Perdersi a Padova

di Fabio Masieri.

Dicono l’universo sia uniforme, cioè uguale in ogni suo punto su di una scala sufficientemente grande. Cosa voglia dire di preciso non ne ho idea. Ogni tanto mi pare di avere qualche piccola rivelazione su questo mistero: oggi, per esempio, mi sono perso. Però ho capito che, se ruotassimo tutta la città di novanta gradi sul piano orizzontale, non cambierebbe niente, potrei camminare sulla parete che ora sta alla mia destra e avere la strada in piedi alla mia sinistra. Certo, in questa maniera le porte dei negozi e delle abitazioni diventerebbero praticamente dei pozzi. Le case e i negozi come pozzi.

Penso abbia senso, no? Si attinge il necessario, ma c’è il rischio di annegarci dentro.

Sta di fatto che comunque mi sono perso. Sono anni che non mi capitava, un po’ perché questo posto lo conosco abbastanza bene ormai, un po’ perché perdersi non è una cosa che capita e basta, ma che deve essere in parte voluta. Prima di tutto: se non interessa sapere dove si è, come si fa a perdersi? E riflettendoci attentamente, camminare a caso, senza una meta, affidandosi solo vagamente al senso dell’orientamento è la miglior maniera per non perdersi. Ovviamente questa cosa ha delle condizioni. Una buona dose di tempo libero innanzitutto. Poi non bisogna conoscere troppo bene il posto, altrimenti si trova sempre qualche indizio. Infine è essenziale avere il giusto passo.

Ecco, il passo forse è la cosa fondamentale. Quale sia quello giusto, però, è cosa difficilissima a dirsi.

Ma tutto questo ha poco a che fare con la nostra storia. La nostra storia verte sul fatto che oggi mi sono perso. E oggi assolutamente non dovevo perdermi, fondamentalmente per due motivi: il primo è che piove. E quando piove, a Padova, non c’è nessuna speranza di risolvere la cosa in maniera semplice. La pioggia di Padova ti bagna l’anima prima che le scarpe, la pioggia di Padova è densa anche quando è rada, la pioggia di Padova è un muro di umidità che ti crolla addosso, senza che ci sia una maniera per scappare. O meglio, c’è: basta rifugiarsi in un bar finché non smette, ma oggi decisamente non è possibile.

Infatti il secondo motivo è che lei mi sta aspettando. In realtà questa è una bugia. Lei non mi aspetta mai. Carpe diem: se sei lì al momento giusto, lei sarà lì per te, altrimenti non avrà pietà. Ma devi trovare il momento giusto, leggere i segni per essere lì, trovare l’attimo in cui tutto accada per puro caso dopo essere stato attentamente pianificato. Γίγνωσκε καιρόν dicevano anche, tanto tempo fa. Chissà se chi l’ha detto per primo era nella mia stessa situazione.

Torno a pensare alle pareti di questa città, se decidessero di ruotare. Sì, con questa pioggia diventerebbero davvero dei pozzi. Vedere le vetrine dei negozi del centro che diventano acquari a pavimento, come nei ristoranti cinesi: banchi di vestiti come voluminosi ed eleganti pesci tropicali, che si gonfiano sotto i miei piedi. E quanti libri adagiati sul fondo, come crostacei pigri e malvolenti, in attesa di perdere ogni parola. Mi fa sempre questo effetto camminare sotto la pioggia, deve essere l’umidità, una nebbia che avvolge ogni cosa, dentro e fuori la mente. I contorni si sfumano e si confondo, come con un paio di lenti appannate. Padova è così quando piove: come un paio di occhiali sempre appannati. E la testa si annebbia assieme, con i pensieri che iniziano a vagare con pochi scopi e ancor meno senso. Così vengono a galla questi pensieri e ogni tanto ci si perde a seguirli.

Perdersi.

Pensavo a come, in inglese, si traduca con “get lost” ma, per una persona che si è persa o che è scomparsa, si usi “missing”. Miss. Qualcosa che manca da un altro posto. Perdersi significa essere nel posto sbagliato invece di quello dove si è attesi. Mi piacerebbe essere atteso da qualche parte in questa giornata. Ma l’unico che attende sono io di solito.

Getto uno sguardo speranzoso al cielo, ma la pioggia mi bagna ancora gli occhiali. Mi ricordo dei primi tempi all’università, allora sì che mi perdevo spesso e volentieri. Ora invece so trovare la direzione giusta quasi ovunque, riconosco sempre qualche strada. Che noia. E poi ecco, oggi mi sono perso di nuovo.

Più ci rifletto e più mi sembra chiaro e misterioso il rapporto fra me e questa città. È una donna anche lei, e il mio vagare per le sue strade è sempre stato il riflesso del mio rapporto con loro. Prima disperso, abbandonato. Poi alla scoperta di qualcosa di nuovo, che sembrava una speranza. Poi nella conoscenza sempre maggiore, nella disillusione. Poi nella noia, nella routine, nel fastidio di un errore.

