CAMing Out Mattone

I mattonazzi, hanno una loro fenomenologia specifica. Un loro fascino peculiare che nasce proprio dalla mole ipertrofica, che testimonia da subito come la loro storia non potesse essere ridotta a una dimensione standard, come il loro intreccio non potesse evitare di tracimare dalle pagine, allargarsi al di là.

Oggi parliamo dei romanzi-mattone che più di tutti ci hanno affascinato: proviamo a raccontare una minuscola parte della loro enormità, stringendo in una manciata di caratteri il loro scorrere fluviale e sterminato, che trascina via il lettore in un mare di pagine.

 

Tiziana Buda segnala:
Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, Bompiani, 2004, 687 pagine.

9788845214226 “Guai a fare finta, ti credono tutti”

Se avete voglia di leggere un libro denso, avvincente, misterioso, Il Pendolo di Foucault, edito nel 1988, è la scelta giusta. Ma sappiate una cosa: l’intera storia che vi accingete a leggere è pura finzione. Una colossale, irrecuperabile menzogna.
Tre redattori milanesi – Casaubon, Diotallevi e Belbo – annoiati, inventano un Piano. In accordo con esso l’intera storia universale dell’umanità viene riletta in chiave ermetica. E così, come scanditi dalle oscillazioni del Pendolo – che segna il principio e la conclusione della storia – raccogliamo indizi ed enigmi. In un viaggio iniziatico sui misteri della ragione umana, ripercorriamo la storia e il destino dei Templari e dei Rosacroce, diamo un senso ai miti dell’antico Egitto e del Santo Graal, alla folle ricerca di Hitler, a Cagliostro. Ma ciò che è stato creato per gioco, comporta delle conseguenze: qualcuno prende (troppo) sul serio una banale menzogna.
Umberto Eco ci ricorda quanto sia grande il potere di immaginazione e di suggestione dell’uomo, il quale troppo spesso «confonde l’esistenza nel pensiero con l’esistenza nella realtà».
Leggendo le pagine di questo straordinario romanzo ci ritroviamo immersi in una fitta rete di citazioni e rimandi di ogni genere – letterari, filosofici, culturali – sparsi qui e là tra le righe di Abulafia, nei dialoghi ironici, per chi vuole intendere.
Ambientato negli anni Settanta, a partire dal periodo decisivo delle contestazioni, e Ottanta, Il pendolo di Foucault è un romanzo profondo, grave (ma non greve) e attuale, perché riporta l’attenzione del lettore sulla nostra mente, sulle capacità del nostro intelletto. Perché le aberrazioni della ragione generano sempre, immancabilmente, mostri pericolosi. 

 

Giulia Cupani segnala:
Luther Blissett, Q, Einaudi, 2000, 677 pagine.

9788806200503Nella mia mente il fascino del libro-mattone è indissolubilmente legato – probabilmente a causa di qualche amatissima, indistinta lettura infantile – alla vertigine del labirinto. Un romanzo spesso, un romanzo fatto di tante pagine, ai miei occhi promette in primo luogo un intreccio potente, una storia fatta di tante cose, di tanti personaggi, di incastri complessi capaci di creare una rete di relazioni e incroci in cui la meraviglia del meccanismo sia più forte di ogni altra fascinazione e sappia venire prima di tutto, anche della bellezza della prosa in senso stretto. Un romanzo-mattone è un romanzo fatto di tante storie, di infiniti fili rossi che si intersecano disegnando un mondo intero, visto attraverso il dipanarsi di una vicenda sola capace di contenerle tutte, e di risolversi in esse.
C’è un legame indissolubile, insomma, tra la consistenza in termini di pagine del libro-mattone e il suo contenere una storia-labirinto, e parlando di romanzi in cui questa correlazione è portata fino alle estreme conseguenze non si può non parlare della storia di Q, del suo scavalcare i secoli inseguendo una suggestione, del suo riunire in sé una moltitudine di storie, di ambienti, di personaggi e di generi diversi. Q è un romanzo che gioca con il lettore come il gatto fa con il topo, che lo affascina e lo porta via con sé grazie alla sua natura, esplicitamente dichiarata, di romanzo multiforme, costruito, estremo. Tutto, in Q, è parte di un enorme meccanismo, nulla è lasciato al caso, nulla è detto senza un perché. La trama della storia è la sua sostanza, e sotto di lei non c’è nulla, per la semplice ragione che in lei c’è tutto, e che tanto deve bastare.
Q è un romanzo che chiede al lettore di dargli fiducia, e che lo ripaga con una storia che parla dell’Europa del Cinquecento, delle sue lotte di potere, della libertà di espressione che cerca di farsi largo attraverso i vincoli del controllo, della povertà che si scontra con il potere, di rivolte segrete le cui trame si mescolano con quelle – altrettanto affascinanti, pur nella loro tragicità – della repressione, della giustizia terrena che mozza le teste, della tortura e del sangue. Cadere in questa storia significa davvero, come da premessa, farsi inghiottire da un labirinto: nella storia cinquecentesca di Q ci sono solo vicoli ciechi, solo strade che portano in luoghi che non si sospettavano, e nella potenza sfaccettata dell’insieme si avverte la perfezione di un ingranaggio perfettamente oliato che gira e convince: tarato alla perfezione, costruito appositamente per trascinarti via con sé.

