Ci sono autori, personaggi, storie verso cui è difficile avere un approccio neutro, impersonale, disincantato e lucido. Le ragioni di questo atteggiamento sono spesso poco razionali, legate a cause che sappiamo definire solo in parte, e che rischiano colpevolmente di influenzare e rendere ridicolo, se non inutile, ogni tentativo di analisi, di commento, di parola “seria” su di loro. Dico fin d’ora che, per me, Pier Paolo Pasolini è uno di questi autori.

Se cerco le ragioni di questa difficoltà, se cerco il punto preciso in cui ogni riflessione su di lui si infrange contro una barriera insormontabile di mistero, fascino e segreto, se cerco le cause dell’effetto ipnotico che sempre suscitano le sue parole, quel senso sottointeso di “adesso stai capendo cosa vogliamo dirti solo a un livello elementare, al grado zero, ma continua a scavare, continua a frequentarci, ché quello che sai ora è incomparabilmente parziale rispetto a tutto ciò che noi sappiamo e potremmo dirti” trovo solo indizi non definitivi ma piantati in un luogo lontano della memoria, nel centro di un passato tanto remoto da essere quasi sprofondato nell’incoscienza. La gigantografia di due occhi enormi, neri, definitivi e inquisitori come mai occhi erano stati, che era esposta sopra la cassa del cinema della mia città durante la mia infanzia, ad esempio. Oppure il breve filmato intravisto una sera in televisione, un filmato in cui un uomo seduto in una cucina qualunque recitava a una donna anziana, tutta vestita di nero, una poesia che parlava di madri, e di amore e di inaccettabile inesorabilità del destino. Piccole tracce di una memoria che non sapeva nemmeno di comporsi, ma che proprio in questi elementi staccati, estemporanei, potenti senza consapevolezza, si formava e andava a depositarsi in un luogo ormai irraggiungibile della coscienza.

Quest’oscura, flebile, sciocca memoria influenza ogni parola che posso dire su Pier Paolo Pasolini, e di conseguenza su Qualcosa di scritto di EmanueleTrevi, opera multiforme e ibrida, piana nel suo scorrere una pagina dopo l’altra e insieme implacabile nell’aprire squarci di consapevolezza verso realtà ulteriori, acuminata nel suo suggerire interpretazioni possibili, nel suo proporre letture nuove che si compongono in un disegno affascinante che spiega l’opera di Pasolini ma che in realtà parla anche di qualcosa di molto più grande, che arriva a coinvolgere Trevi, il nostro mondo, il passato e il futuro, noi in prima persona. Non può essere definito un romanzo, un congegno del genere. Non rientra in nessuna categoria, non c’è un’etichetta adeguata a fissare un’opera come quella di Trevi, che mescola saggismo e narrazione, memoria e giornalismo, storia personale e critica in un insieme tanto perfetto da sembrare, a tratti, disorientante.

Potremmo, per cercare di trovare almeno un punto da cui partire per la sua definizione, dire che Qualcosa di scritto racconta la vicenda del giovane Emanuele Trevi, trovatosi a lavorare, agli albori della sua carriera di scrittore e critico, al Fondo Pasolini di Roma. Il Fondo è animato, abitato, dominato, identificato nella figura onnipresente e perfetta di Laura Betti, attrice e totem, custode feroce della memoria di Pasolini e vestale fedele al suo culto ben oltre i limiti del patetismo: è lei a giganteggiare nell’esordio di quest’opera, lei ad attraversarla dall’inizio alla fine l’enormità della sua presenza, con la forza dei suoi insulti infinitamente ripetuti, con le sue nevrosi spinte al di là di ogni limite, è lei a fare da contrappunto al percorso di ricerca di Trevi, che parte da quegli anni di lavoro nel centro della memoria pasoliniana per portare avanti quella che non è altro una lettura critica precisa ma dissimulata dell’opera di Pasolini e in particolare di Petrolio. Petrolio, opera ultima e per natura, per definizione incompiuta, opera impossibile da definire, da contenere, opera impossibile perfino da scrivere, e infatti mai uscita dallo stato di abbozzo. Testo di cui Pasolini stesso, per evidente e voluta incapacità di trovare una definizione migliore, parlava semplicemente come di “qualcosa di scritto”, appunto.

La storia del rapporto tra Trevi e Laura Betti, culminato nel fallimento del progetto di ricerca del giovane critico e in un definitivo, illuminante viaggio in Grecia, è solo il filo narrativo che regge la vera struttura di questo romanzo-non-romanzo, il suo vero percorso, il suo vero obiettivo, che è quello di parlare di Petrolio non come di un testo letterario ma come di qualcosa di indistinguibile dalla vita del suo autore, qualcosa che non scavalca solo le etichette di genere ma che arriva ad esondare definitivamente dal campo stesso della letteratura, fino ad essere del tutto indistinguibile dalla vita vera e propria.

In questo modo, Petrolio finisce per essere la chiave per illuminare l’esistenza di Pasolini, il mezzo attraverso cui comprenderne il percorso intellettuale ed esistenziale, cosa che è però possibile solo a patto di considerare quel testo non come un racconto sulla vita e sulla morte bensì come “una morte in atto”. Proprio di questo parla, in definitiva, Qualcosa di scritto: di un percorso esistenziale che è anche un percorso iniziatico, di una vicenda – quella di Pasolini – che non riesce a concludersi in sé stessa, in virtù del suo essere potentemente connessa sia a un futuro che in qualche modo conosceva pur non avendolo mai vissuto che a un remoto passato, al mondo lontanissimo della Grecia antica, con il suo carico infinito e definitivo di conoscenza e di mistero, con il suo essere luogo aurorale di ogni sfaccettatura della nostra civiltà. Nel romanzo di Trevi si descrivono, con stesso grado di forza, con la stessa temperatura letteraria, tanto la notte della prima elezione di Silvio Berlusconi a Presidente del Consiglio che la matrice e le forme dei rituali misterici di Eleusi. E, leggendo, non si può non avere la percezione evidente della presenza quasi fisica, molto più che fantasmatica, di Pasolini in entrambe le circostanze, appostato di fronte agli eventi, pronto a riderne o a lasciarsi possedere da essi.

