Educazione Siberiana è un film bruttissimo e mi dispiace tanto doverlo ammettere. Un libro dal grande potenziale, un film che poteva sfondare. E invece si è trattato di un EPIC FAIL.

Se Educazione Siberiana fosse uscito nel 2012 sarebbe stato il film peggiore dell’anno. Invece rischia di essere il più brutto del 2013, anche se è un po’ presto per poterlo dire, sai mai che nei prossimi mesi esce un’altra pellicola di Muccino o, che so, di Nicolas Winding “Most Overrated” Refn (sì, odio i film di Refn quasi quanto Ryan Gosling).

Ad ogni modo ci tengo a precisare che questa lapidaria affermazione mi costa caro:

1) perché c’erano delle discrete aspettative per questo film;
2) perché se ci bruciamo anche Salvatores allora all’estero rimaniamo davvero soli con Muccino;
3) perché non vorrei che Lilin mi facesse il culo.

Ho avuto a che fare di persona con l’autore di Educazione Siberiana un paio di volte. L’ho incontrato e intervistato (su CAM#08 uscirà la nostra discussione sulle carceri russe e italiane) e a microfoni spenti abbiamo parlato un bel po’ del più e del meno, dalle armi semiautomatiche a Dostoevskij, e malgrado tutto, al di là delle mille voci controverse che circolano sul suo conto e sulla sua “tough credibility”, non sono riuscito a farmi un’idea precisa del personaggio (che nei miei confronti si è dimostrato schietto, amichevole e molto disponibile).

Ad ogni modo, parlando del suo film (che sarebbe uscito a breve), Nicolai mi aveva spiegato l’evolversi del progetto, dalle spiazzanti offerte iniziali (Hollywood, Scorsese, cifre a sei zeri), alla stesura del plot. Tutti passaggi che il russo ha voluto tenere sotto controllo perché sticazzi i soldi, lui non si vende e pretende che il film venga fuori come Dio comanda. Praticamente una garanzia di coerenza e qualità, oltre alla presenza di Salvatores dietro alla macchina da presa (ma anche no…).

In poche parole il film si preannunciava quantomeno estraneo da certe logiche e spiacevoli derive e fin da subito ha voluto prendere le distanze dalla crime fiction americana da un tanto al chilo (in effetti così è stato).

Benissimo. Poi a dicembre esce il trailer. Due minuti che al contrario di quanto detto suggeriscono un thrillerazzo di quelli epici e cattivi (“La promessa dell’assassino oriented” checché ne dicano). Ok, capisco l’esigenza di attirare una fascia di pubblico più estesa rispetto ai lettori del romanzo. Ci può stare.

Ma non ci può stare è quello che si è visto sul grande schermo. Un film oggettivamente brutto, del quale non verrebbe da salvare nulla: regia, sceneggiatura, interpretazione, persino la colonna sonora.

Ora, al di là della recensione fine a se stessa, forse sarebbe opportuno compiere qualche riflessione.

 

Una preziosa chance sprecata

Come dicevo, mi dispiace dover ammettere queste cose (e mi dispiace per Lilin), poiché la sensazione è quella di aver sprecato una chance piuttosto ghiotta. E vi dirò perché.

Negli ultimi anni in Italia sono usciti dei titoli, più o meno di genere, che in un modo o nell’altro hanno riscosso un buon successo di pubblico. Peraltro pellicole spesso tratte da romanzi. Una “rinascita” salutare che ha messo in parte d’accordo critica e botteghino, alle volte stimolando le coscienze attraverso il trattamento di temi non proprio accomodanti (penso ad esempio ad ACAB di Sollima e Diaz di Vicari).

Date queste premesse, Educazione Siberiana poteva costituire una svolta: un regista di fama internazionale che si cimenta sullo stesso filone con un titolo di più ampio respiro e una produzione che si rivolge anche al mercato estero. Un aspetto passato un po’ troppo in sordina, considerando i dati sconfortanti che accompagnano la nostra cinematografia, colpevolmente ombelicale, introflessa, devota unicamente ad un pubblico limitato e nazionale.