 

Alice Campagnaro segnala:
Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, BUR, 2012, 1059 pagine.

9788817059671Alcuni motivi che ritornano in Dostoevskij mi inducono a leggere e rileggere, anche a spizzichi e a bocconi, i suoi romanzi. C’è sempre una condanna, ovvero un destino ineluttabile che conduce un personaggio alla disgrazia; più che di un Fato superiore come quello di Edipo, si tratta della necessaria e inevitabile conseguenza del suo modo d’essere. Parallelamente, c’è sempre l’ideale luminoso (cristiano) della redenzione, a cui i personaggi più sventurati aspirano di solito con maggiore foga e passione, salvo poi fallire totalmente nei loro tentativi di salvarsi. C’è sempre un grande amore. O meglio, ci sono molti grandi amori. Grandi amori che, pur convinti della loro verità, sin dall’inizio evidentemente non sono destinati a sopravvivere; grandi amori che, viceversa, nascono all’improvviso e quasi per necessità alla fine della narrazione, e che nel finale aprono possibilità infinite ma nebbiose. C’è solitudine, in questi personaggi che non sono quasi mai soli; i dialoghi sono lunghissimi e contengono spesso vere e proprie parabole e alte riflessioni filosofiche, e tuttavia c’è incomunicabilità.
Dmitrij Karamazov è il figlio maggiore di Fëdor Pavlovic. A differenza del dolce Alëša e del razionalista Ivan, suoi fratelli, Mitja ha il sangue caldo: si offende per un nonnulla, è orgoglioso e impulsivo, può cadere molto in basso e subito dopo essere animato da slanci generosi e riparatori, ha sempre bisogno di denaro. Ha un cuore nobile ma la sua natura lo porta a commettere degli errori di cui poi, nobilmente, vuol sempre pagare le conseguenze. Fino all’errore irreparabile, da cui non si torna indietro neppure lavorando anni in Siberia: l’uccisione del proprio padre. Dostoevskij conduce con abilità una narrazione che si fa ancora più ipertrofica che negli altri romanzi, quasi l’autore volesse includere nella sua ultima opera tutto ciò che ha scoperto sulla passione e il pensiero che albergano nel cuore e nella mente dell’uomo. Talvolta sa far genuinamente sorridere, come nel libro intitolato Ragazzi, talvolta suscita orrore o compassione, talvolta commozione, come quando Mitja sogna il “marmocchio” e si sveglia convinto che nel suo animo sia avvenuto qualcosa di nuovo e salvifico.
Il delitto dei Karamazov, come ha osservato Freud, ci sconvolge più di qualsiasi altro perché implica la rottura di uno dei tabù antropologici universali: il parricidio. L’uccisione di colui che ci ha messi al mondo, che ci condanna a essere ciò che siamo, che ci protegge, ci sostiene, ci confina. Il padre Dio che giudica e forse perdona, e dal cui kosmos ordinato non ci libereremo mai.
“Tutti vogliono uccidere il proprio padre.”

 

 

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