Lou Brooks

Può un uomo creare dei personaggi femminili credibili? O sarebbe più onesto se i maschi parlassero solo di maschi e viceversa? E ha senso porsi tali domande quando si parla di letteratura? Pare di sì, alla luce del battibecco virtuale tra la scrittrice Michela Murgia e il giornalista e blogger Andrea Coccia riguardo al romanzo fantascientifico Annientamento di Jeff VanderMeer. Non è facile per gli scrittori creare personaggi femminili credibili, ma non è neanche impossibile, dato che gli esempi in letteratura sono parecchi.

Illustrazione di copertina di Lou Brooks

Di recente ho letto un post di Andrea Coccia su Linkiesta, dal titolo Gli uomini e le donne non sono uguali, e io non sono un sessista. Egli rispondeva alla scrittrice sarda Michela Murgia, che su Twitter e Facebook lo aveva apostrofato negativamente, senza nominarlo, per una sua domanda allo scrittore americano Jeff VanderMeer, autore di fantasy e fantascienza che rispondeva via Skype alle domande di un gruppo di giornalisti e scrittori circa il suo ultimo romanzo, Annientamento. Michela Murgia ha criticato il fatto che Andrea Coccia abbia chiesto allo scrittore se sia stato difficile creare personaggi femminili. Annientamento è il primo di una trilogia ed è pubblicato da Einaudi, il che fa capire che il contenuto del libro esorbita dal formalismo dei generi letterari a compartimenti stagni, sollevando temi di carattere anche etico e morale (cosa che la fantascienza ha sempre fatto, in verità). Non ho letto il romanzo di VanderMeer, ma il punto della questione è la domanda di Coccia: è stato difficile creare personaggi femminili?

Secondo Michela Murgia questa è una domanda non solo stupida, ma anche vagamente sessista. Il sessismo secondo me non c’entra, anche se Coccia ha aggiunto alla sua domanda una frase infelice: “C’è un’unica voce maschile nel libro, quella del marito della biologa, e infatti mi pare che sia più chiara, con ragionamenti lucidi e molto precisa, mentre il personaggio femminile principale è più…non so… nebuloso”. Infelice perché calcata sul luogo comune dell’uomo stabile e coerente contro la donna insicura e irrazionale. Questo è anche in parte vero, come tutti i luoghi comuni, infatti il mascolino porta con sé la coerenza di vita, mentre il femminino porta con sé la volubilità, sin dai tempi di Io-vacca (a scanso di equivoci: questo è un modo per tradurre il termine greco che Eschilo usa per descrivere la povera Io legata indissolubilmente a una mucca, o vacca, a causa dell’ira di Giunone e della libido di Giove) punta dal tafano nel Prometeo incatenato di Eschilo, archetipo della donna nevrotica e instabile. Però è anche vero che ci possono essere donne lucide e precisissime e uomini nebulosi e instabili. Ma la prima parte della domanda di Coccia secondo me non era così assurda e infondata, anche se la risposta dello scrittore è stata fredda ed evasiva: “Non ho mai pensato che ci fosse differenza, cercavo solo un buon protagonista e conosco tante donne che potevano ispirarmelo. Non è stato un problema.” Dal momento che la psiche (nel senso di forma mentis) delle donne, e anche la loro fisiologia, è diversa per natura da quella degli uomini, per uno scrittore maschio non è facile creare dei personaggi femminili che non siano calcati sui soliti stereotipi  e luoghi comuni, descrivere e raccontare delle donne che non siano solo di carta. Ma il fatto che non sia facile non vuol mica dire che non sia possibile, perché se uno vuole fare lo scrittore deve saper fare anche questo.