In altre parole Educazione Siberiana poteva essere una di quelle rare produzioni “italiane” che assieme a qualche altro titolo (penso Alla migliore offerta di Tornatore o a Venuto al mondo della premiata ditta Castellitto-Mazzantini) poteva ambire ad una certa persistenza nelle sale e soprattutto ad un’esportabilità nel mercato estero (forte, appunto, dei propri accrediti non secondari: storia forte, regista grosso, produzione ambiziosa). Il tutto puntando finalmente su una sceneggiatura niente affatto italico-provinciale, ma a vocazione “universale”, in grado di piazzarsi dignitosamente e di competere nel mercato globale.

Niente da fare. Educazione Siberiana rimane purtroppo un goffo ed imbarazzante wannabe. Considerando che dietro alla macchina da presa ci sia stato uno dei nostri più stimati registi, il quale ha lavorato su uno dei titoli italiani più tradotti all’estero, fa ancora più male.

La sensazione è quella di aver perso una partita che conta, di essere usciti anche quest’anno dalla Champions League (perdonate la metafora calcistica).

 

Trama

Davvero nulla, ma proprio nulla che non si possa già intuire dal trailer: Kolima cresce in questa comunità di “criminali onesti”, ribelli contro il sistema, ne assorbe i suoi austeri principi grazie agli insegnamenti di nonno Kuzja, al contrario dell’amico del cuore Gagarin che segue una strada opposta e senza onore.

I due crescono, si perdono (Gagarin si fa sette anni al fresco) e si ritrovano, ma tante cose sono cambiate. Lo scontro tra i due è scontato e imminente. L’espediente narrativo drammatico: Xenia, ragazza mentalmente disturbata, amica d’infanzia di entrambi, viene violentata.

Nonno Kuzja chiede a Kolima di vendicare tale sopruso con il sangue, secondo le regole della comunità. È un suo dovere. Indovinate chi è il colpevole dello stupro?

Teatro del regolamento di conti: la guerra in Cecenia. What?!

 

Il libro

Educazione Siberiana, pubblicato da Einaudi nel 2009, è un qualcosa che sta a metà tra il romanzo e il memoir di un ex delinquente (ma con un codice d’onore), anche se alle volte appare come un piccolo catalogo di figurine borderline e cruente agiografie criminali. Immaginatevi una sorta di I ragazzi della via Pal dove i pischelli vanno in giro armati e si accoltellano per davvero. Ecco, aggiungeteci potenti iniezioni di vera o presunta subcultura criminale sovietica, aneddoti feroci, violenza da strada, occasionali excursus socio politici, un po’ di brutture carcerarie e poi l’epica dei tatuaggi fuorilegge, tra santi armati e simboli segreti.

Un libro che si può leggere (anche se si tratta di un romanzo magari da non prendere proprio alla lettera…). C’è la Russia post sovietica, c’è il romanzo di formazione, c’è la rappresentazione di un’enclave criminale (riti, simbologie, regole), c’è l’esotismo anarchico e cupo di una patria poco conosciuta, c’è il feticismo esoterico dell’inchiostro sulla pelle, e poi c’è la personalità e l’ego del suo autore. Il risultato è qualcosa di appetitoso e di intelligentemente politically incorrect, soprattutto per gli adiposi lettori italiani. Prendere o lasciare.

Educazione Siberiana diventa un caso letterario nel nostro paese e all’estero. Viene tradotto in una ventina di lingue, ma non in russo, per esplicito divieto dell’autore (chissà perché, se l’avessi saputo prima glielo avrei chiesto).

