BOOK-REVIEW-METTE-PIOGGIA

Mette pioggia (Neo Edizioni) è un romanzo feroce ed estremo, che mette in scena una Sassari selvaggia e apocalittica, ma soprattutto lo stile teso e paranoico di Gianni Tetti, che a questo punto suggerisco di seguire con attenzione. Però peccato per quel finale un po’ così…

Un tizio si butta da un ponte. Tumori pelosi come ratti che crescono in pancia. Handicappati decapitati. Cannibalismi. Uxoricidi. Gatticidi. Praticamente una botta di vita questo romanzo di Gianni Tetti. Incredibile come quei pazzi della Neo Edizioni si incaponiscano nel pubblicare libri scostanti, confermandosi fornai di oggetti editoriali non identificati.

Una devozione, quella per titoli e autori strani(anti), che si conferma anche nella scelta di uscire con questa seconda prova di Gianni Tetti (già autore de I cani là fuori, 2010, Neo Edizioni) che è un romanzo-che-sembra-una-raccolta-di-racconti-ma-che-in-realtà-è-un-romanzo, tendenza peraltro sempre più benvoluta in giro (a me non tanto).

Ecco, un libro che vi direi di leggere mentre siete afflitti da un caldo  bastardo e appiccicoso. In quel caso vi sentirete in simbiosi con lo scirocco mefitico e opprimente («Qualcuno da qualche parte ha detto che quando c’è quello scirocco vuol dire che c’è il diavolo in giro») che vi accompagnerà nell’ultima settimana del mondo narrata in Mette pioggia.

Un’apocalisse selvaggia e sassarese che ospita scenari da disagio violento e pecoreccio. Cemento assolato e vecchie con galline morte dentro buste della spesa. Vicini di casa che vogliono far parlare i cani come i nazisti e muti strabici e sdentati che nascondono brutti segreti. Per le strade arrostite da un sole malato, testimoni di Geova sudaticci bussano alla porta di case sbagliate dove dominano orrori piccolo borghesi e grumi di aggressività repressa. La città sarda mostra i denti e rivela un habitat perfetto per metastasi ambulanti e delitti. Di qui l’escalation di impazzimento collettivo.

Forse sarebbe troppo facile raccontare la fine del mondo in luoghi glamour come Londra o New York. Forse la Sardegna qui da noi sta vivendo una certa popolarità letteraria. Forse è giunta l’ora di mettere da parte “alieni, meteoriti o glaciazioni”, e riservare la fine del mondo per un’infezione tanto inspiegabile quanto inesorabile, firmata Gianni Tetti, il cui romanzo, se volete un altro consiglio, va somministrato in piccole dosi. O almeno con qualche pausa in mezzo, malgrado lo stile nevrotico e incalzante che fa rincorrere le parole, i paragrafi, i capitoli uno dietro all’altro.

Mette pioggia è un libro che in effetti si vuol far divorare. Le ripetizioni, i periodi spezzati e ansiogeni: sulla frammentarietà data dai diversi narratori prevale la voce psicotica dell’autore e un clima teso e paranoico che compone la struttura di un catafalco esistenziale.

Già, immaginatevi un libro che in realtà è una bara. E dentro la bara dei capitoli che portano il nome dei giorni della settimana, e che si concentrano su storie distinte che rappresentano le angolazioni diverse per osservare il medesimo cancro. Ovvero un countdown scandito da piccoli-grandi cataclismi nevrastenici e raffiche di raptus un po’ dark e un po’ splatter che coinvolgono i personaggi. Ve li ricordate quei giocattoli degli anni ’90, che si aprivano e diventavano mini città, con i pupazzetti, le case e le strade? Ecco. Però una bara con un mondo dentro.

Forse il bello consiste nell’osservare queste piccole esistenze inserite in un esperimento crudele da qualche divinità particolarmente carogna (per adesso ci risulta solo Gianni Tetti, ma attendiamo aggiornamenti). E nell’aspettare che queste parvenze cieche e passive, volte ad esistenze puramente biologiche, finiscano nel baratro.