Un bravo scrittore deve essere androgino, come diceva Tolstoj, e saper calarsi nella mente di tutti i tipi di personaggi, siano essi uomini, donne, bambini, anziani o animali (sempre Tolstoj diceva di voler immedesimarsi perfino nei cani per essere più realistico e credibile nella sua scrittura). Come conseguenza di ciò si potrebbe chiosare che laddove vengono meno i grandi scrittori, vengono per forza meno anche i grandi personaggi femminili. Negli anni ’70 probabilmente qualche femminista avrà anche sostenuto che gli scrittori maschi non dovrebbero parlare delle donne, per esempio nel ’74 Liliana Caruso e Bibi Tomasi, parlando di “fallocultura”, criticarono Moravia perché i suoi personaggi femminili erano negativi. Volgendo al femminile la domanda: può una donna creare personaggi maschili credibili? Certo che sì, primo perché scrittori e scrittrici bravi sanno sempre creare personaggi credibili e secondo perché di solito gli uomini sono meno difficili da capire. E sottolineo di solito.

Jarek Puczel Reading

illustrazione di Jarek Puczel 

Per quanto riguarda la polemica tra Coccia e Murgia, si può democristianamente dire che hanno ragione entrambi, nel senso che è vero, come dice Coccia, che è difficile per un uomo creare dei personaggi femminili credibili, nella stessa misura in cui, aggiungo io, è difficile da un lato conoscere bene le donne e dall’altro essere dei bravi scrittori. E d’altra parte ha ragione anche Michela Murgia nel sostenere che non è una questione da perderci la testa, nel senso che la riuscita del personaggio dipende dall’autore e se l’autore riesce a descrivere bene le donne al punto di immedesimarsi in loro, senza ricorrere agli stereotipi (perché poi ci possono anche essere diversi tipi di femminilità) tanto di cappello per il suo talento e la sua sensibilità. Mi pare più interessante però, partendo dal presupposto che non è facile farlo, vedere quali scrittori sono riusciti a delineare personaggi femminili credibili e interessanti, finanche memorabili.

Fuori dai romanzi ci sono delle figure femminili immortali, come Beatrice, Laura, Fiammetta, Desdemona, Ofelia, ma mi sembrano più che altro delle immagini, non dei personaggi vivi (soprattutto Beatrice e Laura). Nel teatro invece abbiamo almeno due grandi personaggi femminili abbastanza datati. Uno è la locandiera Mirandolina di Goldoni, personaggio molto moderno di imprenditrice rampante che mescola le sue abilità professionali con l’arte della seduzione. Un altro personaggio femminile importante è Nora di Casa di bambola di Ibsen, opera scritta ad Amalfi dal drammaturgo danese nel 1879. Nora esce dal suo stato iniziale di bambina capricciosa e viziata, un abito cucitole addosso dal marito e dalla società, della serie “siamo come ci vogliono”, e si mette in affari con uno strozzino, per amore del marito che era nei guai, il quale per ringraziarla la caccia di casa, preoccupato solo della propria reputazione. Quando un’amica di Nora convince lo strozzino a lasciarlo stare, il marito di Nora la rivuole con sé, per trattarla però alla stregua di un animaletto domestico, come faceva prima. A questo punto però è Nora a non volerci più stare e abbandona marito e figli. All’epoca il finale era considerato talmente scandaloso che Ibsen dovette cambiarlo perché le attrici si rifiutavano di vestire i panni di una donna che abbandona la famiglia. Una decina d’anni prima un romanzo italiano aveva delineato un’altra figura femminile importante. Non sto parlando di Lucia Mondella nei Promessi sposi, la quale è una creatura succube della volontà altrui (più interessante è il personaggio della Monaca di Monza, che è negativo, ma è creato dalle storture della società), ma della Pisana nel capolavoro di Nievo Le confessioni di un ottuagenario (poi cambiato in Le confessioni di un italiano). Questo a mio avviso è uno dei personaggi femminili più belli di sempre, reso vivo probabilmente dal suo aggancio alla vita vissuta. Si inizia dall’amore infantile tra lei e il protagonista, quando lei è capricciosa, irrequieta e già maliziosa e affascinante. Poi nel corso degli anni diventa una donna, un’eroina della lotta per la patria dalle campagne napoleoniche ai moti del ’48, una specie di Anita Garibaldi. Nella parte finale è disposta anche a sacrificarsi per amore. Pisana è una donna libera, a differenza di Nora, la cui emancipazione deve passare attraverso il trauma dell’abbandono famigliare, ma anche di Emma Bovary e di Anna Karenina, che sono sì personaggi femminili memorabili, ma entrambe sono fedifraghe e fanno una brutta fine. Tra l’altro Tolstoj disprezzava l’adulterio, ma soprattutto disprezzava che la società borghese e quella aristocratica dell’epoca lo tollerassero e anzi, secondo una specie di legge non scritta, lo incentivassero e raccomandassero. Sulle donne egli scrisse un divertente, ma enigmatico aforisma: “Io dirò la verità sulle donne quando avrò un piede nella tomba. La dirò, salterò nella mia cassa e tirerò giù il coperchio.” Non ero presente quando è morto quindi non so quale sia questa verità.

