di Filippo Grendene. Nel centro de L’Aquila da più di un anno e mezzo marciscono le macerie del dramma delle 3 e 32 del 6 aprile 2009; ancora esiste una zona rossa interdetta, ancora famiglie vivono negli alberghi della costa abruzzese, ancora i concittadini aquilani sono costretti  ad armarsi di carriole e a sfondare i check point blindati. Il 20 novembre si è tenuta una manifestazione nazionale estremamente partecipata – si è parlato di 25.000 persone – organizzata per tentare di tener alta l’attenzione su una catastrofe che, nonostante gran parte delle problematiche aperte dal sisma e dagli errori umani ad esso precedenti restino tuttora aperte, rischia costantemente di essere dimenticata. Si tratta, certo, del destino di ogni notizia che sugli organi d’informazione nazionale – a meno che, naturalmente, non si tratti di cronaca nera e pruriginosa – non può avere una “vita” troppo lunga; verrebbe forse da pensare che le risate dei noti imprenditori la mattina del 6 aprile ci suggeriscano qualcosa di più. Fatto sta che per gli abitanti del capoluogo abruzzese i problemi non sono tuttora nemmeno lontanamente risolti. Non voglio qui analizzare la serie pressoché infinita di violazioni ai danni dei terremotati, dalle storie di segregazione nelle tendopoli (ormai famoso è il divieto della Coca Cola perché eccitante, ben più gravi sono stati i divieti di costituirsi in assemblee), ai raggiri burocratici; dalla militarizzazione del territorio, al ruolo della protezione civile; dai mancati interventi economici del governo (che a breve esige la restituzione delle tasse non pagate dal 6 aprile da parte di una popolazione senza lavoro e con mutui per palazzi crollati) alle speculazioni che, ad oggi, vari sedicenti fondi etici (che dovrebbero cioè rendere un basso tasso d’interesse in funzione di una vocazione sociale) stanno portando avanti sul territorio della città, ad esempio riguardo al complesso di Collemaggio; il tutto condito dalle deliranti dichiarazioni di Berlusconi. Il lungo elenco dei problemi – molti dei quali riportati da una ragazza del comitato 3e32 durante la preoccupazione a palazzo Maldura nella serata del 10 novembre – serve solo come panoramica. Di estremo interesse è la reazione degli abitanti che, durante questi 18 mesi, nella situazione di tremendo disagio fisico e psicologico in cui si sono trovati, non hanno mai desistito dal denunciare la situazione e dal far valere i propri diritti: costituzione di comitati, riappropriazione di spazi comuni (carenti in ogni città di questa Italia felicemente neoliberista, figurarsi nell’abitato terremotato), perseveranza nel ricordare al Paese la propria condizione. In molti casi si ha avuto il sospetto che L’Aquila fosse divenuta una sorta di laboratorio di controllo serrato da parte dello Stato, o meglio del Potere, su un ben delimitato gruppo umano in condizioni di forte tensione; l’impressione è che, almeno per certi versi, con la grande partecipazione – direi interclassista, se il termine non risultasse così desueto – all’interesse condiviso si sia venuto a creare nella disgrazia una sorta di laboratorio di tutt’altro segno, di democrazia veramente popolare e di valorizzazione di ciò che sta prendendo, nella prassi politica che giorno per giorno costruiamo, la definizione di “comune”. Vorrei riportare qui il caso del paesino di Pescomaggiore, indicativo nella sua particolarità delle implicazioni di queste tendenze. Il paese – poche decine di abitanti a 12 km da L’Aquila – venne gravemente danneggiato dal sisma; per le dinamiche di risoluzione immediate della crisi abitativa proposte dal governo, la frazione situata sulle pendici del Gran Sasso sarebbe stata verosimilmente destinata ad essere abbandonata. Il più vicino agglomerato di C.A.S.E., acronimo dei complessi abitativi antisismici vanto del governo, si trova a dieci km di distanza; le necessarie riparazioni alle abitazioni preannunciavano come dovunque tempi biblici. Gli abitanti, costituitisi già dal periodo precedente il sisma nel Comitato per la rinascita di Pescomaggiore, decidono di non sottostare alle stringenti norme governative e di tentare una soluzione in proprio. Con la collaborazione di un gruppo di architetti (Beyond Architecture Group) impegnati nella ricerca di una diversa concezione architettonica ed abitativa, sostenibile dai punti di vista umano, etico ed ambientale, progettano sette case in materiali a km zero, da edificarsi subito fuori dal centro abitato per far fronte alle esigenze abitative in vista della ricostruzione: la progettazione avviene in sintonia e previo ascolto e vaglio delle esigenze della popolazione terremotata, integrata dal punto di vista paesaggistico al contrario dei casermoni tanto osannati da Berlusconi, che hanno trasformato vaste aree di campagna in grigie periferie dormitorio. Si tratta di sette abitazioni costruite in legno e paglia intonacata, con un costo al mq inferiore di tre volte alle proposte governative: l’uso della paglia a scopo isolante lascia perplessi ad un primo approccio, salvo poi scoprire che si tratta di un materiale tradizionale nelle case coloniche nordamericane, con un’ottima resa isolante, di costo infimo e, a quanto pare, stimato nei nuovi rami architettonici volti alla sostenibilità. La corrente elettrica e l’acqua calda saranno fornite dai pannelli solari posti sui tetti, il calore invernale da stufe ad alto rendimento. Finita l’emergenza abitativa, completate le ristrutturazioni, i sette piccoli edifici saranno impiegati per tentare una microeconomia turistica nel paese, e per ridare slancio alla produzione agricola tipica che negli ultimi anni, tralasciata, era avviata al declino. Una risposta popolare dunque: si tratta forse della tanto ricercata “democrazia dal basso”? Alla costruzione hanno collaborato gli abitanti del paese e dei borghi vicini, oltre a numerosi volontari da tutta Italia: il progetto, oltre alla sensibilità ambientale, ha il pregio di aver ridato linfa vitale ad una comunità in difficoltà, permettendo l’instaurarsi di nuovi rapporti di solidarietà e tutela che paiono appartenere a tutt’altre epoche. Si è trattato, come recita il sito del “villaggio”, di accompagnare una collettività «verso l’edificazione del proprio “spazio”, non solo fatto di materiale edilizio ma soprattutto di tessuto sociale e interculturale». A seguito della catastrofe del 6 aprile è stato possibile realizzare questa esperienza, mosca bianca nelle dinamiche di edificazione sociale aquilane e nazionali; si è trattato, certo, di ripartire da zero in una situazione di grande difficoltà – qualcuno dei terremotati, con tutta l’amarezza che l’affermazione comporta, ha parlato di un’occasione. Una riflessione nel senso delle logiche differenti tentate da questo progetto dal basso mi sembra che potrebbe costituire uno dei molti punti di partenza per parlare di una prospettiva di futuro alternativa, a livello personale come sistemico. P.S. – pescomaggiore.org: sito del progetto di Pescomaggiore, per informarsi e contribuire. www.3e32.com; www.anno1.org: link a movimenti aquilani.
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