Francesca Melandri - Più alto del mare

Recensione di “Più in alto del mare”, romanzo di Francesca Melandri, finalista nella cinquina del Premio Campiello 2012.

Sono sempre più convinto del fatto che in certe recensioni sia utile esordire partendo dall’aspetto del libro. In questo senso Più in alto del mare di Francesca Melandri ha tutte le carte in regola per essere un romanzo che può starvi (e starmi) sul cazzo. Progetto grafico elegante, copertina cartonata rigida, diciassette euri per un libro stampato in carattere 14 e un bordo bianco di un pollice per due. Duecentotrentaquattro pagine che potrebbero essere cento e almeno sette euro di meno. Oltre a questo vai mai a sapere che l’autrice è parente di quell’altra Melandri, l’ex Ministro (è sua sorella, appunto). Per la verità è pure cugina di Gianni Minoli. Ma niente paura: se l’anno scorso sono riuscito a leggere e recensire il romanzo di Luciana Castellina, nulla mi può fermare. In realtà ciò che conta, e che ci interessa, è il contenuto di questo libro, la storia che l’autrice ci ha voluto narrare. Perdonate questa mia parentesi.

Più in alto del mare non è un brutto romanzo. Non è brutto nel senso che non è male, non si potrebbe dire il contrario, lo si legge senza difficoltà e lo si gusta per la cura minimale in cui è stato scritto. Ma c’è qualcosa che non va, che non mi convince. La storia è molto semplice. Anni ’70. Anni di Piombo. Paolo, vedovo, ex professore di filosofia, e Luisa, donna, madre e grande lavoratrice, salpano in direzione di un’isola, mai nominata per nome (ma credo si tratti dell’Asinara, uno dei simboli, suo malgrado di quegli anni), che ospita un carcere di massima sicurezza. Paolo va a trovare il figlio, inghiottito nel folle vortice del terrorismo politico, Luisa il marito, dal violento passato, condannato per omicidio. Evento imprevisto: il maestrale decide di agitare le acque. Niente viaggio di ritorno, il mare è in tempesta: i due dovranno passare la notte sull’isola. A loro provvederà l’agente carcerario Pierfrancesco Nitti, terzo protagonista della vicenda, uomo incupito dalla violenza, perpetrata ai danni dei detenuti. Segreti che lo stanno allontanando dalla serenità degli affetti famigliari e che stanno mettendo in crisi il rapporto con la moglie.

In questo modo viene a crearsi un trio inaspettato, di persone distanti e molto diverse tra loro. Oscillazione tra imbarazzo e reciproca curiosità data dalla costrizione degli eventi: ecco che si innesca una strana alchimia. I tre personaggi si ritroveranno a condividere assieme un imprevisto ma fondamentale frammento di vita.

Francesca Melandri sceglie un modo inconsueto nel raccontare un determinato segmento storico, ovvero attraverso gli occhi dei parenti dei colpevoli, non delle vittime, una scelta ardua ma risolta in modo “gentile” – secondo i miei gusti un po’ troppo – densa ma ricca di tatto, fatta di semplici sensazioni, sguardi, contatti. E soprattutto sentimenti, piccoli gesti e sensazioni. Microonde dell’anima per soggettività particolarmente sensibili. Peccato per il finale a mio parere inquinato da un’improvvisa impennata di un certo lirismo romantico non richiesto e da un epilogo forse un po’ troppo “easy” e nello stesso tempo fuorviante (tranquilli, niente spoiler).

Più in alto del mare è un romanzo per certi versi – so che non è molto politicamente corretto affermarlo – femminile, nel senso che difficilmente potrei immaginarmi lo stesso romanzo scritto da un uomo. Probabilmente solo la sensibilità di una donna avrebbe potuto svolgerlo in questo modo, nelle scelte narrative e nell’indugiare spesso in determinate descrizioni (l’aria che profuma di elicrisio, i cespugli di euforbia…) o nell’accurata contemplazione di minimi dettagli, in realtà mai ridondanti, salvo qualche piccola eccezione (stilemi un poco scontati in luogo di metafore ed accostamenti lessicali).