 Lo scrittore più bravo, tra quelli che ho letto, a creare personaggi femminili (anche se vanno contestualizzati)  è secondo me Dostoevskij, forse perché egli era soprattutto un grande psicologo. Prendendo anche solo due o tre suoi romanzi, tra i più celebri, emergono svariati personaggi che incarnano le diverse sfaccettature dell’animo femminile. La prima donna che si incontra in Delitto e castigo è la vecchia usuraia, che non è certo una figura edificante. Ma poi ci sono la sorella di Raskol’nikov, Dunja, una ragazza molto bella pronta però a sacrificarsi per il bene della famiglia sposando un deficiente che non ama e costretta ad ammettere che non è quello che vuole. Alla fine riuscirà a trovare l’uomo che merita. E poi c’è la bionda Sof’ja, sofferente e paziente come una santa martire, che avrà un ruolo decisivo in tutta la vicenda. Ne I fratelli Karamazov ci sono diversi tipi di donna. Katerina Ivanovna è una donna bella e forte, ma è costretta a sopportare i tradimenti di Dmitrij e l’indecisione di Ivàn e finirà per ammalarsi di nervi. Grušenka è la classica femme fatale, che seduce quasi tutti i Karamazov, ma fa perdere la testa soprattutto a Dmitrij. Lei è un’opportunista che sa che per farsi strada in una società dominata dai maschi una donna deve essere spietata e, d’altra parte, non aspettandosi altro che cattiveria dagli uomini, usa il suo fascino per interessi personali e per ricambiare tale cattiveria. Più o meno come certe badanti dell’est dei tempi odierni. E poi c’è Liza, detta Lise, una ragazzina di 14 anni che si invaghisce di Aleksèj. La ragazza è malaticcia, instabile, nevrotica, probabilmente epilettica, ma riesce ad essere anche affascinante. E la madre è una milf. Molti personaggi femminili de I fratelli Karamazov sono isterici, ignari probabilmente dellinvenzione di Mortimer Granville negli stessi anni. D’altro canto non è giusto pensare che sia un problema solo femminile: anche Smerdjakov soffre di epilessia (che è diversa dall’isteria e dalla nevrosi) così come lo stesso scrittore. Indimenticabile anche, tra i personaggi femminili di Dostoevskij, la Nasten’ka de Le notti bianche.

A fine ‘800 iniziò l’ondata culturale del decadentismo, una versione malata dell’amore romantico, pertanto domina la figura della donna-tigre, detta anche femme fatale, dai vari personaggi femminili dannunziani, schematicamente divisi tra la donna-angelo e la donna diabolica e mortale (Elena Muti, Maria Ferres, Ippolita Sanzio, Foscarina Perdita e le “vergini” delle rocce Violante, Massimilia e Anatolia), che arriva fino ai Quaderni di Serafino Gubbio operatore di Pirandello nella figura dell’attrice Varia Nestoroff.

