Enrico Papi trash

FENOMENOLOGIA DI ENRICO PAPI
Ovvero come ti creo una tv spazzatura di qualità in poche semplici mosse

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«Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità.
Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo.
Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello.
Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli.
In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere.
Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti»
Umberto Eco

Nel 1961 Umberto Eco scriveva e pubblicava il saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno, raccolto in Diario Minimo, in cui applicava le sue teorie semiotiche e semiologiche ad un vero e proprio, nel senso etimologico, fenomeno, cioè la televisione e in particolare un conduttore (la concorrenza era ancora abbastanza scarsa) venuto dall’America che ha letteralmente fatto la storia della televisione, prima pubblica e poi commerciale e che ha continuato a calcare le scene virtuali per più di quarant’anni dopo il saggio di Eco. In un altro celebre saggio, Apocalittici ed integrati, uscito per la prima volta nel ’64, il professore parla a lungo di cultura popolare e di massa e di come gli intellettuali si rapportano ad essa; nello stesso saggio inoltre, studia altri fenomeni mediatici e popolari come i fumetti e cantanti (Superman e Rita Pavone, per esempio) divenendo così precursore ed esperto di critica televisiva e musicale. In realtà Mike Bongiorno è un pretesto per analizzare con estrema lucidità e quasi con toni da profezia il cosiddetto appiattimento delle coscienze,  nel contesto del benessere diffuso portato dal boom economico e dai presunti vantaggi della diffusione della cultura di massa (definizione che in realtà Eco tende a smontare). La vera fenomenologia è quella dell’italiano medio. Lungi dal voler anche solo lontanamente imitare l’analisi di Eco e lontano dall’applicazione di salde teorie filosofico – scientifiche e dal lessico alto e prezioso di Eco, questo articolo intende proporre un sintetico profilo di quello che, a mio avviso, è un esempio abbastanza chiaro ed eclatante di presentatore nella Tv commerciale (e non solo): semplice e fallibile come Mike, ma in più sempre sorridente e frivolo. L’unica, amara, forse troppo sbrigativa, riflessione sociologica che mi sento di fare subito, è che se quello di Eco nel ’61 era l’uomo medio, cinquant’anni dopo forse non c’è più nemmeno la possibilità di fare una media, tanto è radicato (e tanto a lungo)  nelle coscienze di tutti l’immaginario e il linguaggio televisivo. E quando dico tutti intendo per esempio sia le persone poco istruite sia i laureati, distinzione ancora forte al tempo del saggio di Eco, come anche quella in classi sociali e culturali, oggi invece spazzata via da svolte storiche e anche dalla dittatura dei media e della realtà virtuale, che intellettuali «apocalittici» come Adorno avevano temuto e solo profeticamente intravisto. Se prima, in riferimento alla cultura di massa, il verbo era appiattire, adesso, a meno che non si tenga spenta la televisione, pare essere «apparire», ed in un certo senso anche «inculcare».

