Luigi Ghirri, Formigine, 1985

Nel 1990 Luigi Ghirri scattava le fotografie per Epica, Etica, Etnica, Pathos dei CCCP. Quello che sembrava un dialogo improbabile rivela, invece, più di un’affinità. Le mostre a Reggio Emilia di Ghirri (in corso) e di Annarella Giudici (finita di recente, con foto anche di Ghirri) ci danno il pretesto per tornare a parlare un po’ di quella storica collaborazione.

Nel 1990 Luigi Ghirri viene chiamato a realizzare la cover di quello che sarà l’ultimo disco dei CCCP, intitolato Epica, Etica, Etnica, Pathos. La location di registrazione è abbastanza inusuale ma perfettamente in stile-CCCP, trattandosi di una vecchia casa colonica nella campagna emiliana, dove il gruppo abiterà per tre mesi (da aprile a giugno).

Nel testo Immagini per musica, contenuto nel volume Lezioni di fotografia, Ghirri definisce “critico” il lavoro per i CCCP, riferendosi in particolare al «rapporto dei contenuti della musica con i contenuti della copertina». Inizialmente, infatti, la richiesta prevedeva i ritratti dei membri del gruppo, ma in un momento successivo Ghirri e i CCCP optarono per una soluzione diversa, come è dimostrato dalle varie fotografie che appaiono sulla copertina e all’interno del libretto.

In realtà una pagina del libretto è occupata da una fotografia in cui sono presenti quattro membri dei CCCP, in una sorta di ritratto collettivo. Da sinistra a destra compaiono Giovanni Lindo Ferretti, Annarella Giudici, Danilo Fatur e Massimo Zamboni, ovvero i due membri fondatori (Ferretti e Zamboni) e i due non-musicisti che, durante i concerti, realizzavano delle performance teatrali con l’ausilio di travestimenti eccentrici, per accompagnare le canzoni eseguite dai musicisti.

Luigi Ghirri, Immagine interna del libretto di Epica Etica Etnica Pathos, CCCP, 1990È di questa immagine che qui m’interessa parlare. Questo ritratto collettivo passa tutto sommato in secondo piano rispetto al luogo, all’aperto, dove è stato eseguito. Più che sulle singole personalità del gruppo, il rilievo sembra posto sul contesto, la campagna dove i CCCP si sono ritirati per realizzare le registrazioni dell’album.

Lo sfondo è costituito da un muro della casa, al centro del quale c’è un’apertura con le sbarre di ferro a disegnare una griglia, e il primo piano è diviso fra il terreno e il prato non curato, in mezzo al quale c’è un cestino di vimini con davanti un oggetto circolare rosso. Insomma: si tratta di una tipica foto di Ghirri, il che fa scattare un primo collegamento utile a cercare un’identità condivisa, o quantomeno una sovrapposizione di poetica, con i CCCP. Provo ad argomentarla un po’.

Parto dai testi dei CCCP, che sono più che altro frammenti, parole-chiave declamate dal cantante Giovanni Lindo Ferretti con tono evocativo, a volte urlate, altre salmodiate. Il loro stile si contrappone a una costruzione narrativa lineare, evidenzia una tecnica che, nel suo funzionamento, può essere paragonata al cut-up letterario.

Ferretti si muove, il più delle volte, sul terreno dell’esperienza esistenziale e del rapporto diretto con il reale. Ad esempio “Islam punk”, più volte ripetuto come una filastrocca in una canzone quasi omonima (Punk Islam, pubblicata per la prima volta sull’EP Ortodossia del 1984), a sua detta non è che una scritta vista a una fermata della metropolitana a Berlino, nel quartiere di Kreuzberg, che ai tempi del suo soggiorno nella città tedesca (gli anni ’80) incontrava spesso e trovava particolarmente suggestiva.

Di sicuro l’unione delle parole “punk” e “Islam” non forma esattamente un concetto di poco conto. Nei testi dei CCCP le parole sono spesso cariche di significato culturale, sociale e politico, e il fatto che siano messe in fila come un patchwork di frammenti cuciti insieme, probabilmente, non fa che accentuarne il peso specifico. L’ascoltatore le riconosce all’istante, la sua attenzione viene automaticamente catturata. Il fascino delle parole, non il racconto né il presunto significato nascosto sotto l’ermetismo di facciata, attrae prima Ferretti stesso e poi chi ascolta le sue canzoni.

Questi sono alcuni dei punti di contatto ma anche di divergenza tra il lavoro dei CCCP e quello di Ghirri. La ricerca del contatto diretto con la realtà nei suoi contesti quotidiani, dentro cui trovare rivelazioni impreviste, risulta infatti centrale per entrambi, mentre il peso dei significati contenuti costituisce una differenza importante.

La quotidianità di Ghirri è molto più leggera e sognante – benché tutt’altro che superficiale – ed è volta ad abbandonare le nozioni culturali acquisite, intese come strumenti di lettura del reale. Per introdurre il progetto più concettuale di Atlante, Ghirri riprende una nota frase di William Blake che si adatta bene a quanto appena detto: «se le porte della percezione fossero ripulite, ogni cosa apparirebbe all’uomo così com’è, infinita».