Stephen Gjertson Reading

Dipinto di Stephen Gjertson 

Nei romanzi sveviani la donna è una figura che serve più che altro ad evidenziare l’inettitudine del maschio. Poi è arrivato il realismo di Moravia, che alle donne ha dedicato interi romanzi, alcuni narrati in prima persona (La ciociara, La romana). Non tutti i grandi scrittori riescono a parlare delle donne in maniera credibile. Non perché non siano bravi, ma perché per parlare di donne bisogna conoscerle e la letteratura è piena di scrittori bravi ma misogini o sessuofobi (tipo Gadda); dall’altro lato ci sono gli erotomani tipo Miller o Bukowski che filtrano l’immagine della donna attraverso la propria libido. E poi perché per farlo bisogna calarsi nella loro mente e anche nel loro corpo e si rischia di non risultare credibili, un po’ come quando si parla di carcere o di Africa senza essere mai stati in carcere o in AfricaUn autore che io amo molto, Paolo Volponi, non ha creato grandi personaggi femminili, tranne Vivés de Il sipario ducale e Iride, protagonista del dimenticato racconto omonimo. Un altro autore che amo molto, Landolfi, anche se all’apparenza può sembrare un grande misogino che si rifugia snobisticamente nel genere fantastico ottocentesco, ha invece creato personaggi femminili secondo me molto interessanti, dalla serva beghina Maria Giuseppa all’ermafrodita Rose passando per la donna-capra Gurù. Pavese ha scritto un romanzo tutto al femminile molto interessante, Tra donne sole. Non ho letto quello che tutti considerano il capolavoro di Nabokov, ma Lolita, poiè senz’altro un personaggio femminile (anche se è una bambina e non una donna) da menzionare.

Tornando un po’ indietro, mi viene in mente un personaggio femminile molto interessante presente ne I Buddenbrook di Thomas Mann, che è uno dei pilastri della letteratura europea, fondamentale per il passaggio dal naturalismo al modernismo, cioè Antonie Buddenbrook. Se in Landolfi le donne (o le ragazzine) spesso non vengono chiamate per nome, come i gatti, questo personaggio invece viene appellato sempre in modi diversi: Tony, Antonie, madame Grünlich, la signora Permaneder, etc. Lo scrittore non sembra essere molto clemente con questo personaggio femminile, che ne combina di tutti i colori e che si trova ad essere l’incarnazione della decadenza di una dinastia. In realtà, come in parte avviene nelle Satire di Giovenale, la donna rappresenta suo malgrado gli aspetti più ambigui e oscuri della società che lo scrittore vuole descrivere e criticare.

