sa se avrà qualcosa da guadagnare. Poco tranquilli sono tutti i giovani – laureati, futuri laureati o diplomati che siano -, ed io tra questi, che bussano o busseranno da qualche parte a chiedere un lavoro: hanno tutti i motivi per non essere sereni, ma al contempo possono ancora pensare di far tornare ogni inquietudine a loro favore, di trasformare ogni incertezza in possibilità di fare. Potranno continuare a crederlo finché le cose glielo permetteranno; a tempo debito, se necessario, faranno (faremo) marcia indietro.
Gli imprenditori, o meglio, molti imprenditori, non sono sereni e basta. A prescindere dalla loro età. Attività in fallimento, debitori insolventi, tasse in aumento e avanti col Cristo che tanto la processione è bella che intasata. Peggio: è ferma, barcolla, anche quando avanza non sa fino a quando potrà durare.

Imprenditori che capiscono di non potercela fare. Costretti a licenziare, a far fatica per tirare a campare in qualche modo. C’è chi non ce la fa. Ventitré, stando alle cifre della CGIA, non ce l’hanno fatta. Ventitré, è questo il numero degli imprenditori che si sono uccisi dall’inizio di quest’anno. Ecco allora la nascita di una nuova Onlus, e già il nome è tutto un programma: “SperanzaalLavoro”. Si occuperà di dare sostegno – con un numero verde di ascolto e un pool di psicologi dedicato – ai piccoli imprenditori a rischio suicidio per via della crisi. Nasce nel segno del lutto, del resto non poteva essere altrimenti. Sono i figli (o più correttamente le figlie) di alcuni imprenditori ad avere mosso i primi passi per la realizzazione di questo nuovo ente. Per evitare che il dolore vissuto in prima persona possa ripetersi e con la speranza, appunto, che sia possibile risolvere un problema, se non quello della crisi almeno quello dei suicidi dovuti alla crisi.

Stop. Piccola marcia indietro e allargamento di campo. Stiamo davvero parlando di una associazione costituitasi per prevenire i suicidi? A quanto pare sì.
Per evitare fraintendimenti e presunte mancanze di rispetto, non voglio parlare del dolore dovuto alla perdita di una persona cara. A maggior ragione se questa perdita è stata cercata, voluta dalla persona stessa che ha creato quel vuoto. Niente da dire, quindi, sul tentativo di dare il proprio aiuto per far sì che cose accadute non si ripetano, di spendere tempo ed energie per trasformare il lutto in “prevenzione del lutto”, allargando lo sguardo verso le persone attorno.

Detto questo, leggere la notizia della fondazione di questa nuova Onlus mi ha lasciato interdetto. Le ragioni vanno al di là del tempo in cui viviamo, dell’effettiva mannaia che colpisce imprenditori grandi e piccoli portandoli alla bancarotta, al fallimento, in casi estremi al suicidio. Trovo piuttosto fuori luogo l’idea di creare un associazione per far fronte in qualche modo al nuovo fenomeno dei “suicidi di categoria”; come se l’idea di suicidio di categoria fosse veramente nuova. Ci sono categorie, regioni geografiche e dinamiche lavorative che da anni fungono puntualmente da compartimenti stagni da addurre come cause o concause di suicidi intesi come statistica e male sociale.

Sociale, appunto. E statistico. Cosa che un suicidio non può essere, mai. Come se la decisione ultima, importantissima, di un uomo potesse avere una causa determinata, certa, unica. Non può ridursi, il suicidio di un imprenditore, ad un suicidio per colpa della crisi. Resta comunque il gesto di un uomo. Potremmo dar vita, sul modello di “SperanzaalLavoro”, ad associazioni contro i suicidi degli operai, degli scrittori, dei disoccupati, degli amanti non corrisposti. In questo senso, le vie del suicidio potrebbero essere infinite, e le persone a cui rivolgersi le più svariate.
Non posso, né voglio ignorare il fatto che il suicidio si manifesti spesso come un gesto rapsodico, legato a forme di depressione, a disagi profondi o a lutti, mancanze, cambiamenti drastici che avvengono nella vita di una persona. Che si presenti come una sorta di parossismo, di fase ultima e irreversibile di una malattia. In questo senso, capisco, vorremmo tutti che ci fosse una cura, che la vita di una persona potesse essere salvata.

Ma c’è anche dignità nel suicidio. Soprattutto dignità. Quel tipo di dignità insondabile, il cui confine con il disagio o la malattia è sempre così sottile, ma al contempo così insignificante. Perché un suicida dice basta. Dice ok, mi fermo qui. Si toglie dai giochi, dice “io non ci sto più”. Poco importa che l’ultima volontà sia quella di liberarsi dalle cose e dalle persone attorno o quella di sperare in un mondo migliore; non ha importanza se la ragione ultima e prima di un suicidio non è nient’altro che un grande sì alla vita, per dirla con Nietzsche. Perché le motivazioni di un suicidio restano sempre inespresse, nascondono pieghe e angoli, pensieri mai del tutto rintracciabili: nemmeno nei testamenti scritti, nell’ultimo messaggio, nelle lettere di addio. Decidere di uccidersi, insomma, è una scelta che va ben oltre i limiti della comprensione altrui; di più, è una scelta ponderata e mai verificata fino in fondo nella sua esattezza. Un gesto forte: riflette coraggio e disperazione, o forse soltanto consapevolezza e risoluzione; coerenza.

Sto parlando di suicidio come di una scelta, conscio del rischio di incappare in pensieri idealistici e nobilitanti, di non saper scindere il disagio, la devianza e la malattia dal libero arbitrio. Ma davanti alle cose che non capisco provo a mettere in ordine le parole, a interrogarle, a guardarle girandoci attorno; e finisco col dirmi che ogni pensiero, ogni ragionamento non arriva mai al suo centro quando si parla di una morte autoinflitta. Al suicidio, ai suicidi, sto continuando a girarci intorno. E ho smesso da tempo di credere che questa sia una morte che si possa evitare, che sia possibile, fino in fondo, anche solo comprendere. Ho smesso di essere triste alla notizia di un suicidio. Ho iniziato a pensare che  di fronte al gesto di un suicida possa reggere soltanto un po’ di silenzio, una forma di intimo rispetto.

1 commento a “ Di suicidi (e di Onlus per prevenirli) ”

  1. Se sapessimo cos’e’ un suicidio sapremmo cos’e’ un uonmo. Il fatto e’ che non conosciamo ne l’uno n e l’altro. Certo che un uomo in meno, per quanto paraddosale, ci impedisce di capire meglio gli altri unomini…. Ogbni persona di per sè stessa è un diversità biologica, va salvata per quanto possibile… anche da sè stessa, rispettandone, pur tutttavia, le idee e le convinzioni. Semplice non è!

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