Gabriel Garcia Marquez

di Natalia Benedetti.

Il primo aggettivo che mi viene in mente è travolgente, nel bene e nel male, che ti piaccia o meno. Non può non colpirti, non esiste un criterio per giudicarlo o descriverlo, come la poesia; per qualcuno segnerà uno spartiacque emotivo, altri non supereranno la seconda pagina. Io l’ho trovato straordinario, così imponente da lasciarti spiazzato, così emozionante da farti piangere, senza motivo, così ricco da stordirti e farti pensare di non avere capito niente, fino alla fine.

Gabriel Garcia Marquez - Cent'anni di solitudineCent’anni di solitudine può essere visto come un paradigma della condizione umana, la storia di una famiglia che fonda una piccola città, Macondo, e dà inizio ad una stirpe lunga cent’anni, cent’anni in cui tutto cambia e tutto resta lo stesso, nell’evoluzione della tecnologia, nella crescita delle ambizioni. I membri della famiglia Buendìa incarnano ciascuno l’archetipo di una ossessione umana, di un assoluto autodistruttivo. Il primo della stirpe è Josè Arcadio Buendìa che nell’ossessiva ricerca della conoscenza finirà per impazzire, solo, lontano anni luce da tutto e da tutti, legato ad un albero ad appassire con le sue allucinazioni; ed il colonnello Aureliano Buendìa, suo figlio e primo nato di Macondo, che nella rincorsa sfrenata delle sue ambizioni, della volontà di potenza, dopo avere promosso trentadue guerre senza averne vinta alcuna ed aver avuto 17 figli da donne conosciute soltanto una notte, tutti uccisi, dopo avere scoperto la sua incapacità ad amare, la sua aridità interiore, finirà per chiudersi nel silenzio consapevole della vanità della sua esistenza, per concludere i suoi giorni chiuso in un laboratorio a fabbricare pesciolini d’oro.

I personaggi femminili emergono sulla scia della prima donna di Macondo: Ursula, energica ed appassionata, trascorrerà tutta la vita a tentare di ricucire i pezzi della sua famiglia, a lottare con tutte le forze per mantenere viva la sua amata stirpe, unico coraggioso esempio di un’unità profonda mai del tutto raggiunta fra i suoi membri, eppure anche questo forte personaggio femminile concluderà i suoi giorni nella presa di coscienza di una frattura, una disarmonia profonda che si trascina da tempo nel germe stesso della stirpe e che la porterà verso la distruzione. Amaranta, sorella del colonnello Aureliano, è una presenza lieve che conduce la sua esistenza contro corrente in disparte, appare dura e insensibile mentre si logora per uomini ed amori troppo grandi per la sua fragilità, per la sua tremenda paura dell’amore, li condurrà alla pazzia, al suicidio, ma non riuscirà mai ad afferrare ciò che desidera perché vittima, triste e altera di una profonda interdizione all’amore; e Aureliano Secondo, che simboleggia l’apoteosi delle passioni terrene e carnali: pazzo per il cibo e per il sesso, vive nella fornicazione sfrenata con l’amante per scoprire l’amore soltanto alla fine dei suoi giorni, ucciso da un tumore frutto del malocchio scagliato dalla moglie tradita. Questi sono solo alcuni degli straordinari personaggi del romanzo, ciascuno simbolo della grandezza e piccolezza umana, della vanità, delle passioni, ciascuno solo, di una solitudine insondabile e impenetrabile, che si trascina generazione dopo generazione sempre uguale. Ogni nuovo nato porta il nome del primo della stirpe, così che la ripetizione fa perdere di vista il tempo e la realtà, il lettore rimane confuso di fronte all’infinita linea genealogica dei personaggi che si ripetono tutti uguali; nel dramma dell’eterno ritorno ci si domanda disperatamente se c’è qualcosa di reale, se si esiste veramente.

Gabriel Garcia MarquezOgni personaggio si mostra in rapporto all’amore, ciascuno perseguendo la passione carnale, l’amore spirituale o un’illusione ideale, ognuno a suo modo interdetto all’amore ma in costante lotta e tensione con esso, nel romanzo emerge come sia questa la straordinaria forza propulsiva delle azioni umane, che si perdono e si ritrovano nella sua rincorsa. L’autore crea per Macondo uno spazio temporale lontano da tutto e da tutti , privo di contorni reali, il tempo corre in modo non uniforme, come guidato dai salti per ricordi ed associazioni che caratterizzano la mente umana, sembra di vivere un eterno presente, mentre i toni della favola trasportano la storia lontano dalla realtà, attraverso una simbologia stravagante e luminosa. Nell’evoluzione del villaggio, da piccolo agglomerato di capanne a città invasa dalle nuove tecnologie, e della rincorsa forsennata ed impersonale dell’economia e del guadagno, nelle nascite e nelle morti di questa famiglia, nelle partenze e nei ritorni delle loro esistenze possiamo scorrere lo sviluppo della storia, il suo andamento guidato dalla lotta e dalla passione degli uomini e delle loro ossessioni, percepiamo il suo eterno ripetersi nonostante il cambiamento. Non è un romanzo semplice, non ha lieto fine, Macondo è il paradigma di una condizione mentale: la solitudine, l’impossibilità di incontrarsi, l’incomunicabilità, ma allo stesso tempo è impossibile non scorgere l’enorme carica positiva che fa muovere queste misere esistenze, la forza della creazione che guida ogni scoperta, ogni rincorsa sfrenata verso l’ignoto, la passione sconosciuta che da sempre fa muovere l’uomo e lo spinge a creare, costruire, distruggere e morire sempre senza mai sapere verso dove sta correndo. In questo la capacità espressiva dell’autore è assolutamente straordinaria e commovente, i personaggi sono ritratti con una bravura che non per niente ha valso il Nobel all’autore. Una lettura attenta non può lasciare indifferenti, ed anzi stimola ad una riflessione introspettiva ricca di spunti. Macondo, che molti hanno rinominato la città degli specchi, esiste dentro ciascuno di noi, è la sede delle nostre paure e passioni più profonde, è la fonte di ogni gioia e dolore, tutto sta nell’avere la forza di mettersi di fronte ad uno specchio e guardarsi dentro… abbiamo la forza di capire chi siamo e dove ci stiamo portando, se siamo soli, se siamo felici?

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