Mann era un borghese che aveva problemi con questo ceto, anche perché la decadenza della famiglia Buddenbrook è creata a immagine e somiglianza di quella della famiglia Mann e lui si sentiva responsabile, in quanto scrittore, per non aver contribuito allo sviluppo materiale dell’impresa di famiglia. Non credo che i diversi appellativi che l’autore attribuisce al personaggio siano casuali: rappresentano il carattere volubile e dionisiaco della femminilità. Ingabbiare in un matrimonio di interesse, tipico della società borghese dell’epoca, un tale spirito di valchiria, ha per forza delle conseguenze nefaste. Antonie è inizialmente una bambina viziata, ma è contenta di appartenere a una famiglia molto importante e quindi accetta di sposare Grünlich anche se non lo ama, perché sa che il matrimonio sarà utile alla sua famiglia. Quando però le volgarità e le infelicità della vita coniugale diventano troppe, Tony non ha dubbi sulla necessità di sciogliere il vincolo. Riesce ad ottenere il divorzio e sembra uscirne vincitrice. Però poi il padre muore e i due fratelli maschi litigano tra loro. Lei è preoccupata per la stabilità e il prestigio della famiglia e sposa Permaneder, pur trovandolo disgustoso (ma questo in realtà lo scopre dopo il matrimonio). Per una seconda volta non riesce a sopportare però la vita di coppia con una persona non amata, ottiene di nuovo il divorzio, il che la rende una donna emanicipata, ma è costretta a tornare nella casa dei genitori e del fratello come zitella. Nonostante l’affetto che li lega, Tony sa che il fratello Thomas non la vede più di buon occhio perché pensa solo alla reputazione della famiglia. D’altra parte l’unico uomo di cui lei si innamora, che la ricambia e vorrebbe sposarla, pur essendo di un ceto inferiore, si chiama Morten, nome che in italiano (che Mann un po’ conosceva dato che amava l’Italia e ha scritto il romanzo durante un soggiorno nei pressi di Roma) suona un po’ lugubre. Date le esperienze personali, Tony avrebbe dovuto consigliare alla figlia di seguire i suoi istinti e cercare la felicità e l’amore, invece la incoraggia a un matrimonio di interesse, perché lei ama la propria famiglia ed è orgogliosa del nome che porta, quindi decide consapevolmente di anteporre il prestigio della dinastia ai sentimenti. Pertanto non può essere direttamente responsabile della decadenza, pur diventandone un simbolo. Anche perché lei fa di tutto per far andar bene le cose, nel modo che le ha insegnato suo padre. I veri inetti sono i fratelli maschi e le sfighe che si abbattono sulla famiglia non dipendono dalle sue azioni. Antonie Buddenbrook compie un percorso di maturazione che la porta ad essere una persona, oltre che un personaggio, completa.

Photo: Jessica Silversaga

immagine via

Ora dovrei fare qualche esempio tratto dalla letteratura contemporanea. Anche se tutti la conosciamo grazie al film, la signora Robinson, donna matura ricca e affascinante che seduce un giovane neolaureato, è un personaggio letterario, presente nel romanzo The Graduate di Charles Webb, del 1963. All’epoca era ancora scandaloso, anche se il tono del romanzo è umoristico, che fosse la donna a prendere l’iniziativa nelle scelte sessuali. Per quanto riguarda i tempi più recenti, gli esempi vengono un po’ scemando. Scrittori bravi ce ne sono, compreso David Foster Wallace, che anche se non è più tra noi è comunque contemporaneo. Nelle sue opere ci sono diversi personaggi femminili, a partire da quella ragazza coi capelli strani che dà il titolo a un racconto che dà il titolo a un suo libro, passando per la madre di Infinite Jest, che però è una specie di strega. Un suo divertente aforisma recita: “L’inferno non conosce furia peggiore di quella di una postmodernista accolta con freddezza.” Ma nessuno dei suoi personaggi femminili mi è rimasto impresso. Lo stesso vale per altri grandi scrittori americani come De Lillo e McCarthy. Philip Roth invece, da buon realista, ha creato diversi personaggi femminili interessanti, dalla figlia ribelle di Pastorale Americana, Merry, che come Antonie Buddenbrook diventa il simbolo del disfacimento della borghesia, alla mite e paziente Marcia di Nemesi passando per la lesbica redenta Pegeen di Umiliazione.

Houllebecq, che io reputo uno dei migliori scrittori contemporanei viventi e forse l’intellettuale occidentale più importante, non ha costruito personaggi femminili memorabili, anche per via delle sue idee vagamente misogine e maschiliste. Nei suoi romanzi ci sono frasi molto caustiche sulle donne: “La psicanalisi sfrutta con agghiacciante cinismo le brave figliole un po’ smarrite e le trasforma in ignobili bagasce dall’egocentrismo delirante, incapaci di suscitare altro che un legittimo disgusto”. La sua ultima provocazione è il romanzo Sottomissione, una sorta di ucronia in cui in Francia i musulmani moderati vincono le elezioni e impongono senza violenza la legge della Shar’ia. Le donne smettono di lavorare, di fare carriera, stanno in casa a far da mangiare e a procreare e accettano il concubinato dei mariti. E tutto ciò porta un miglioramento nella vita degli uomini e salva l’Occidente dalla crisi economica, sociale e ideologica. Il punto debole del romanzo però è proprio l’implausibilità che le donne francesi possano accettare tranquillamente una tale situazione, il che, letto al contrario, può essere, a seconda dei punti di vista, un messaggio di speranza: l’islamizzazione dell’Occidente non avverrà mai perché le donne lo impediranno.