Diciamo che il gioco funziona. Se non altro per lo stile dell’autore, il quale, va detto, possiede una “voce” tutta sua. E questa è una cosa che, in uno scenario dominato da “trend editoriali”, toni “medi” e stereotipi a go go, apprezzo tantissimo da uno scrittore. Giusto per rendervi l’idea: il primo Aldo Nove, le esperienze cannibali e la secchezza di Cormac McCarthy, quel tizio che come Gatti non usa caratteri tipografici per segnalare il discorso diretto, ma che è “bravetto” nel rappresentare l’indifferenza del male.

Bene, un cocktail narrativo di questo tipo ti lascia la bocca polverosa e una sensazione maligna e riarsa in gola.

Quindi un romanzo feroce, un po’ estremo e felicemente riuscito? Sì, ma con qualche dubbio: il finale. Una volta raggiunto l’acme di drammaticità e dopo aver superato qualche episodio macabro, permeati dal caldo e dall’atmosfera deprimente, ecco che arriva la pioggia. E che succede?

 

«La porta d’ingresso è aperta. Zanon guarda fuori. A parte la pioggia fitta che rende tutto grigio, si vede la strada vuota, le macchine ferme, branchi di topi, gatti e cani che corrono tutti in una direzione. Non avevo mai notato tutti quegli alberi in strada, pensa Zanon. E si vedono uomini e donne immobili sotto la pioggia. Fermi, in piedi, con la testa rivolta verso l’alto e la bocca aperta»

E di più non posso rivelare.

Il finale viene risolto negli ultimi due capitoli, Sabato e Domenica, che guarda caso sono i più brevi del romanzo (ahia…). Data l’aspettativa e una full immersion così angosciante è lecito aspettarsi il peggio. Quindi sei al corrente di essere arrivato lì dove si gioca tutto, ma le pagine che ti rimangono in mano sembrano (troppo) poche.

E poi succede “l’incantesimo”. L’autore – che non va dimenticato, alle volte è una sorta di tiranno, a seconda dei casi saggio, amorevole, crudele o semplicemente stronzo – schiocca le dita e inforca la pista della catarsi (?) collettiva (?). Una sorta di epilogo allegorico (?), ma sintetizzato all’osso. E quindi niente di male nel passare dalle malebolge di Sassari a Ovidio (?!), in un battito di ciglia. Lecito cavarsela così?

Parere mio personalissimo: fino a un certo punto.

Sì perché fino ad un certo punto un romanzo può giustificarsi nel talento, nella voce personale, in una serie di suggestioni borderline. E fino ad un certo punto un romanzo può ritenersi completo per il solo fatto di aver saputo correlare tra loro elementi anche apparentemente dislocati.

Perché poi occorre saper chiudere bene la storia, forse anche da un punto di vista schifosamente strategico. Il lettore investe sentimento e neuroni in un’esperienza di lettura (sempre più rara e preziosa). Un rapporto intimo nel quale forse sarebbe bene investire di più e con più attenzione.

Pretendo troppo? Non funziona così? Allora ok, ci sto, ben vengano i colpi di coda o di matto. Purché la partita la si risolvi sì al 94esimo, sì con genio, estro e sregolatezza, ma con una rovesciata dal limite, un gesto atletico di surreale ed impeccabile fattura. Non con un gol in dubbia posizione di fuorigioco. Boh, spero di essermi spiegato.

Detto questo ora passo la palla a te lettore curioso, un po’ simile a quel palombaro raffigurato in copertina, pronto ad immergersi nel ventre acido dell’inferno.

Un solo avvertimento: l’ombrello che tieni in mano non ti servirà un cazzo anche se “Mette pioggia”.

 

Gianni Tetti, Mette pioggia, Neo Edizioni, 2014, pg. 208.

 

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Alessandro Turati, Le 13 cose: altro autore fuori come un balcone della scuderia Neo (anche se Tetti in realtà non è così freak);

Gioventù Cannibale: “La prima antologia italiana dell’orrore estremo” (LOL), “La grande carica di undici sfrenati, intemperanti, cavalieri dell’Apocalisse formato splatter nei reparti pieni di ogni ben di Dio del supermarket Italia. Tra atrocità quotidiane, adolescenza feroce e malinconie di sangue” (LOOOL);

Cormac McCarthy, La strada: per l’atmosfera da villaggio vacanze e per la secchezza della parola che genera radici nella carne e che porta il fuoco;

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