Reportage Strega 2012 di ConAltriMezzi

di Caterina Di Paolo.

Quest’anno, come da sessantasei anni a questa parte, a Roma c’è stato il Premio Strega. Mi sono intrufolata al Ninfeo la sera delle premiazioni, per me era la prima volta: le considerazioni che trarrò qui vogliono essere indipendenti dal valore critico dei libri in gara – per farlo ci sono persone più adatte di me, che ho letto per intero solo una delle opere finaliste. Vorrei comunque esporre delle osservazioni semiserie sul Premio dal vivo, perché alcune cose mi sono parse rilevanti.

La serata conclusiva del Premio Strega ha molte affinità con una festa di matrimonio. Per entrare ci vuole un invito, ma con un po’ d’impegno ci si può imbucare. C’è da mangiare cibo aggratis, e la gente fa letteralmente a pugni per accaparrarsi un pezzo di torta. Come accade per la maggior parte dei matrimoni, chi non è invitato allo Strega ci vuole andare e chi è invitato sbuffa e si lamenta, per poi non mancare e dire in giro che c’è stato. Il museo etrusco di Villa Giulia offre il suo prato ai tavolini sbilenchi: per ognuno quattro bottigliette di giallissimo liquore Strega – per un banchetto editoriale una bomboniera editoriale.

Premiazione Strega 2012I tavolini più vicini al palco sono quelli della gente che conta: una cordicella e le tovaglie di un colore diverso segnalano la differenza tra patrizi e plebei, anche se la fauna è abbastanza uniforme. A ogni tavolino ci sono giornalisti che imbastiscono pezzi sull’iPad, editori che confabulano, scrittori che twittano, giovani redattori con l’aria di chi è alla festa del cugino più grande. Se in un matrimonio l’azione si svolge prima e poi ci si sbraga a mangiare, allo Strega prima si mangia – e si beve, si chiacchiera, si cammina in giro per il parco con aria tra il divertito e l’annoiato, si muore di caldo per la giacca sopra alla camicia o si fa attenzione a non cadere dai tacchi alti per colpa del ghiaino – e solo dopo c’è lo spoglio delle schede, il fiato tirato, la vittoria che per qualcuno è rocambolesca e per altri è prevedibile.

Anche se allo Strega nessuno si sposa in senso tradizionale, le vendite dello scrittore vincitore subiranno di sicuro un’impennata: per alcuni ciò significa congiungere letteratura e commercio (il Sacro Graal degli editori), mentre per altri l’unione è diversa – anche quest’anno il premio è stato fedele alla Mondadori, e ormai per alcuni si tratta di una coppia fissa. Una cosa è certa: se lo Strega è come il ricevimento di un matrimonio, non aspettatevi una roba da fricchettoni tipo banchetto sulla spiaggia e invitati a piedi nudi. Lo Strega è un matrimonio in chiesa: palloso, troppo lungo e anacronistico. Il Marzullo che vedete arrivare è quello vero, non Crozza con la parrucca, e il palco è già stato occupato da inviati di Rai1.

In un contesto tradizionale non ci si può ragionevolmente aspettare nulla di sperimentale o sconvolgente. Se la sposa ha il pancione e il matrimonio è in chiesa, il prete può alzare il sopracciglio e può levarsi un coro di mormorii, anche se siamo nel 2012. Ho detto Rai1: sapete cosa intendo. Una diretta mortifera, due schermi sul palco con la scritta Premio Strega su sfondo bordeaux tra due statuette dorate, e nessuno a esclamare «Fermi! Quella è la grafica dei Telegatti!»; una ragazza in verde coi capelli corti che urla brani dei libri in gara alternandosi con brevi interviste agli scrittori sudati e ansiosi (a proposito di scrittori che twittano, Filippo Bologna ha regalato all’etere il miglior cinquettio della serata: «Premio Strega: l’unica diretta che sembra differita»). Nella folla ci sono Rutelli, Tremonti, Alemanno. Cosa c’entrano con l’editoria? A me non è chiaro nemmeno cosa c’entrino con la politica, ma ci sono. Proprio come in un matrimonio tradizionale chi sugella l’unione tra un uomo e una donna è uno che ha fatto voto di castità. È il premio Strega: niente coppie di fatto.

Tommaso De Beni ha osservato che allo Strega non ci si può aspettare che vinca un romanzo ibrido, l’opera di un esordiente, qualcosa in ogni senso sperimentale. Questa considerazione è coerente con la rigidezza istituzionale che ho visto, e che Marta Perego ha descritto e fotografato su hounlibrointesta. Perego giustamente ricorda come i problemi dello Strega non siano affatto recenti: Pasolini nel ’68 si è ritirato dal premio, denunciando i compromessi che non avrebbero guarito la supremazia della logica industriale rispetto a quella culturale. Dagospia al vetriolo sentenzia: «I saputoni del retroscena, facevano girare la voce che la vittoria di Trevi era sicura per via di un accordo segreto che voleva il critico-scrittore arruolato dalla casa dello Struzzo per il prossimo anno. Sarà vero. Ma troppi soldi la Mondadori ha investito sul romanzo di Piperno, andato maluccio rispetto alle aspettative di vendita malcalcolate.