Un autore contemporaneo secondo me molto bravo nel creare personaggi femminili è Stephen King, che alle donne ha dedicato libri interi. Notte buia, niente stelle, che è uno dei suoi libri migliori e più recenti, raccoglie per esempio quattro racconti in cui le donne sono, in un modo o nell’altro, protagoniste. Misery e Il gioco di Gerald sono altri casi di personaggi femminili interessanti. Nel caso di Annie Wilkies, incarnata al cinema dalla bravissima Kathy Bates, che vinse l’Oscar, siamo di fronte a una femminilità sicuramente pericolosa e inquietante, in un contesto che porta alle estreme conseguenze il fatto che le donne leggono molto di più degli uomini. Jessie Mahout è invece una giovane donna che si trova in una situazione assurda, ammanettata al letto in seguito a un gioco erotico finito male. L’autore si cala perfettamente dentro la mente della protagonista con una tecnica magistrale, dato che il romanzo è un po’ l’equivalente del film di Hitchcock Nodo alla gola, costruito su un’unica inquadratura, con undici piani sequenza, alcuni dei quali impercettibili; il libro infatti segue il flusso di coscienza di Jessie. Geniale e magistrale è anche il romanzo Dolores Claiborne, dal quale è stato tratto un film sempre con Kathy Bates, L’ultima eclissi. Qui vengono splendidamente tratteggiati due personaggi femminili: la protagonista Dolores, grande lavoratrice costretta a subire le angherie del marito ubriacone e le accuse della polizia, e Vera Donovan, donna ricca e arrogante che però stringe una particolare amicizia con Dolores. 

Marylin Monroe Reading

immagine scattata da Elliott Erwitt

In generale il merito di King, quando parla di donne, è quello di essere realistico. Forse si fa aiutare dalla moglie Thabitha, o dalla figlia Naomi, fatto sta che la sua rappresentazione dei personaggi femminili non è mai stilizzata o approssimativa. Il punto infatti non è tanto che il personaggio femminile sia positivo o negativo, ma che venga tratteggiato basandosi sull’osservazione della realtà. Per esempio non limitarsi a dire solo bionda, mora o castana quando le si descrive,tenere presente che gli occhi non sono solo azzurri, verdi, o marroni, possono essere anche gialli o grigi, aggiungere particolari del vestiario, delineare un comportamento che non sia schematico (o timida o bagascia). Chiaramente la realtà non è uguale per tutti, a seconda del tipo di vita che si fa, e cambia in base all’occhio di chi guarda.

4 commenti a “ Donna è peggio? ”

  1. Bel pezzo e ricco di spunti, sono solo in disaccordo su Dostoevskij, la cui unica pecca mi è sempre sembrata un po’ quella di zoppicare sui personaggi femminili (a parte la Nastas’ja Filippovna dell’Idiota)

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    • In effetti ho letto anche altri pareri negativi sui personaggi femminili proprio nei Karamazov, invece a me sono rimasti impressi. Punti di vista.

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  2. ” il mascolino porta con sé la coerenza di vita, mentre il femminino porta con sé la volubilità,” questo no, se non nel simbolismo culturale, sulla cui base si mise in dubbio per secoli l’intelligenza femminile perchè in realtà nessuno dei due tratti è di esclusiva di un genere, se è per questo nemmeno di una persona, anzi sono tratti apparentemente antagonisti che convivono -_^, in una stessa persona.

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