Edward Hopper Second Story Sunlight

di Marco Vezzaro.

Sta seduto sul letto, la schiena curva, la cintura slacciata che pare prender vita fra le lenzuola. Guarda una porta bianca. Chiusa. La serratura bene in evidenza. Non possiamo vederne il volto, pare immobile, ma cosa stia pensando non ci è dato sapere. Chi sia uscito da quella camera, passando quella porta, forse sbattendola, non ci viene detto. Che lo fosse o meno prima non è importante, quello che vediamo in Man Seated on Bed (1905, 1906) come in quasi tutta la produzione di Hopper è solitudine, una solitudine a cui si è abituati, che non si soffre, che quasi è conforto. La mostra di Milano a Palazzo Reale (fino al 31 gennaio 2010) lascia con l’amaro in bocca per quanto riguarda le opere più mature e celebri del precisionista americano, ma mostra un lato inconsueto e affascinante della produzione giovanile, per lo più in toni di grigio, di cui anche lo splendido Man Seated on Bed fa parte.

Pare quasi di veder nascere e crescere il post-moderno fra le tele esposte: non luoghi ancora prima di diventare tali, che annunciano tragicamente il loro avvento nell’età degli spostamenti frenetici e senza dialogo, come in The Railroad (1906, 1907); sogni allucinati di una Parigi estremamente realistica, eppure così impossibilmente deserta e abbandonata a una fissità eterna, come nel surreale The Louvre in a Thunderstorm (1909), increduli di fronte a una Senna desolata come forse non la si è mai vista; i parchi cittadini, riserve di verde dove sentirsi soli non è così disagevole come per la strada, si può anche far finta di non accorgersi delle altre persone, come la signora col cagnolino che guarda, di spalle, la statua, troppo lontana per accorgersi di essere in compagnia (Statue at park entrance, 1918,1920). Non è modesta l’esposizione di Milano, ma il registro non cambia: anomia, solitudine, luoghi di ritrovo come bar, bistro, stazioni, esseri umani soli in città pensate per milioni di persone sole: e fra l’America e la Francia cambia solo il paesaggio, ora una campagna arsa, ora un porto immobile, ora una casa lasciata a sé stessa su uno sfondo metropolitano asfissiante.

Il celeberrimo Morning Sun, che appare tra le pareti come un fulmine a ciel sereno in una mostra ordinata, metodica e forse un po’ troppo costosa, sintetizza tutte le idee pittoriche della carriera di Hopper: la fredda e uniforme luce solare sulle pareti, l’ambiente metropolitano moltiplicato e modulare, la solitudine umana vissuta come condizione necessaria, e perciò accettata senza alcuna scossa emotiva.

L’aforisma che accoglie il visitatore “If you could say it in words, there’d be no reason to paint it” al di là dell’effetto retorico, mi pare il più chiaro collegamento di un artista votato alla rappresentazione del sommo male dell’uomo a una letteratura post-moderna che fa della stasi, dello scardinamento metropolitano dell’identità, della solitudine tra la folla, una forma di pensiero tutta novecentesca e destinata a dire ancora molto.

2 commenti a “ Edward Hopper in mostra a Milano ”

  1. Martina

    Martina

    …“la solitudine umana vissuta come condizione necessaria, e perciò accettata senza alcuna scossa emotiva.”
    Mi fermo su queste parole. Esito e mi sciolgo in quella stessa attesa che dirige gli sguardi sospesi dei personaggi di Hopper oltre il margine della cornice del dipinto.
    Penso a lungo.

    Quando a dicembre sono andata a Milano a vedere la mostra di Hopper ero emozionatissima.
    Hopper mi ha sempre turbata. Il nostro è sempre stato un amore controverso e sanguigno.
    Quand’ero più piccola guardavo il suo “Automat” ( hai presente?) nelle illustrazioni dei libri di testo e rimanevo per dei lunghi minuti con gli occhi piacevolmente intrappolati in una contemplazione reverenziale e inquieta. Guardavo fisso il vuoto dietro la donna seduta al caffè e biascicavo con veemenza “vattene, posa quella tazzina, sei ancora in tempo se vuoi. Quella solitudine di pece non ti inghiottirà; dammi la mano, usciamone insieme”.
    Oggi la donna del ritratto è ancora lì, cristallizzata in un attimo immobile. Non si è mossa nemmeno di un millimetro.
    Io sono cresciuta e ho imparato che quell’ oblio che si spande intorno alla fanciulla del quadro, sino a ubriacare di nero gran parte della tela, è un sentimento silente che ti aggomitola in una muta afasia. E non puoi ribellarti perché infondo, non Vuoi ribellarti.
    La solitudine è un abbraccio di polistirolo accomodante, distaccato e impassibile certo, ma pur sempre benevolo.
    Ecco, niente; volevo dirti che è stato piacevole leggere il tuo articolo: condivido le tue riflessioni su Hopper. Sono pensieri che avevo lasciato sedimentare subito dopo aver visto la mostra, forse per evitare ingombranti considerazioni. Grazie per avermi regalato il mio sano “momento d’ introspezione” della giornata .
    Invece, parlando d’altro, il progetto di questa rivista è davvero interessante. Ho vagabondato tra un articolo e l’altro e mi siete piaciuti: gli articoli che ho letto sono stimolanti e personali, delle penne giovani che si destreggiano attraverso un mezzo altrettanto innovativo.
    Mi chiedevo se ci fosse la possibilità di collaborare e in che modo.
    Beh..buona notte.

    Martina

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  2. winterdust

    winterdust

    grazie per i complimenti martina, per noi è molto importante che i nostri scritti ricevano una simile attenzione e facciano scaturire riflessioni. per collaborare con noi, ti rimando alla lettura della sezione “Calamaio” oppure direttamente al nostro indirizzo email conaltrimezzi@hotmail.it
    Se sei padovana è molto più facile, perchè potremo vederci di persona, altrimenti saremo costretti a un rapporto epistolare

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