Cinquina Finale Strega 2012Lo Strega, insieme al Campiello, è rimasto fra i pochissimi premi letterari che fanno vendere libri.» E Andrea Molesini fa notare come secondo lui la giuria del Campiello sia composta in modo più equo e meno influenzabile di quella del premio romano, che sembra essere su una brutta china come le librerie Feltrinelli: da luoghi di custodia della cultura a fabbriche di fascette. Se Pasolini si è ritirato dal Premio per rifiuto dell’industrializzazione, Trevi in un’intervista a Nazione Indiana a proposito della «tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria» ne sottolinea l’aspetto empirico. «Gli editori e gli editor sono degli sfigati come tutti noi»: il successo di un libro non si può prevedere, si va a tentoni, e poche opportunità offrono un successo sicuro. Lo Strega è uno di questi casi.

Se pensiamo che l’editoria è un’industria che nasce in perdita, e ricordiamo i minacciosi numeri sul calo dei lettori e l’ipertrofia delle pubblicazioni, diventa ancora più chiaro quanto il premio romano possa far gola anche a un colosso. Ma temo che non si tratti solo di questo: camminando per il Ninfeo mi pareva che tutto dicesse «vedi, tu sei giovane e ti sei fatta una certa idea. Hai pensato che un romanzo ibrido potesse vincere, hai seguito con passione i dibattiti sulla cinquina e prima della cinquina come se la questione fossero i libri in gara. Ma qui non stiamo parlando di libri. Stiamo parlando di persone che si conoscono, si parlano, si chiedono cose. E più uno conosce più uno chiede. Siamo lontani anni luce dalle tue edizioni impegnate politicamente, dalle tue piccole e coraggiose pubblicazioni, dai tuoi fumetti. Qui c’è Rai1, ci sono politici, ci sono direttori di giornali, editori grossi. Qui bazzica la gente che conta e la gente che conta continua a sposarsi in chiesa, e non ama che si sfori troppo.»

Il giorno successivo alla vincita di Piperno le polemiche sono finite sui giornali. Il «Corriere» ha riportato lo sfogo di Vincenzo Ostuni (Ponte alle Grazie) su Facebook, mentre l’autore di Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi ha dichiarato che è abituato a essere preso per antipatico. Anche se c’è chi ha detto che criticare i vincitori è poco fine, non sono d’accordo e penso che un dibattito rispetto al valore letterario delle opere in gara sia sempre lecito – ma in questo caso non mi sembra la questione principale. Franchini di Mondadori ha respinto con forza le voci complottistiche dicendo che i giurati dello Strega non sono delle “marionette”, ma che il premio puzzi di bruciato – e di grandi case editrici – è ormai un fatto. E se la puzza di bruciato si fa troppa, la credibilità dello Strega può vacillare anche tra chi si fa abbindolare da una fascetta. Sarebbe giusto che proprio la credibilità diventasse l’argomento di discussione principale. Se non altro per dimostrare che l’ingessatura da gente bene è solo un’apparenza, e concedere il giusto spazio a quello che in un premio letterario dovrebbe contare davvero: la letteratura.

 

3 commenti a “ Finché morte non ci separi. L’immutabilità dello Strega ”

  1. Non intendevo dire che dallo Strega devono stare fuori i romanzi sperimentali. Volponi che è uno degli scrittori più sperimentali in Italia è anche l’unico che l’ha vinto due volte. E l’ha vinto anche Landolfi, un autore considerato di nicchia che ha sempre scritto solo racconti. Quello di Trevi non mi pare un romanzo sperimentale. Petrolio di Pasolini è un romanzo sperimentale. Non si può pensare di vincere all’ombra di un grande. L’articolo comunque è molto divertente e alla fine mi pare siamo d’accordo sul fatto che ogni anno allo Strega si parla di tutto tranne che di letteratura.

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  2. Caterina

    Caterina

    Non mi riferivo (anche se nel pezzo è poco chiaro) al libro di Trevi riguardo al tuo articolo, ma al fatto che tu abbia sottolineato come quest’anno sia stato premiato un romanzo e non qualcosa di ibrido come “Storia della mia gente” o “Canale Mussolini”. è anche vero che ormai si confonde la sperimentazione stilistica interna al romanzo con la forma di una narrazione, per cui se uno scrive un libro autobiografico (Nesi) o un libro di critica-memoir (Trevi) sta automaticamente sperimentando. Naturalmente non è così.
    Però non sono nemmeno d’accordo sul fatto che il libro di Trevi sia valido solo all’ombra di Pasolini. Allora anche “I cani del nulla” sarebbe valido all’ombra di D’Annunzio. Mentre il percorso di Trevi è già descritto programmaticamente in “Istruzioni per l’uso del lupo”: l’intento di riportare la critica letteraria a una dimensione umana e quotidiana, rompere un circolo chiuso. Secondo me si può dire che Trevi abbia costruito un modo suo di fare critica, su cui costruisce alcuni dei suoi romanzi. Questo non fa di lui qualcuno che vive sulle spalle dei grandi, ma un critico che cerca nuove prospettive, rischiando nel proporre nuove letture, e a modo suo sperimentando.

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