di Giulia Roncato. L’incognita seducente è per definizione l’unico elemento che un uomo può poter desiderare un’intera vita, senza mai ravvedersene, e buttarsi cieco in essa, senza conoscere nulla di quell’incognita, proprio in quanto incognita. Credo che la pubblicazione di un libro sia esattamente l’incognita seducente dell’aspirante scrittore, che spesso aspirante rimane, e abbandona l’etichetta “scrittore”. C’è anche però chi, dopo aver avuto la fortuna di riuscire a pubblicare un libro, e quindi oltrepassare per sempre la linea di demarcazione tra aspiranti (scrittori) e scrittori, arriva persino a ripubblicarlo. Perché? Francesco Piccolo, scrittore e sceneggiatore, esordì nel mondo della narrativa con il suo Storie di primogeniti e figli unici nel 1996, e grazie a questa raccolta di racconti brevissimi vinse il Premio Berto e il Premio Chiara. Se nel 1996 fu Feltrinelli a pubblicare il libro, è ad Einaudi che si deve la sua ripubblicazione nel 2012, ed è anche grazie ad Einaudi (e non a Feltrinelli) che io ho conosciuto questo libro e l’ho letto. Nella seconda edizione cambia semplicemente una cosa: Piccolo aggiunge una post-fazione in cui si concentrano i suoi pensieri relativi alla figura dello scrittore, arricchiti da alcune sue esperienze personali. E credetemi, non è cronaca. E’ qualcosa di più: questa post-fazione è il desiderio di Piccolo di rielaborare mentalmente la sua incognita seducente, intrinsecamente diversa da come se l’era immaginata quando era ancora un’incognita. Mi spiego meglio: Piccolo scrive dei racconti, brevi, scarni, affettuosi, ma incisivi; Feltrinelli li pubblica, ed è un successo (almeno per il racconto che apre la raccolta, Dal lato della strada, l’unico in effetti che tocchi le corde della letteratura); Piccolo si rende conto di accogliere la pubblicazione del suo primo libro, cioè la sua incognita seducente, in un modo diverso da quello che probabilmente per una vita aveva immaginato; Einaudi, dopo sedici anni, ripubblica la raccolta di racconti, ed ecco, spunta una post-fazione dell’autore che inizia così:
  • “Esistono tre fasi negli anni successivi all’uscita di un libro. La prima, è di un allontanamento rapido per far posto alle altre idee, con un legame emotivo positivo o negativo a seconda delle sensazioni avute, ma tutte le sensazioni sono ancora palpabili, vicine – troppo vicine; la cosa migliore da fare è lasciar perdere, pensarci il meno possibile.
  • La seconda, è un periodo di confusione totale, in cui non si ha alcuna idea di cosa si è scritto, non si ha un giudizio, non si capisce nemmeno se quel libro ha portato qualcosa alla strada percorsa in seguito.
  • La terza fase è l’ultima, più lontana, ma anche più lucida, rasserenata: si approda a un giudizio del libro piuttosto realistico, con una propensione all’affetto e alla tenerezza perché identifichiamo il libro con un periodo della giovinezza. (…) Detto questo, bisognerebbe proprio che, nel momento in cui si decide di ripubblicare un libro, si sia approdati alla terza fase. In qualche modo, dovrebbe essere proprio quello il motivo principale per ripubblicarlo. E invece dichiaro subito che mi trovo decisamente nella profondità degli abissi della seconda – e la seconda fase è incominciata quasi subito, e sembra non finire mai.”
C’è una consapevolezza a metà in queste parole di Piccolo: lo scrittore riconosce che la pubblicazione del libro non ha portato ancora (dopo sedici anni) alla cosiddetta terza fase; al contrario egli brancola ancora nel buio, ed è come se non sapesse nulla di quello che nel 1996 decise di pubblicare. L’incognita seducente, che nell’immaginario dovrebbe condurre alla terza fase, chiamandola però prima fase, condanna invece lo scrittore in un limbo perpetuo nella seconda fase. Ecco che è la confusione totale a portare alla ripubblicazione del libro, perchè la confusione totale è una dimensione scomoda, che ci si illude di eliminare con una seconda incognita seducente (ripubblicare un libro). Tutto questo per dire cosa? Che Francesco Piccolo brancola sicuramente ancora nella seconda fase, e brancola lì dentro con ogni altro scrittore che abbia avuto la “fortuna” di svelare l’incognita seducente. E che la terza fase, di cui Piccolo parla, probabilmente non esiste, se non nell’immaginario dell’aspirante scrittore, e seppur con meno pregnanza anche dello scrittore. Storie di primogeniti e figli unici è un libro gradevole, che fa sorridere, e che con la sua attenzione ai dettagli semplici rimanda a un mondo sospeso tra infanzia reale e infanzia immaginata, e che non smette di far sorridere nella nuova edizione; anzi, grazie proprio alla nuova post-fazione, la dimensione umana del libro risulta più piena, più tonda, e si finisce per ammirare Francesco Piccolo anche nella sua componente umana. Alla fine, a ripensare al libro, di tutti i discorsi filosofici fatti prima, non te ne frega niente.    
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