 

Sceneggiatura

Pessima. Il soggetto poteva risultare vincente, il trattamento si è rivelato al di sotto delle aspettative. Si sapeva che la sceneggiatura non sarebbe stata fedele al libro – Nicolai mi aveva avvertito anche di questo – e che si sarebbe trattata di una storia liberamente ricavata dal romanzo con più di qualche licenza poetica (in realtà si basa su uno degli episodi contenuti nel libro). Educazione Siberiana sarebbe servito come titolo di richiamo per i lettori, per i fan e per i curiosi delle vicende di Lilin (recentemente evolutosi in volto televisivo): un filo diretto con un’opera che commercialmente parlando aveva già avuto fortuna. Scelta comprensibile.

In realtà si è trattata di una banalizzazione un po’ troppo mortificante rispetto alla storia raccontata nel romanzo. L’ambientazione post comunista è scarna e trattata male, la descrizione della comunità criminale – mentalità, principi, estetica – è striminzita e cursoria, i personaggi sono poco approfonditi, i dialoghi si sono mantenuti standard e banalotti, il senso di trapasso di un’antica tradizione nei confronti di una nuova società criminale, decadente e senza morale, appena accennato.

Insomma, qualsiasi punto forte del romanzo è stato svilito. Troppa carne al fuoco per un solo lungometraggio? Probabilmente sì. Tuttavia non vorrei essere frainteso: da questo punto di vista Educazione Siberiana si dimostra inconsistente anche agli occhi di uno spettatore che non ha letto il libro e che si rende conto della povertà e della confusione di un film del quale non si capisce esattamente che strada voglia prendere.

 

Il regista: perché Gabriele Salvatores?

Già, perché Salvatores? Perché, a detta di Nicolai, Salvatores sarebbe stato uno dei pochi registi a cui avrebbe affidato la regia del film. E Salvatores, una volta contattato dalla Cattleya, ha accettato di prendere in mano il progetto.

Il punto è: perché l’ha fatto? Educazione Siberiana era davvero un titolo sulle sue corde? Probabilmente no. Tuttavia a prevalere dev’essere stata la legittima voglia di cimentarsi in qualcosa di diverso (questo è il suo primo film girato in inglese), una stimolante “sfida artistica” (al lavoro con una troupe che per la prima volta non è composta da sodali, compagni, attori amici), nonché l’opportunità di tornare dietro ad una macchina da presa in un progetto di respiro internazionale sulla carta piuttosto interessante.

Tuttavia si è trattato di un errore. Educazione Siberiana si prospettava come un film distante anni luce da Mediterraneo, da Marrakesh Express o dalla Milano medioborghese di Happy Family. Parliamo di tematiche, storie e ambientazioni opposte (anche se si considerano le sue pellicole più “dark” come Io non ho paura e Quo vadis, baby?), nella fattispecie un film storico, che narra il violento passaggio all’età adulta di un ragazzino sottoposto ad una ferrea disciplina criminale. Una storia piuttosto maschile, violenta, inserita in un determinato contesto socio politico.

Un film che richiedeva probabilmente dei mezzi più consistenti, una produzione più ricca e nello stesso tempo una regia più rodata, consapevole, ruvida e dinamica che al contrario si infarcisce di artifici poco riusciti (della serie “vorrei ma non posso”) e poco opportuni.

La sensazione è che la materia da trattare fosse davvero troppo estranea allo stile di Salvatores, uno straniamento che personalmente ho percepito in più punti del film, alle volte piuttosto sovrapponibile alle fiction di casa nostra. Forse si è trattata di una scommessa troppo difficile se non impossibile da vincere per il nostro cineasta.

Ecco, se Lilin avesse lasciato la regia a Scorsese, derive e rimaneggiamenti americanizzanti a parte, forse sarebbe stata tutta un’altra musica. Ma questo, naturalmente, è solo fantacalcio cinematografico. Fantascienza.

 

 

Le interpretazioni

Il protagonista è troppo perfettino, noiosetto e monocorde. Sulle sue spalle gravava il compito di impersonare la difficile crescita e maturazione di Kolima: obiettivo mancato. Il fatto che si sia trattato di un attore esordiente, il giovane Arnas Fedaravicius, forse può aver inciso sulla sua interpretazione bidimensionale.

L’amico antagonista, Gagarin, si presenta fin da subito come un cattivo naturaliter. La sua affiliazione al male è gratuita e scontata, senza essere un autentico villain figlio di puttana, ma un teppista sfigato. Poca roba.

Xenia, interpretata da Eleanor Tomlinson, è forse l’interpretazione meglio riuscita del film, malgrado qualche dubbio sul suo “fisique du role” poco credibile: troppo carina, raggiante e fiabesca per la sua parte (non a caso la rivedremo presto nei panni della principessa Isabelle nel film Il cacciatore di giganti di Bryan Singer).

Peter Stormare, nel ruolo del tatuatore Ink (sic!), pare un beone scalcinato, mentre il suo ruolo all’interno della comunità criminale, a metà tra un sacerdote e un marchiatore di pelle, doveva richiedere ben altro spessore.

E poi John Malkovich, main attraction stando ai credits del film, nei panni di nonno Kuzja, depositario di un’antica memoria e mentore del protagonista, appare e scompare nel film come se dovesse rispondere all’esigenza di interpretare più cammei decorativo-descrittivi. La sua funzione puntiforme e didascalica rimane simile a quella di un tutorial a singhiozzo, con il compito di introdurre lo spettatore nel mondo della comunità di Fiume Basso.

Da noi Malkovich conserva ancora, chissà perché, una certa credibilità artistica e attoriale che in realtà all’estero molti credono abbia perso per strada. E infatti nonno Kuzja non riesce ad emanare carisma e timore reverenziale, anche perché penalizzato da una sceneggiatura che l’ha voluto ridurre in pillole fuori contesto.

In poche parole i personaggi risultano figurine a se stanti. Non emergono grandi figure predominanti: tutti sembrano figuranti allo stesso modo, che non appassionano, in una storia mal scritta e mal diretta.

 

Colonna Sonora

Di Mauro Pagani, vecchia conoscenza di Salvatores (quattro film assieme). Praticamente sempre inopportuna, fuori luogo, inaspettata, priva di un tema costante, che alterna ballate saltellanti come nei film di Kusturica a certi brani di musica rock e pop contemporanei (se non sbaglio ad un certo punto arriva anche Bowie).

C’è da dire che una colonna sonora la si deve notare solo quando bella e coinvolgente, quando dimostra di offrire un valore aggiunto in grado di completare ed esaltare le sensazioni ispirate dal film. In questo caso è solo una delle note stonate di Educazione Siberiana.

 

… E la Cecenia?

Menzione d’onore ai fast foward che infarciscono la pellicola di difetti e che catapultano il protagonista parecchi anni dopo, nel ventre di una delle guerre più orrende della storia contemporanea. Tali salti temporali contribuiscono a spezzare “l’incanto” e a rendere la narrazione ancora più frammentaria e incoerente.

C’è da dire che l’ambientazione cecena è presente anche nel romanzo (vedi il prologo). Inoltre Nicolai Lilin ha scritto altri due libri che trattano il tema di questa guerra che l’ha profondamente segnato. Tuttavia questo accorgimento narrativo contribuisce alla malriuscita del film almeno per due motivi.

1) Le scene con l’esercito russo sono piuttosto povere. Non basta qualche fucile, qualche divisa, una foresta e una casa abbandonata per ricostruire un teatro di guerra. La Cecenia di Educazione Siberiana trasuda pressappochismo, inadeguatezza e tradisce la scarsità di mezzi a disposizione del film.

2) Senza contare la clamorosa lacuna narrativa: com’è che Kolima, il protagonista, finisce a combattere in Cecenia? Com’è che un “criminale onesto”, nemico delle autorità e dell’esercito accetta di arruolarsi tra le fila del nemico? Il film non ce lo spiega: non una scena, una battuta, niente.

Certo, la ragione è presto detta: probabilmente Kolima intende inseguire il suo nemico e consumare la propria vendetta. Lo possiamo intuire alla fine, tuttavia questo rimane uno degli aspetti più negativi della sceneggiatura di Educazione Siberiana.

