Giorgio Fontana

di Isacco Tognon.

Chiodi ad espansione che sorreggono un palazzo, lo puntellano, lo aiutano a tenersi in piedi. Dentro al palazzo – Il Palazzo – un magistrato mediocre che marcia spedito verso la pensione, con avanzamenti di grado come tappe riconosciute e attese di una vita passata a esercitare la Giustizia con sobrietà e senso del dovere, senza eccessi o trionfalismi, lontano dai riflettori di grandi e altisonanti processi o vicende giudiziarie. Magistrato onesto quanto impalpabile, Doni, di ben altro stampo rispetto ai magistrati vittime di mafia o al collega e amico Colnaghi, ucciso a colpi di pistola da un gruppo vicino alle BR.

Il suo lavoro, ben ingabbiato e costretto nelle maglie del diritto positivo – quello che si riflette nelle leggi imposte dallo Stato, che fa di un giudice un garante delle leggi degli uomini chiamato a rispettare un legame a doppia mandata con la macchina della giustizia, con gli apparati burocratici di cui è fatta la Legge – conosce all’improvviso una forza esterna di disturbo. A far breccia nella sua vita professionale è Elena Vicenzi, giornalista free lance che arriva a Doni senza preamboli: con una mail prima, poi con una visita in ufficio. È convinta dell’innocenza del tunisino Khaled, imputato di un processo sul quale dovrà pronunciarsi il magistrato di lì a qualche settimana, ed è disposta ad andare fino in fondo, a cercare prove a favore del muratore immigrato con tutti i mezzi di cui dispone.
Parte da qui l’improbabile incontro tra un uomo di legge moderatamente conservatore e una donna giovane e idealista; è questo il primo passo verso uno scontro tra diritto positivo e diritto naturale che si snoda in una Milano che molto democraticamente prende a scazzottate tutti i suoi abitanti: parola di Giorgio Fontana, che a Milano e nell’hinterland lombardo ci vive, ci è nato e ci è cresciuto.
Doni, il riservato e metodista Doni, accetta di ascoltare la giornalista spiazzato dalla forza vitale e della sete di giustizia che la animano. Si innesca tra i due un rapporto bizzarro, indefinibile, ai confini tra la prassi e la trasgressione, tra lo scrupolo di obbedire alla Legge e l’istinto irrinunciabile di seguire una legge superiore. Il magistrato si fa condurre nei pressi di via Padova in una ricerca, certo non di sua competenza, di testimonianze e prove che scagionino il tunisino. È sempre sul punto di mollare, di ritornare nei ranghi e salvare così una carriera senza intoppi – è questo il consiglio della moglie –, ma Elena ha sempre una carta nuova, per quanto debole, da giocare affinché Doni non abbandoni la ricerca, non ritorni alla routine del “così va fatto”.

Per legge superiore è un romanzo a due voci, ma solo a prima vista. Sullo sfondo dei protagonisti non scompare mai – anzi, si affaccia puntualmente a rivendicare spazio – la Milano che chiede verbi in grado di descriverla, parole che sappiano dire come si possa accettare e, sotto sotto, amare una città che pulsa “come un meccanismo regolato a fatica”, un congegno che non può rispecchiarsi e rinchiudersi nel suo essere “tutto fare, muoversi, agire”. La Milano del disagio, della “bellezza ruvida” si contrappone a Roma città della bellezza piena, legata però a un “destino di eterno infantilismo”. Può davvero una città in cui manca la categoria estetica dello splendore creare appartenenza? Sembrerebbe di no. A suggerirlo sono le sensazioni di Doni e le parole del collega Salvatori, uomo del sud, poco abituato a mettersi “in ginocchio e combattere per ogni pezzetto di pace”. Ma quella che vive Elena è una Milano diversa, una città che si fa scoprire; le chiavi per trovare quest’altra città, questo volto nuovo, sono nelle mani e negli occhi delle persone. Sta a loro cercare la bellezza, quella bellezza e quel dolore “sottomessi a leggi più alte – ma quali?”
Giorgio Fontana sceglie un orizzonte narrativo minoritario all’interno di un filone molto più vasto, quello giudiziario, frequentato da altri generi e legato solitamente, ma non solamente, alle indagini sui casi di mafia. Penso ai libri autobiografici e testimoniali dei magistrati Pietro Grasso, Per non morire di mafia, e Antonio Ingroia, Nel labirinto degli dèi; penso alle pagine di Saviano.

Per legge superiore racconta invece una storia in tono minore, ma con quella semplicità che conferisce una certa idea di eleganza. La vicenda, un caso di cronaca come se ne leggono tanti, non contempla eroi o figure statuarie, non fa dell’elemento giudiziario un centro troppo polarizzante. Il titolo, altrimenti, avrebbe potuto essere diverso: Caso Ghezal, vita di un innocente, ad esempio, estrapolando i grassetti dalla mail che Elena Vicenzi indirizza al magistrato. Niente buoni e cattivi separati da un taglio netto; a fronte di un plot poco sviluppato, con pochi snodi e un intreccio dosato al ribasso, emerge una narrazione scarna, essenziale. Niente di ammiccante, niente stratagemmi per far breccia su teste e pance.
Al contrario, Giorgio Fontana dispone le sue carte in modo intelligente, mai sopra le righe, corrobora la sua storia con piccole tessere destinate a cercare – e trovare – il loro posto nello spazio del mosaico romanzo. Mi riferisco a due leitmotiv soprattutto: la musica e la pittura.

Doni fa colazione con le sonate di Mozart, ascolta Schubert e Beethoven, Mahler e Schumann. La musica classica è un antico retaggio, una passione vitalizzata dalla volontà di avvicinarsi a quella che sarà sua moglie, Claudia, fin dai tempi in cui lei non era che una mediocre violinista al conservatorio. Col passare degli anni quella musica sembra sia per Doni un tono rassicurante, un piccolo senso di distinzione e di raffinatezza. È un intenditore, ormai, ma entro certi limiti, la sua conoscenza musicale sembra soggetta a una malcelata esigenza di senso identitario legato ai buoni gusti di certa borghesia. Non stupisce, quindi, che Doni compri il disco Led Zeppelin I, su consiglio del fratello, ex-ribelle ormai sistemato in società. Compra un disco che lo fa – anche solo a livello simbolico – balzare in avanti nella diacronia della vita e sincronicamente gli consente di arrivare a ridosso, entrare quasi, nella realtà minuta delle persone comuni. Cambia anche l’approccio con la musica per Doni, per quanto l’episodio sia solo un accenno, un’intuizione; anche i suoi gusti risentono della svolta e della nuova energia che sul piano professionale e umano la giornalista ha portato nella sua vita.

La pittura è invece un’ossessione, e più della pittura un pittore, Georges de La Tour. Doni non capisce nulla di quest’arte, pure è attratto dal mistero e dal fascino di questo artista, dalla presenza fitta di candele nelle sue tele. Conserva sopra la scrivania una riproduzione della Maddalena, e guardando la piccola fiamma nel quadro avverte la sensazione di poter spegnere quella candela con un piccolo soffio ogni volta che ci passa accanto. Sente di dover proteggerla quella luce, la stessa luce che Doni identifica, in un file chiamato Testamento che continua a riscrivere e aggiornare, con la Giustizia. Prima di dover emettere la sentenza sul caso Ghezal, incerto se pronunciarsi come da copione contro il tunisino o se scegliere invece di chiederne l’assoluzione, andando incontro all’isolamento professionale e alla gogna mediatica, Roberto Doni conosce il brivido di una piccola agnizione. Capisce di essere lui la fiamma delle tele di de La Tour: è lui la Giustizia e non c’è niente da difendere o proteggere.
Si tratta di seguire, di essere, di mettere in pratica.

 

Giorgio Fontana e Isacco Tognon

 

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