Pasolini, e Petrolio, per Trevi sono esattamente questo: l’incarnazione di qualcosa che non riesce a bastare a se stessa, che tracima sempre, che scava in luoghi segreti in cui nessuno riesce a scendere senza pagare un prezzo alto, e da cui non si risale senza dolore. Petrolio viene quindi riletto come un testo scritto da un iniziato per altri iniziati, l’opera di un uomo arrivato al punto in cui ogni ragione precipita, ogni logica si condensa, e resta solo la forza di qualcosa che è definitivamente oltre-umano. In Petrolio, il protagonista vive la massima metamorfosi, il definitivo trapasso, quello che lo rende, da uomo, donna. Vive l’incontro con il suo doppio, vive il proprio diventare, essere quel doppio. Secondo Trevi Pasolini aveva scoperto nell’antichissimo rituale misterico di Eleusi, “il più celebre e insieme il più segreto di tutta l’antichità, […] fondato sull’iniziazione, sulla metamorfosi dell’individuo che produce la conoscenza suprema, contenuta nella visione” un riflesso della propria esperienza, e attraverso questa consapevolezza si era “sporto sull’abisso, aveva afferrato la realtà suprema e, per così dire, la realtà della realtà”. È questo il nucleo del romanzo, questo il nodo critico che Trevi vuole mettere in luce: la letteratura è il luogo di un’infinita metamorfosi, il luogo del cambiamento perenne, dell’eterno superarsi del singolo. Pasolini, nella sua opera e nella sua vita, ha portato la letteratura al suo estremo limite, al confine oltre cui trascolora in qualcosa che è altro da sé. E Petrolio, assieme al film Salò, è il luogo in cui questo percorso è arrivato al definitivo compimento.

Fermarsi a questo punto, mettere in luce questa tesi e considerarla il centro di questo strano romanzo, di questo saggio narrativo, di questa critica autobiografica, di questo “qualcosa di scritto”, significa non rendere giustizia al libro di Trevi, che è un’opera densa, labirintica, colma di spunti e di rivelazioni che emergono una dopo l’altra in maniera non caotica, anzi estremamente lucida e precisa, ma che si accumulano suggerendo infinite altre strade da percorrere, aprendo infiniti sentieri che sarebbe necessario battere. È un libro intenso, Qualcosa di scritto, un libro in cui ogni capitolo è pensiero concentrato, è un distillato di idee e contenuti in cui ogni parola va per forza di cose a segno, perché è troppo grande la precisione con cui è scelta e collocata sulla pagina. Un congegno narrativo in cui ogni scena, anche se apparentemente estemporanea, è in realtà parte del meccanismo conoscitivo generale, è una tessera del mosaico della narrazione che non potrebbe essere collocata altro che lì. Le storie di Pasolini, di Trevi che insegue un’interpretazione dell’opera di Pasolini, dei molti co-protagonisti della vicenda umana e intellettuale pasoliniana, di un viaggio finale che arriva alle fonti del Mistero, si mescolano e si compenetrano in questo racconto che vuole narrare e insieme spiegare, fare giustizia di qualche luogo comune e contemporaneamente aprire la strada verso una forma di verità ulteriore.

Molte critiche possono essere mosse a Trevi, critiche a proposito del merito della sua proposta interpretativa e del metodo con cui ha scelto di portarla
avanti: Petrolio, dopotutto, non è opera che possa essere risolta in una sola definizione, nell’esplicitazione di un solo punto di arrivo, e il procedere per illuminazioni, spunti, connessioni tra realtà, biografia e letteratura rischia di condurre a conclusioni suggestive ma estemporanee. Quel che è certo, però, è che Qualcosa di scritto è un libro che, nella sua originalità, conduce il lettore all’interno del meccanismo dell’opera pasoliniana con una forza a cui è difficile resistere, e per cui è difficile trovare paragoni. Qualsiasi sia il valore che si vuole dare alla sua tesi di fondo, è certo che questo romanzo-non-romanzo accompagna il suo lettore lungo un percorso che non attraversa solo la vita e l’opera di Pasolini ma che coinvolge direttamente, con la forza di un’esplosione, la vita del narratore, e dell’Italia degli ultimi decenni, e della cultura in generale. E, alla fine, anche chi legge non riesce a sottrarsi alla forza di quello che Trevi racconta, e si ritrova preso nel filo di questa trama che non è una trama ma uno spunto per un viaggio in cui la meta finisce per essere molto più lontana, e profonda, e incrostata di verità ulteriori, di quanto si sarebbe potuto immaginare.


Le nostre recensioni della cinquina finalista del premio Strega 2012:

Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie (92 voti)
Gianrico Carofiglio, Il silenzio dell’onda, Rizzoli (70 voti)
Alessandro Piperno, Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi, Mondadori (68 voti)
Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Einaudi (64 voti)
Lorenza Ghinelli, La colpa, Newton Compton (38 voti)

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