E poi oggi. Di nuovo perso come il primo giorno. Perso per lei, perso in lei. E mi chiedo da dove manco invece. Dove dovrei essere se non qui? Se solo questa città ruotasse veramente. Se solo assieme ai muri potesse cambiare tutto. Lo spazio da un muro all’altro come la vera profondità da raggiungere. L’acqua. L’acqua e ancora l’acqua che cade dal cielo e riempie tutto. Che riesce sempre a inzupparti dalla testa ai piedi, senza speranza di fuggire, senza possibilità di ripararti. Come lei. Come l’amore. Quando le cose si stravolgono si affoga dentro le porte, le possibilità che si sono aperte. Giù, sempre più giù, fino a toccare un’altra parete.

E ora inizia a sembrarmi chiaro, anche in questo turbinio di pensieri, dove mi sta portando tutto questo. Vedo questa pioggia e queste strade sconosciute, e riconosco come mi hanno cambiato, entrando pian piano a far parte della mia vita. Mese dopo mese, anno dopo anno. E come mi hanno allontanato dalle mie sicurezze, togliendomi ogni giorno qualcosa, riplasmando, aggiungendo, cambiando, travolgendo. È la natura di una città così grande, una città che, dopotutto, come ogni oggetto presente in una cartina geografica, non può esistere se non nella mente delle persone: ci vuole qualcuno che dica che da questo punto a quell’altro c’è una città che ha quel nome preciso.

Una città è fatta delle persone e delle loro storie più che del cemento e delle chiese. E per mantenersi in vita ha bisogno di qualcuno che la ripensi di continuo, che la riviva, che la accolga e si faccia sommergere.

Padova.

Mi rifugio sotto un portico e scrollo l’ombrello, stizzito. Sul muro di fronte c’è una targa e inaspettatamente riconosco il nome della via. Però non saprei dire di preciso dove sono sbucato. Ci sono due direzioni: una che ovviamente mi riporterà in qualche zona sconosciuta, l’altra, se la memoria non m’inganna, dovrebbe andare invece verso il centro. Oh beh… è sempre così quando si sceglie una strada, no? Man mano che cammino lungo questa via mi sembra di riconoscere la zona. Devo aver preso la direzione giusta. Guardo l’orologio: è tardi. E all’improvviso il pensiero dell’ora ha sostituito quelli di prima.

Questo significa ritrovare la strada di casa. Tornare a preoccuparsi dell’ora e non più dei muri che diventano pavimenti, degli amori passati, delle città. È tardi adesso. Accelero il passo, lasciando definitivamente il passo-che-serve-per-perdersi, ancora una volta senza aver approfondito la sua natura sfuggente.

Se mi sbrigo dovrei riuscire a prendere il treno con lei. Non è distante e comunque sono fradicio, non ha molta importanza cercare le strade più riparate. Ce la posso fare. Sorrido da solo pensando alla sua fronte bagnata e ai suoi capelli arruffati dall’umidità quando arriverà in treno. Vale la pena correre un po’.

Non ci si perde per caso, in fondo bisogna volerlo. Mi chiedo se oggi volevo perdermi. Perché mai? Piove. Lei mi aspetta. Non volevo perdermi. Oggi, probabilmente, questa città aveva bisogno di qualcuno che pensasse a lei.

4 commenti a “ Get Lost – Racconto ”

  1. Giulia

    Giulia

    Bello il finale, in generale bello il tema di una città intesa come donna, un tema non nuovo, un tema che può sembrare banale, ma che per questo spesso viene dimenticato e non trattato: tu l’hai riportato in vita, anche se con un approccio forse troppo sentimentale, eccessivamente nostalgico (come se l’avessi scritto di getto, in preda all’emozione, e non ci avessi poi ragionato più di tanto). Il ritmo non è lineare in senso stretto, e certe parti non si accordano perfettamente tra di loro. Si ha come l’impressione di uno stile in evoluzione, non ancora ben deciso, che attinge da varie scuole letterarie senza però scegliere quale preferire; forse se fosse stato più breve avrebbe colpito di più.
    Però iniziamoli a leggere questi racconti, a scambiare impressioni: tutte queste pagine, scritte da fiumi di aspiranti scrittori, senza nessun commento, sono una caratteristica dei blog, ma offrono anche un quadro desolante. In bocca al lupo!

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  2. Eugenia

    Eugenia

    Secondo me non è che poi si percepisca più di tanto il tema della città-donna, né dell’eccessivo sentimentalismo. Nemmeno la nostalgia, non mi sembra che qui si evochi la città da lontano, dato che il protagonista letteralmente ci sta dentro. A me sembra più che altro, ma questa poi è una mia impressione soggettiva, che il protagonista si trovi, forse per caso, in una di quelle situazioni in cui un ciclo si è chiuso e un’altro si sta aprendo. Come se fosse vicino a una situazione ignota, ma che in qualche modo già conosce. Il tema, più che la città/donna, a me sembra lo smarrimento, il perdersi, lo scroscio della pioggia che sfuma le immagini.. Smarrirsi sia nelle strade di una città che si conosce fin troppo bene sia tra i propri stessi pensieri, come se strade e elucubrazioni siano una cosa sola. Sembra che al protagonista sia successo qualcosa che in un certo senso l’abbia smosso, emotivamente. O almeno a me succede così:mi perdo in una città che conosco solo quando sono emotivamente instabile; ma questa poi è una mia convinzione. Ho scritto troppo, e io che volevo solo cliccare un “mi piace” non compromettente. Bel racconto, comunque.

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