Dopo aver lavorato in Rai a diversi programmi dal 1988 al 1996, Enrico Papi approda in quello stesso anno a Mediaset diventando nel giro di pochi anni il volto, anzi, il faccione simpatico, più noto e consolidato di Italia Uno. Il suo primo programma in Mediaset sembra una profezia sul destino non solo della televisione e della stampa italiane, ma dell’intera vita sociale e politica del nostro Paese. Papi Quotidiani, che nel 2003 diventa Papirazzo (con ovvia allusione ai fotografi detti paparazzi) sostituisce durante l’estate Sgarbi quotidiani ed è una specie di contro telegiornale, le cui notizie riguardano il gossip, cioè gli affari privati dei cosiddetti Vip. Papi stesso scherza sul fatto di non saper bene pronunciare questo termine inglese che però entrerà inesorabilmente nel vocabolario degli italiani come sinonimo di “pettegolezzo” o anche “chiacchiera inutile” (Chiacchiere di Enrico Papi è il nome di un programma da lui scritto prima di lasciare la Rai). Nel 1997 inizia a condurre il fortunatissimo quiz musicale Sarabanda, chiuso definitivamente nel 2004, che resta il quiz musicale più longevo della storia della televisione italiana. Nel 2001, anno in cui torna alla Rai per il Dopo Festival di Sanremo, conduce anche per breve tempo su Canale 5 il suo unico quiz di cultura generale, L’anello debole, in cui i concorrenti formano una squadra, chi di loro sbaglia penalizza tutto il gruppo. L’aspetto interessante è che il conduttore non è accondiscendente verso qualsiasi esibizione di palese ignoranza, come negli altri quiz, ma critica e prende in giro, ai limiti dell’offesa, i concorrenti che sbagliano. Altri programmi celebri legati a Papi sono Matricole, Matricole e Meteore e La pupa  e il secchione. Ha anche condotto la nuova edizione de La ruota della fortuna. Negli ultimi anni si sono moltiplicati a dismisura i programmi di Papi, praticamente un nuovo quiz all’anno, ma si è completamente rinunciato all’innovazione. Nessuno di questi programmi richiede di sapere qualcosa, si tratta o di avere fortuna, o di indovinare facce di persone famose o abitudini degli italiani. Rispetto a Chi vuol essere milionario? i programmi di Papi non hanno nessuna aspirazione culturale e questo può anche essere un aspetto genuino e positivo, anche perché la cultura in TV rischia di essere banalizzata ed in effetti nel programma di Scotti, con la regola non scritta del “non la so, ma ci arrivo col ragionamento” il sapere viene spesso umiliato. Ci sarebbe da aggiungere anche, ma questo riguarda l’atteggiamento del singolo presentatore, lo strano effetto che fa sentire Scotti chiudere ogni sera il programma con «E che Dio vi benedica», come se il conduttore televisivo fosse il sacerdote di un rito laico o il messia di un nuovo credo. Se accettiamo il paragone blasfemo, Papi, nonostante il suo aspetto bonario e ingenuo, è decisamente l’Anticristo, soprattutto analizzando lo schema, che è il trionfo del sempre uguale, come direbbe Adorno, delle sue recenti trasmissioni: vallette seminude e volgari, con seni rifatti e doppi sensi più o meno cercati, concorrenti zombie imbrillantinati se maschi e seminudi come le vallette se femmine, con inquadrature panoramiche di seni sempre importanti. Una cosa che ho notato nell’ultimo programma che attualmente Papi conduce, Trasformat, in cui foto di personaggi famosi (politici, attori e showgirls vengono messi sullo stesso piano) vengono modificate al computer per essere indovinate, è che molto spesso i concorrenti dichiarano di essere studenti o laureati C’è anche la presenza fissa di una valletta sexy che viene riesumata ogni tanto durante il programma per ballare degli stacchetti su un fondo musicale da discoteca, come per creare una specie di filo conduttore del divertimento nella mente dei giovani. Il già citato La pupa e il secchione, prima edizione nel 2006 e seconda nel 2010, rompe il confine già rotto probabilmente nella vita reale tra classi sociali e tra cultura alta (rappresentata da chi va all’Università) e ignoranza attiva (rappresentata non tanto da chi onestamente lavora, quanto da chi cerca la fortuna tramite il Grande Fratello o la Tv in genere). Il programma è un’offesa alla dignità della donna (ma anche dell’uomo), è un’invasione di campo dell’intrattenimento e della volgarità nei confronti della cultura, è probabilmente uno dei più “grandi” esempi di Tv spazzatura degli ultimi anni. Il presupposto è che chi studia è uno sfigato che non fa attività fisica, non fa vita sociale, non  sa avvicinare le ragazze, mentre una ragazza bella che vuole fare televisione deve per forza avere il quoziente intellettivo di un bidone. Quindi il buon Papi compie la missione di mettere in combustione queste due diverse “realtà”: durante il reality i ragazzi dovranno darsi una svegliata e le ragazze dovranno acculturarsi, alla fine il pubblico premierà la coppia più affiatata. Viene proposto ai giovani un modello da evitare, ma il divertimento e il successo di pubblico è assicurato e nessun esponente della società civile o della stampa o della classe dirigente ha mai detto qualcosa, almeno finché non si è scoperto che alcune delle ragazze che partecipavano alle cene di Arcore erano le stesse che partecipavano al programma, ma ormai in Italia pare che commettere reati, vendersi, partecipare ai quiz, siano tutti modi ugualmente validi per farsi notare in televisione ed emergere socialmente ed economicamente. Lo sdegno e l’invettiva sono inevitabili quando si parla di certi programmi, ma ciò non significa additare Papi come il male assoluto. Lui resta un conduttore simpatico che fa bene il suo lavoro e che in un certo senso viene sfruttato dai dirigenti, o meglio,  si sfrutta la sua capacità di tirare fuori il peggio dalle persone e di fare della stupidità e dell’inutilità un pregio. Anche quello che resta il suo miglior programma, Sarabanda, che se non altro chiedeva ai concorrenti una certa abilità, negli ultimi anni aveva sacrificato la decenza all’audience, trasformando i concorrenti in personaggi ai limiti del “caso umano” come l’ “Uomo Gatto”, un animatore turistico a metà strada tra la sindrome di Peter Pan e la sociopatia, che poi venne sfidato dall’ “Uomo Tigre” e da altre persone in costume, raccolte in una puntata speciale dal titolo Sarabanda Wrestling, sulla scia probabilmente del successo di programmi come Smackdown. Meno trash, ma ugualmente artificiale fu il caso di Max, un concorrente che usava un nome falso e una maschera e che doveva vincere per poter sposare la sua amata e toglierla dalle grinfie di un persecutore. Mancava a quella trasmissione quello che Adorno chiama effetto di castrazione riferendosi alle nudità della pubblicità, che provocano un desiderio sessuale per forza represso e che  invece abbonda nelle trasmissioni più recenti, non solo in quelle di Papi.


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