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Nonostante le interessanti premesse e il buon intrattenimento offerto, Elysium non riesce a proporre nulla di innovativo, adagiandosi su di una banalità e ovvietà figlie dei più triti stereotipi del genere.

2154, la Terra è sovraffollata, inquinata e malata. I ricchi e i potenti vivono su Elysium: una stazione spaziale in orbita attorno al pianeta dove l’avveniristica tecnologia è riuscita a ricreare il perduto ambiente naturale terrestre. Elysium è una specie di futuristica e gigantesca Versailles, un luogo di benessere e delizia, abitato da un’elite ristrettissima che dall’alto della sua posizione e privilegio sfrutta e opprime la Terra.

Sul pianeta, invece, i proletari, i poveri e i criminali, reietti di una società crudele, sono costretti ad una vita di disagio e sofferenze, con sempre davanti la bellezza di Elysium, oggetto di un desiderio che non potrà mai essere soddisfatto.

In una Los Angeles del futuro, immaginata come desolata baraccopoli, inizia la vicenda di Max Da Costa (Matt Damon) giovane operaio che, nel disperato tentativo di sopravvivere alle conseguenze di un drammatico incidente sul lavoro, si vedrà costretto a sfidare criminali, agenti segreti e lo stesso Ministro della Difesa di Elysium (Jodie Foster).

Elysium segna il ritorno alla regia di Neill Blomkamp, regista sudafricano che nel 2009 aveva impressionato pubblico e critica con il crudo Distretto 9, un lungometraggio molto particolare che sapeva innestare una buona dose di realismo e cinismo sulla base di un genere, la fantascienza, che normalmente ne è privo.

Curiosamente ambientato a Johannesburg, Distretto 9 sembrava quasi come un’esorcizzazione fantascientifica dell’apartheid: Blomkamp sfruttò con abilità l’intreccio narrativo del film per sollevare inquietudini, paure e riflessioni sulla discriminazione razziale e i suoi orrori.

Sfortunatamente non ritroviamo niente di tutto ciò in Elysium. Anche dopo una breve introduzione delle vicende, appare chiaro come il soggetto del film non sia niente di originale né di innovativo: un futuro distopico dilaniato da una lotta di classe tra un popolo oppresso e i ricchi al potere, classico topos fantascientifico che dal lontano Metropolis di F. Lang abbiamo visto riprodotto più volte sul grande schermo.

Queste sono le stesse premesse da cui parte anche Distretto 9, ma questa volta Blomkamp non riesce ad andare oltre ed Elysium tende presto ad adagiarsi su di una banalità e ovvietà, figlie dei più triti stereotipi del genere.

Affascina la bravura con cui Blomkamp descrive l’oppressione degli operai sulla terra, un’umanità quasi vontrieriana, costretta in una condizione emarginata, soffocata da un regime mostruoso (non a caso le guardie del regime sulla terra sono tutte robot) che la spinge verso ogni crudeltà, chiudendola in un ferino egoismo teso a garantire una sopravvivenza continuamente messa in discussione. Ma Elysium si ferma qua e non va oltre a queste premesse.

Nel ruolo di protagonista, al posto dell’antieroico Wikus Van De Merwe (Sharlto Copley) di Distretto 9, ingenuo, superficiale e cinico nel suo disperato tentativo di sopravvivere, troviamo uno tra i peggiori Matt Damon di sempre: il testosteronico Max Da Costa, un figura spenta, vuota e priva di ogni carisma, che, ricalcando passo per passo tutti gli stereotipi dell’eroe da blockbuster americano, da una difficile situazione iniziale, riuscirà poi a salvare il mondo.

E anche l’intero intreccio narrativo non si discosta dal classico blockbuster: troviamo l’ovvio cattivone machiavellico ossessionato dal potere (Jodie Foster), il suo invasato braccio destro assetato di sangue (Sharlto Copley) e infine anche la classica storia d’amore impossibile.

Questo insieme di cliché aggiunti all’ambientazione iper-futuristica (non solo per le vertiginose tecnologie messe in scena, tra esoscheletri meccanici e la stessa struttura di Elysium, ma anche perché il film è ambientato ad un secolo da oggi), allontanano a dismisura il lungometraggio dal contemporaneo, azzerando l’effetto realistico che il grande uso della telecamera a mano, tipico di Blomkamp, sembrerebbe voler suggerire. Ogni possibile spunto di riflessione o tematica tende, così, a spegnersi e il film non riesce a trascendesse il mero intreccio narrativo.

Certo la sceneggiatura è innegabilmente costruita con maestria. Il film, infatti, pur accatastando stereotipo su stereotipo, riesce ad intrattenere con efficacia, con uno sviluppo chiaro, solido e coerente, senza risultare mai troppo prevedibile. Ma se ci si ferma a riflettere un po’ ci si rende conto d’aver davanti un film che, dopo l’inizio interessante, tende a ripiegarsi su sé stesso diventando un lungometraggio piccolo, piccolo e di limitato respiro, che pur intrattenendo con efficacia non riesce ad aggiungere nulla a quanto è già stato fatto.

Temo non si possa definire Elysium un ritorno alla regia felice per Blomkamp, tanto Distretto 9 aveva colpito per la sua particolarità e originalità, tanto questo colpisce per la sua insignificanza, ovvietà e, forse, amaramente, inutilità.

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