Passeremo per il deserto Rookie Review

La letteratura di viaggio da sempre appassiona i lettori. Questo giovane autore cileno ci mostra il Cile post regime attraverso gli occhi di un ragazzo che cerca di ricomporre i frammenti della sua storia famigliare, in viaggio da Santiago a Tacna con il pick-up e la nuova famiglia del padre. Da un punto di vista stilistico dimenticatevi il realismo magico, le nuove generazioni forse guardano più alla letteratura americana.

Passeremo per il deserto di Diego Zúñiga (Caravan edizioni, a cura di Vincenzo Barca) è il primo romanzo edito del giovane autore cileno (mentre il suo primo libro, Malasia, rimane ancora inedito). Passeremo per il deserto parla di un viaggio. Il protagonista è nato a Iquique, ma si è trasferito a Santiago con la madre dopo il divorzio dei suoi genitori. Assieme al padre e alla sua nuova famiglia si reca in macchina fino a Tacna, in Perù, passando per il deserto e attraversando la Camanchaca (titolo originale del romanzo), la nebbia fittissima del deserto di Atacama che cala all’improvviso.

Nel mezzo passa per Antofagasta, Chacabuco, Alto Hospicio e Arica. Il suo sogno sarebbe quello di diventare un giornalista, per questo, quasi per gioco, prende un registratore e intervista sua madre, alla quale è forse troppo attaccato. Da lei vuole sapere cosa è successo allo zio Neno, alla cugina, come mai i suoi abbiano divorziato. Ma la madre non vuole ricordare, non vuole far riemergere i fatti privati. Dei fatti storici il protagonista non sa nulla, è nato dopo, ma evidentemente la sua vita e quella del suo paese non sono abbastanza soddisfacenti e intense da fargli passare la voglia di capire cosa c’è stato prima e analizzare quindi i residui e i sedimenti presenti nel periodo successivo in cui lui sta crescendo.

I riferimenti alla storia del Cile dopo la dittatura sono restituiti attraverso la cronaca nera. Si fa infatti riferimento allo “psicopatico di Alto Hospicio”, che fu condannato all’ergastolo per l’assassinio di 14 donne dal 1998 al 2001. Egli si è sempre dichiarato colpevole per il primo delitto, ma innocente per tutti gli altri. Su questa oscura vicenda Zúñiga si sta basando per scrivere il suo secondo romanzo.

L’altro fatto di cronaca riguarda l’“empapado Riquelme”. Nel 1956 Julio Riquelme sale su un treno per Iquique e sparisce nel nulla, come perso nella Camanchaca. Di lui non si hanno più notizie fino al 1999 quando i suoi resti vengono ritrovati nel deserto di Atacama a 20 Km dalla linea ferroviaria. Non si sa cosa gli sia successo, ma Riquelme diventa il cileno che si è perso, che non va da nessuna parte, emblema di tutta una nazione.

Lo zio Neno e la cugina ossessionano particolarmente il giovane protagonista. Del primo si sa per certo che è morto investito, ma non si conosce la dinamica, sembra che sia coinvolto il padre del ragazzo. La cugina invece sembra essere svanita nel nulla e nessuno vuole parlarne. Non si sa se si tratta di una sparizione legata al regime o alle vittime di Alto Hospicio, tra cui pare esserci anche la figlia di una donna devota che frequenta il nonno del protagonista. Da lui il giovane si rifugia, ma egli preferisce leggere la Bibbia e dedicarsi a Geova piuttosto che pensare al passato. Il giovane e sovrappeso protagonista diventa quindi una specie di Wanderer romantico immerso in una Waste Land in cui l’aridità del paesaggio coincide con quella esistenziale dei suoi abitanti. Lui un tentativo di ricomporre i frammenti almeno l’ha fatto, ora dovrà trovare le risposte e le motivazioni soprattutto in se stesso.

Lo stile di Zúñiga, classe 1987, è uno stile secco, quasi carveriano, fatto di periodi paratattici, come se il “realismo magico” usato dagli scrittori precedenti per trasfigurare e forse esorcizzare tutte le controversie e i mali della Storia non fosse più necessario alla generazione post ideologica e post storica dei nati negli anni ’80. L’operazione maieutica di Zúñiga e del suo protagonista (la cui sovrapposizione è molto sospettabile e plausibile) serve a recuperare il rimosso della storia civile cilena e i motivi del disfacimento famigliare attraverso domande private alla madre, al padre e al nonno. I risultati sono parziali, frammentari e riportati soprattutto tramite immagini, talvolta tranche de vie del quotidiano, talvolta allucinazioni surreali. Zúñiga ci parla a modo suo del Cile contemporaneo, il risultato è una buona e gradevole lettura. Una lettura che scorre velocemente e proietta sul lettore delle immagini che rimangono impresse. La narrazione è essenziale, ma lascia al lettore la possibilità di sviluppare delle riflessioni sulle situazioni raccontate e sui temi affrontati. Questo tipo di scrittura, che ricorda appunto il mantra carveriano dello “Show, don’t tell” può essere ovviamente un’arma a doppio taglio, a seconda dei gusti del lettore. Quest’ultimo infatti si trova catapultato in situazioni e sottoposto a un elenco di fatti. Non ci sono lunghi dialoghi, ne tirate filosofico-esistenziali. Al lettore il compito di andare oltre la superficie (magari rileggendo il libro più volte) cercando di cogliere i significati intrinseci nel testo. D’altra parte la frammentarietà del discorso, che ricorda Meno di zero di Bret Easton Ellis, in certi punti è talmente elevata da suscitare una certa ansia:

Diego Zúñiga Rookie“Passo accanto alla panetteria El Castillo. Vedo un telefono pubblico. Mi fermo. So che dovrei chiamare mamma, chiederle come sta. Ma non mi va. Metto due monete e faccio il numero. È  occupato. Per fortuna. So che mi chiederà della lista di cose che non ho comprato. Mi dirà di insistere con papà. Nelle strade hanno messo dei segnali nuovi. Sono verdi con sopra il disegno di un’ombra. Sotto, la parola tsunami. Chiamo di nuovo mamma, ma non risponde nessuno.” (pag. 71)

Il protagonista mescola fatti, azioni e sensazioni e li riporta al lettore, come una specie di telecamera umana. La sintassi così scarna alla lunga può anche stancare, ma in questo caso funziona perché accompagnata da immagini interessanti e inserita in un contesto coerente: un aspirante giornalista che cerca risposte. D’altra parte la reticenza dell’autore spinge chi legge a proseguire per scoprire maggiori dettagli. La brevità del romanzo poi aiuta il lettore a farsi accompagnare volentieri nel viaggio. Zúñiga è sicuramente un giovane talentuoso, un nome interessante da tenere d’occhio.

 

Diego Zúñiga, Passeremo per il deserto, Caravan edizioni, 2012, 144 pg.

 

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