Giorgio Faletti - io sono Dio

 

 

Inserire un romanzo di Giorgio Faletti in un catalogo che intende offrire una panoramica sulla letteratura italiana dagli anni ’90 ad oggi può far storcere il naso a coloro i quali ritengono, non del tutto a torto, che un tale libro non sia utile per farsi un’idea degli orientamenti recenti della nostra narrativa in quanto trattasi di letteratura di genere. L’atteggiamento opposto, però, cioè escludere un autore solo perché ha venduto milioni di copie, sarebbe forse troppo snobistico. Escluderlo in quanto autore di un romanzo di genere e di consumo semplicemente non avrebbe senso, giacché non si può ignorare la fenomenologia del noir in Italia negli ultimi anni, il genere più forte e caratteristico (pensate a Camilleri, Carofiglio, Carlotto, De Cataldo, solo per citarne alcuni), capace spesso di cogliere aspetti della nostra storia, delle nostre metropoli e della nostra società che la cosiddetta narrativa d’autore, ammesso che abbia ancora senso una tale distinzione, non sempre riesce a cogliere. Faletti lo fa nell’ultimo romanzo, Appunti  di un venditore di donne, ambientato a Milano all’epoca del rapimento Moro; nel caso di Io sono Dio, invece, il cronotopo non è italiano e nemmeno europeo e lo spaccato di società e i conti con la storia (in questo caso la guerra del Vietnam) appartengono agli Stati Uniti d’America. La storia infatti è ambientata a New York e racconta la vendetta di un misterioso killer legato al passato contro la società americana.

Questo è probabilmente il motivo per cui un tale romanzo non aiuta a farsi un’idea della letteratura italiana: a parte il nome dell’autore, questa non è letteratura italiana. Potrebbe benissimo essere un romanzo di James Patterson o di Jeffery Deaver o di qualsiasi autore americano di gialli e thriller che trovate nel catalogo Mondolibri. Ciononostante, o proprio per questo, è possibile fare una riflessione che ci riporta sui binari della narrativa italiana. Sono molti, infatti, in Italia gli imitatori di Stephen King o di  Bret Easton Ellis, un po’come certi cantanti che tentano di fare blues in italiano o certi sindaci che fanno costruire campi da football in paesi di provincia. Nel caso di Faletti, per continuare sul piano metaforico, siamo invece di fronte ad una cover-band di qualche gruppo inglese o americano che oltre a imitare la musica  copia anche il look e l’atteggiamento sul palco degli artisti originali. Personalmente, in ambito letterario, preferisco una partita giocata in America (e vinta) con lo stesso linguaggio delle traduzioni, piuttosto che vedere trasferiti in ambito italiano termini e situazioni e stili narrativi che poco hanno a che fare con il nostro Paese da parte di autori che non sono di genere e che quindi vanno a costituire un ipotetico catalogo di narrativa, impoverendo per altro la un tempo ricchissima lingua italiana. Proprio la questione linguistica è un aspetto interessante legato a Faletti, che è anche stato coinvolto da due  professoresse, Franca Cavagnoli, traduttrice, ed Eleonora Andretta, in commissione per l’ammissione a Cambridge, in una polemica riguardante espressioni gergali e frasi fatte dello slang americano che lui avrebbe copiato o mal tradotto, con tanto di accuse di invidia, accuse di plagio, botta e risposta sui maggiori quotidiani e blog italiani. Chissà se il romanzo è stato pensato prima in inglese e poi autotradotto in italiano, fatto sta che la lingua è la stessa di tanti film polizieschi e di tanti romanzi americani tradotti in italiano: è una lingua piatta e neutra proprio perché deve essere facilmente traducibile in molte lingue. Non ci è dato sapere come Faletti sia arrivato a questa lingua, se dopo aver letto molti thriller tradotti, se traducendo da solo o attraverso ampie consulenze (basta guardare i ringraziamenti a fine libro) dall’americano; curioso è anche chiedersi come risulta il romanzo una volta tradotto agli orecchi di un americano. Si tratta di una non-lingua, ma, ripeto, il problema riguarda gli studi di traduzione e l’eredità del minimalismo ed è un problema dell’attuale lingua narrativa italiana e non di Faletti, il quale da parte sua ha scritto un buon libro di intrattenimento.

Giorgio Faletti, Io sono Dio, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2009.

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