Adesso tutti parlano del film ma questo libro di uno dei maestri della letteratura americana contemporanea è uscito qualche anno fa. Non è un’opera vorticosa e multiforme come Underworld, ma lascia il segno. Anzi, la sua maggiore fruibilità la rende importante, soprattutto per i messaggi che sono veicolati e il tipo di realtà che si intende descrivere.

Un uomo esce di casa per una banale commissione. Attraversa tutta la città durante l’arco di una giornata, che è anche la durata del racconto, interrotto solo due volte dalle confessioni di un folle che si sente vittima del sistema. Cosmopolis si presenta dunque con una struttura narrativa simile a grandi romanzi della modernità novecentesca come Ulysses e Mrs.Dalloway. La storia è ambientata nel 2000, cioè prima dell’11 settembre e molto prima della grande crisi economica, ma già in un clima apocalittico. In questo romanzo gli imprenditori e l’alta finanza assumono il ruolo di oracoli in grado di prevedere il futuro, ma anche gli scrittori evidentemente sono dotati di visione profetica, dal momento che il capolavoro di De Lillo potrebbe essere stato scritto un anno fa. In realtà esso aderisce al dogma postmoderno secondo cui la storia è finita: «I dubbi derivano dalle esperienze passate. Ma il passato sta scomparendo. […] Ci serve una nuova teoria del tempo.» (pag.75) L’attualità della crisi rende la finanza e l’economia temi molto sentiti e pressanti (ne è dimostrazione anche l’ultimo romanzo di Siti), è dunque comprensibile che proprio ora sia arrivata la trasposizione cinematografica del libro.

Il regista è David Cronenberg, assieme a Lynch e a Gillian uno dei più visionari cineasti americani. Tuttavia mi pare un po’ esagerato definire il romanzo di De Lillo onirico e surreale, intendendo con questi termini tenerlo in disparte rispetto alla categoria del realismo. Il libro è grottesco ed eclettico perché tale è la materia che esso intende rappresentare: «I cittadini dei paesi liberi non devono temere la patologia dello stato. Siamo noi stessi a creare la nostra frenesia, i nostri sconvolgimenti di massa, incalzati da macchine pensanti sulle quali non abbiamo un’autorità definitiva.» (pag.74) L’avvento del mondo virtuale, mediatico e cibernetico, ha cambiato per sempre la percezione di quello che chiamiamo realtà. Ma le bombe restano bombe, e il corpo, con i suoi odori e umori, non può perdere la sua importanza, al punto che una prostata asimmetrica può aiutare a prevedere l’andamento dello yen.

Ci aveva visto giusto Paolo Volponi, che nel 1989, con il romanzo Le mosche del capitale, cercò di rappresentare la stessa frenesia descritta da De Lillo, seppure in contesti diversi. In Cosmopolis la figura allegorica del topo percorre tutta la storia e lega il protagonista miliardario ai manifestanti che protestano contro la gente come lui. Ma il sistema trova il modo di inglobare e comprendere in se stesso anche le proteste: «C’era un’ombra di transazione tra i dimostranti e lo stato. La protesta era una forma di igiene sistematica, depurante e lubrificante. Dimostrava ulteriormente, per la decimillesima volta, la forza innovativa della cultura di mercato, la sua capacità di adattarsi alle estremità flessibili, assorbendo ogni cosa intorno a sé.» (pag.86) Il romanzo di De Lillo è uno splendido apologo sulla società contemporanea, compresa la cosiddetta finanza “creativa”, causa principale della crisi, le cui conseguenze si vedono ai giorni nostri. Crisi non solo economica, ma umana: l’uomo occidentale oggi è l’uomo che cade. Forse però la crisi ci dà la possibilità di creare uno strappo, dal quale poter intravedere il futuro.

Don De Lillo, Cosmopolis, Torino, Einaudi, 2003.

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