Nella canzone CCCP che apre l’album Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi (1986), Ferretti tra le altre cose dice “Fedeli alla linea, la linea non c’è”. È un frammento che offre un ulteriore spunto di argomentazione.

La musica dei CCCP, a partire dal nome, contiene innumerevoli rimandi all’Unione Sovietica e al Comunismo, due elementi che durante l’attività della band erano ancora politicamente presenti, anche se già nella fase decadente che porterà di lì a poco al loro crollo. Ed è proprio questo il punto centrale: i CCCP costruiscono la loro identità su un’ideologia, su un “pensiero forte”, ma in realtà c’è in loro la consapevolezza ironica che “la linea non c’è”.

Questo immaginario, anche se molto presente, si mescola con una tale varietà di elementi che la sensazione predominante che ne risulta è quella di una grande contraddittorietà. È una poetica estremamente sfaccettata, che fonde le esperienze berlinesi dei suoi membri, la realtà locale emiliana e più in generale il nuovo immaginario degli anni Ottanta.

Massimo Zamboni, l’altro padre fondatore del gruppo, spiega nel documentario Tempi Moderni: «Vogliamo che sul palco si mescolino e coincidano tutti gli opposti in cui noi viviamo, che opposti poi non sono alla fine. Per cui c’è spazio per il Comunismo, il Cattolicesimo, c’è spazio per il punk e per il liscio, c’è spazio per tutto quanto fa parte del mondo in cui viviamo che però siamo abituati a vedere in maniera sempre staccata. Noi buttiamo tutto questo alla rinfusa sul palco dei CCCP e da questo nasce lo spettacolo». Non poteva dire niente di più postmoderno.

I riferimenti all’Unione Sovietica e al Comunismo non sono dunque soltanto il tentativo di ricercare un immaginario esotico, di grande suggestione e facile presa sul pubblico: riflettono, piuttosto, la volontà di riportare nella musica la realtà emiliana, senza escluderne nulla.

È noto che l’ideologia comunista è stata ed è molto rilevante in Emilia, unendosi nella quotidianità alla tradizione popolare locale. Ce lo hanno ricordato, a distanza di vent’anni, gli Offlaga Disco Pax, il “collettivo neosensibilista” proveniente – come i CCCP – da Reggio Emilia. I due aspetti entrano consapevolmente nella musica dei CCCP, che in effetti si descrivono come un gruppo di punk filosovietico e musica melodica emiliana. A riprova della correttezza di questa descrizione basta ascoltare una canzone come Valium Tavor Serenase, che alterna l’irruenza del punk con un tradizionale stacco da liscio emiliano. 

La rivalutazione della periferia e della campagna, il localismo emiliano, è anche il comune denominatore sia di Luigi Ghirri che di Pier Vittorio Tondelli. Si può aggiungere, anzi, che la storia di Zamboni e Ferretti rispecchia perfettamente quelle degli altri libertini narrati da Tondelli, di cui non a caso sono praticamente coetanei. Giovani in viaggio per l’Europa alla ricerca di esperienze e di un senso che la provincia dove sono nati e dove hanno da sempre vissuto non gli può dare. Sennonché, la possibilità di uno sguardo esterno, sufficientemente distante e stimolante (la Berlino dell’epoca), permette loro di capire quanto in un certo modo sia provinciale (ma necessario) proprio il ricercare un senso radicalmente esterno alla loro identità originaria.

Tornati dall’esperienza berlinese, Zamboni e Ferretti hanno quindi le idee molto chiare: «La grande differenza rispetto agli altri gruppi punkettoni era che per noi il centro del mondo era lì e non altrove. […] Giovanni urlava: “Non a New York, non a Londra, non a Berlino, non a Parigi/A Fiorano, a Sassuolo, a Reggio, a Carpi”», dice Zamboni (nel libro Fedeli alla linea. Dai CCCP ai CSI).

È di certo riduttivo far aderire l’opera di Luigi Ghirri esclusivamente alla campagna e alle periferie emiliane e padane. Non si terrebbe conto della sua varietà e complessità, e quindi di tutta una parte della produzione di Ghirri che riguarda altri luoghi, non solo italiani e non solo periferici; senza contare i lavori più concettuali come Kodachrome e Atlante. Nonostante questo, però, esiste un’analogia tra questi autori nel loro voler riscattare il valore di luoghi non esattamente centrali, ma eletti soggettivamente a centro del mondo, come ribadiva Ferretti – urlandolo – ai concerti dei CCCP.

In questo senso la collaborazione tra Ghirri e i CCCP appare molto significativa e coerente. Come scrive Claudio Marra in questo bel testo, è da ingenui pensare che la predilezione di Ghirri per il paesaggio padano sia dovuta puramente all’attaccamento affettivo per i luoghi in cui è nato e vissuto. Piuttosto, Ghirri lo ha fotografato per «ricercare lo sguardo nuovo e stupito […] là dove per lui era certamente più difficile ritrovarlo».

 

Didascalie immagini gallery:

1) Luigi Ghirri, Copertina di Epica Etica Etnica Pathos, 1990
2) Luigi Ghirri, Immagine interna del libretto di Epica Etica Etnica Pathos, 1990
3) Luigi Ghirri, Via Stalingrado a Bologna, 1986
4) Luigi Ghirri, Roncocesi, 1992
5) Luigi Ghirri, Cittanova di Modena, 1985

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