Gino Strada di Alberto Bullado. Gino Strada è uno stronzo. Basterebbe guardarlo in faccia, sentirlo parlare, contemplare i suoi atteggiamenti oltre che frequentare un passato, quello del divo-chirurgo, possibilmente non edulcorato dalle solite belle biografie sempre pronte a scremare la crusca quando serve. Ma Gino Strada è anche e soprattutto uno stronzo per come si è comportato nel recente caso relativo all’arresto, che qualcuno ha chiamato sequestro, dei tre operatori di Emergency in Afghanistan. Innanzitutto Gino strada è recidivo. Nel 2007 lo ritroviamo sbraitare insulti contro il governo Karzai reo di aver incarcerato Ramatullah Hanefi, manager di un ospedale di Emergency. Allora l’appello alla liberazione fatto girare per mezzo stampa raccolse molte firme tra le quali Gherardo Colombo, Enzo Biagi e Maurizio Costanzo. Nei giorni scorsi Gino Strada lo fa di nuovo, certo di avere alle spalle le maestranze necessarie per mobilitare il giusto numero di anime belle, magari in una manifestazione utile a smuovere le coscienze patrie, assopite quando non servili ad un umanitarismo libertario anche se altamente coatto. E così accade. Poi i tre operatori vengono liberati, buon per loro e le loro famiglie. Tuttavia, tra il gaudio e il legittimo sollievo in seguito alla risoluzione di un brutto guaio, la condotta del chirurgo più coraggioso del mondo si distingue, ancora una volta, per iperbolica ipocrisia e proverbiale stronzaggine. Alla notizia dell’arresto dei tre medici Gino Strada insorse: «… adesso è ora che chi di dovere tiri fuori i nostri ragazzi. Può farlo, bene e in fretta, glielo ricorderemo sabato pomeriggio in piazza Navona a Roma… Fossero stati tre cittadini americani erano liberi in tre minuti». Lasciando stare la supponenza del tono, anche se alle volte la franchezza va apprezzata, vorrei soffermarmi sull’ontologia del gesto. Gino Strada è ritenuto, se non da tutti, da molti, un paladino delle libertà individuali, un ribelle, un uomo che fa del bene forte anche di un certo coraggioso anticonformismo che travalica l’intento puramente umanitario delle proprie imprese. Benissimo. Quel Gino Strada lì l’abbiamo potuto rimirare con il petto gonfio d’ego appellarsi a cani e porci, i ministri di governo italiani (ritenuti tali da lui stesso e sottoscrivo) e dai medesimi cani e porci pretendere che i suoi tre amici vengano liberati hic et nunc. Un po’ come se Travaglio pretendesse la raccomandazione al Presidente del Consiglio per sistemare una sua squinzietta (con le debite proporzioni del caso, ovviamente). Ma come? Proprio Gino Strada che si abbandona alla prepotenza solipsistica soverchiando i diritti di un popolo, quello afgano, che lui stesso vorrebbe libero, autonomo e sovrano, e quindi autorizzato ad operare come meglio crede anche se contro il parere di un dottore mediaticamente portato sul palmo della mano dall’opinione pubblica italiana (tutt’altro che intellettualmente autonoma e culturalmente indipendente)? E peraltro usufruendo del classico fideismo d’etichetta che in Italia spopola tra le piazze romane (quello delle manifestazioni su annuncio sembra essere diventato uno sport o un mestiere anche se non remunerato). Vi dicevo: uno stronzo. E a me questo basta. Ma qui, ora, mi assumo la responsabilità di avanzare un’ulteriore accusa (non solo mia per la verità): e se Gino Strada fosse anche un imperialista? Allora la questione prenderebbe una piega stilisticamente peggiore. Ma per carità, prendetela come una suggestione. Qui entriamo nel mondo delle idee, nella bontà astratta di valori ed ideali che spesso vengono usati ad uso e consumo di logiche prettamente pulcinelliane. Siamo italiani, del resto. E lo è anche Gino Strada come le migliaia di persone che forse un po’ troppo stolidamente solidarizzano con lui, i suoi amici e la sua organizzazione. Così come nel 2007 con il caso Hanefi, Gino Strada rivendica un diritto che non compete a lui e tanto meno all’Italia e cioè quello di dettar legge in un paese straniero, peraltro militarmente occupato (dalle proprie truppe) proprio per riportare “giustizia”, “pace” e “legalità”. A prescindere dalla legittimità delle pretese messe in campo, ciò che sicuramente non siamo mai venuti a sapere in questa vicenda è il parere del popolo afgano. Poco male. Gli amici di Strada sono per forza innocenti e gli afgani sono pecorai da mettere da parte, barbari senza alcuna voce in capitolo che non devono far altro che consegnare i nostri uomini senza reticenza alcuna e quindi la possibilità di istituire un processo secondo le loro regole. È vero, l’Afghanistan paga l’inesperienza, la penuria legislativa di un regime democratico traballante, parodico, forse corrotto (noi lo siamo tutt’ora dopo decenni di democrazia, perché questi dovrebbero essere la Svezia dall’oggi al domani?), ma da qui ad esibire una tale arroganza seppur imbellettata di girotondi primaverili ce ne vuole. E anche se si dimostrasse che tutto quest’ambaradan è opera delle forze d’occupazione (in questo caso perché non prendersela con loro?) non si giustifica il gesto, che suona per forza di cose “indi-gesto”, soprattutto perché il dott. Strada è un falso paladino in quanto fa la voce grossa unicamente perché italiano e cioè personalità eminente di un popolo il cui governo è un potere occupante dell’Afghanistan. E perché sicuro di avere il sostenimento moralmente imposto di una frangia di opinione pubblica sempre lì pronta a danzare a comando. Sarò micragnoso, ma c’è poi la questione ideologica. Gino Stada, oggi come nel 2007, rivendicava le proprie pretese in nome della Costituzione Afgana. Come? La stessa esportata con le bombe “stupide” e i migliaia di morti civili? Le incursioni stragistiche della Nato e le orde di cavallette dell’Alleanza del Nord? I ricatti commerciali, la diplomazia pornografica e le manifestazioni ipocrite, stolide o semplicemente beatamente stupide nelle piazze delle nostre ridenti e corrotte democrazie? La mia può essere retorica finché volete, o se vogliamo anche una polemica fine a se stessa dettata da un’antipatia mai negata, tuttavia qualcuno dovrebbe spiegarmi (perché Gino Strada non lo farà mai) cosa mai potranno azzeccarci i commercianti pashtun, i pastori tagiki, le donne hazara, duemila anni di relazioni tribali centroasiatiche e l’intero popolo afgano con i nostri diritti e le nostre leggi. Perché se passa, com’è passato, il concetto che esiste il diritto di una potenza conquistatrice di imporre ad un altro Paese le proprie regole di giustizia, allora si è tutti, a cominciare da Gino Strada e i suoi “aficionados”, poco dissimili da Bush e gli apologeti della guerra preventiva e dell’imperialismo, militare, commerciale, culturale che sia. A questo punto non c’è che augurarci che cinesi ed iraniani abbiano abbastanza bombe per dirci da quale parte stia la ragione. Perché solo così ci renderemo conto della portata illiberale della nostra cultura e dei suoi profeti. La stessa progenie illuminata che non si interroga di come si possano sentire gli afgani nel veder liberati tre italiani in quattro e quattr’otto mentre i loro famigliari sono costretti a marcire nelle patrie galere (e quelle della Nato) all’infinito, senza che un popolo di pecore progredite si agiti per rivendicare i loro di diritti. Di stucchevole in tutta questa storia, non c’è solo il cavillo concettuale che rende teoricamente Gino Strada & Co dei fiancheggiatori del pensiero imperialista (anche se in buona fede), ma il fatto che tutto ciò non venga recepito da coloro che antimperialisti si professano, come Gino Strada, malgrado si comportino, in fin dei conti, come tanti piccoli George W. Da una parte c’è il disprezzo verso lo “yankee boia”, dall’altro l’arroganza da parvenu, tutta italiana, di replicare la prepotenza di chi ci sta alle spalle perché ha più palle (di cannone) di noi. La nausea inoltre prosegue nel constatare il solito baratro d’incoerenza nella nostra opinione pubblica, tanto fremente nel soccorrere le incombenze di Emergency quanto indifferente al cospetto di una miriade di casi che hanno coinvolto Medici Senza Frontiere (organizzazione assai più cristallina): 2005 Sudan due medici, 2009 Darfur quattro, 2010 Haiti altri due rapiti a marzo. Risultato? Piazze vuote e copertine di giornali dedicate ai soliti piagnistei e lotte di cortile. E meno male, perché si sarebbe replicato lo stesso spettacolo penoso visto qualche giorno fa: una mescolanza di appelli, manifestazioni, lettere aperte e titoli sui giornali. Quando invece uno stato serio, un paese straniero, rispettoso o quantomeno coerente con quanto dice avrebbe dovuto chiedere il rispetto della dignità e della sicurezza dei propri cittadini arrestati dal governo locale e nient’altro. Se non si capisce questo siamo tutti degli stronzi come Gino Strada. E dei potenziali imperialisti.
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