 

Ok, ma non c’è proprio niente da salvare?

Il tentativo coraggioso di misurarsi con un progetto cinematografico di respiro internazionale malgrado le mille difficoltà, attraverso una storia forte, un caso letterario “italiano” che è stato in grado di imporsi anche all’estero.

Purtroppo si è trattato di un buco nell’acqua – almeno questo è il mio parere – anche se rimane pur sempre un tentativo coraggioso e lodevole, una strada, quella mostrata da Salvatores, che più cineasti italiani dovrebbero intraprendere, anche a costo di farsi male. Forse è proprio questo il punto: il livello di pavidità e paraculaggine dei nostri registi e produttori è piuttosto imbarazzante, aderente com’è ad un mercato privo di prospettive.

È vero, non tutti sono Salvatores, vale a dire non a tutti capitano certe occasioni e hanno la possibilità di compiere un salto nel vuoto, ma le opportunità occorre in qualche modo crearsele, rischiando qualcosa, cercando di andare al di là delle solite pellicole per il solo pubblico italiano, targetizzato su standard limitati. Perciò operazioni come queste vanno incoraggiate e in qualche modo incentivate, con la consapevolezza di correre qualche rischio.

Di positivo in Educazione Siberiana c’è quindi questa attitudine, il tentativo di fare un film su un campo minato, quanto di più estraneo ad una mentalità tipicamente italiana, leggi anche ombelicale, del nostro cinema privo di orizzonte, piccolo, pavido, conformista, poco innovativo e tragicamente provinciale, cullato da un atteggiamento fastidiosamente campanilista, querulo e rionale, pronto a giustificare e a preservare uno status quo emorragico del quale ci siamo francamente stancati.

In fin dei conti sono da preferire di gran lunga le ciambelle senza il buco come Educazione Siberiana alle commediole italiote o ai film da salotto radical-chic dei soliti noti (pellicole, vale la pena di dirlo, ugualmente avvilenti).

È vero, Educazione Siberiana è ancora poca roba, ma pur sempre qualcosa da dove cominciare. Perdonatemi, ma questa è l’unica nota positiva che sono riuscito a ricavare da questa pellicola. E credetemi che per farlo ho dovuto attingere a piene mani dalla mia scorta personale di diplomazia.

3 commenti a “ Educazione Siberiana: EPIC FAIL ”

  1. Kassandra

    Kassandra

    Sono Esterefatta da quanto ho letto ,non riesco a condividere nulla di quanto leggo scritto, non sono una critica probabilmente sono io che non capisco nulla , ma per quel che conta il mio parere sia il libro sia il film i ho trovati belli e godibilissimi , certo tra libro e film ci sono alcune discrepanze ma quando si va a vedere un film è già in conto questa cosa , quale film è esattamente la fotocopia del libro . Devo anche dire che con tutti coloro con cui ho parlato in merito al film nessuno e dico nessuno si è espresso negativamente , mi sa tanto di caso Donny Darko distrutto dalla critica ma osannato dal pubbico che ne ha fatto un caso cinematografico. Andatelo a vedere questo è i mio consiglio

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  2. Bra

    Bra

    Non un capolavoro è vero, soprattutto verissima la falla dell’arruolamento non giustificato se non alla fine, è un elemento che mi ha dato non poco fastidio, e vera anche la troppa prevedibilità dell’ “antagonista” Gagarin (lo si capisce dalle scene iniziali come si evolverà la vicenda, troppo presto!!). Tuttavia sarei stato meno spietato.

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  3. Isidoro Frangivento

    Isidoro Frangivento

    Sono totalmente d’accordo con Bullado. Il libro di Lilin mi ha catturato, il film di Salvatores mi ha profondamente deluso. Un film arbitrario, fiacco, superficiale,sfilacciato. Inutile aggiungere altro alla lucida recensione su cui concordo punto per punto. Peccato davvero, un’occasione sprecata.

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