In sostanza non credo di essere il lettore adatto per questo genere di libri, senza contare il fatto che non riesco a togliermi dalla testa l’idea di trovarmi di fronte ad un libro che Veltroni consiglierebbe ai propri figli. L’impressione è quella di avere a che fare con un romanzo che nasce da una certa nuance culturale, una certa visione del mondo, da una certa sensibilità intellettuale, che predilige la garbata descrizione dell’animo umano e della storia, seppur turbolenta, del nostro paese, filtrato attraverso il pudore e la morigeratezza di uno stile accurato, mai al di sopra delle righe. Le asprezze e i chiaroscuri vengono in questo modo livellati da una leggerezza ed eleganza costanti, mai gravi né cupe, malgrado certe pennellate crude ed instantanee, e gli ingredienti della narrazione che potrebbero alludere a tutt’altra idea di romanzo. Smussature che, infine, possono risultare funzionali al romanzo stesso, al suo messaggio, e allo stesso tempo apparire accomodanti entrando nell’ottica della finzione letteraria.

Più in alto del mare è un romanzo sulla dignità del dolore, sulla solitudine, sulla compassione e sull’elaborazione di un trauma. Si tratta di un piccolo viaggio intimo e raffinato, all’interno di tre diversi deserti umani, in un certo senso mementi della nostra società e del nostro passato. Per certi versi si ha l’impressione di essere di fronte alla messa in scena di un trittico costante, sapientemente gestito dall’autrice. Difatti la caratterizzazione dei personaggi, davvero convincente, attenta e non superficiale, è uno dei punti di forza dell’intera narrazione. Anzi, probabilmente si tratta dell’aspetto più riuscito di questo romanzo, assieme al confronto del padre con il figlio terrorista, non pentito dei propri deliri, rimasto vittima della vertigine ideologica e dell’abisso della violenza.

Da questi ritratti emergono lutti insopprimibili, ma anche amori inestirpabili, come quello filiale di Paolo nei confronti del sangue del suo sangue. La Melandri riesce inoltre nell’intento di esibire una scrittura fresca e coagulata, che lascia il lettore sospeso in dense riflessioni che sembrano orbitare attorno a due parole d’ordine: “empatia” e “riconciliazione”, i due poli del romanzo. Ovvero lo scambio intimo dei protagonisti, che si innesca in silenzio, che prosegue sottotraccia, fino a palesarsi esplicitamente nel finale, e il ricongiungimento con una pace anelata in silenzio, mai piena e risolutiva, ma palliativa. Una comprensione del dolore mediante la condivisione della sofferenza, che rende tale ferita meno orribile, una cicatrice più facile da sopportare.

Infine la domanda da un milione di dollari: potrebbe questo romanzo averla vinta sugli altri della cinquina? Potrebbe. Più in alto del mare è un romanzo ricco di suggestioni, è scritto bene, ambisce, seppur con “gentilezza”, ad essere un romanzo importante, in quanto affronta un tema pesante della nostra storia collettiva giocando la carta di un pathos semplice, minimale, forte ed elegante. E lo fa servendosi dello strumento letterario, senza imbastardirsi con il linguaggio giornalistico, la scrittura d’inchiesta, la memorialistica storica o la cronaca dell’epoca (scelte narrative operate in passato da altri autori). Un libro che ha quindi le carte in regola per poter convincere una giuria di lettori particolarmente moderati ed emotivi. Anche se non mi risulta che tale giuria sia presieduta da Daria Bignardi.

 

Le nostre recensioni della cinquina finalista del premio Campiello 2012:

Carmine Abate, La collina del vento, Mondadori
Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Einaudi
Francesca Melandri, Più in alto del mare, Rizzoli
Marco Missiroli, Il senso dell’elefante, Guanda
Giovanni Montanaro, Tutti i colori del mondo, Feltrinelli

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )