“Santa Dimfna intercedi per noi,
poveri pazzi, fratelli tuoi!
Tu che conosci cos’è la follia
facci la grazia e portala via.”
p. 130 

 

Per provare a raccontare Tutti i colori del mondo di Giovanni Montanaro, piccolo libro breve e denso, rapido e costruito su un equilibrio perfetto e impeccabile (forse, a pensarci bene, a tratti troppo impeccabile), probabilmente è giusto partire da Gheel.
Gheel, un paese piazzato da qualche parte nel mezzo della Campine belga fatta di sterpi, grigio e miniere di carbone, in cui fin dal Medio Evo si ripete un piccolo miracolo silenzioso, che quasi nessuno conosce ma che replica se stesso all’infinito, un giorno dopo l’altro, con la tenacia e la costanza proprie delle cose antiche: a Gheel, attorno a un santuario mitico in cui sono sepolti i resti mortali di una semi sconosciuta santa irlandese, è cresciuta una piccola città in cui i pazzi vivono assieme alle persone sane, condividendo case, strade, vita e morte. In una sorta di sogno basagliano ante litteram, nel paese non esiste ospedalizzazione e i pazzi vivono mescolati ai sani, nell’attesa di un miracolo per cui santa Dimfna, a cui tutti rivolgono novene poco ascoltate, dovrebbe intercedere. Di miracoli, però, a Gheel ne succedono pochi: i pazzi restano tali, per le strade e nelle case, e continuano la loro vita accanto alla popolazione sana che li accudisce un po’ per abitudine e un po’ per interesse, tanto che il miracolo più grande e totale sembra essere l’esistenza stessa di una città così, una città che è «la capitale dei re e delle regine, dove ci sono più nobili che a Londra e a Parigi, si esce di casa con una scala per salire sulle stelle e si baratta l’oro con il pane, dove i bambini portano per mano gli uomini per insegnar loro le strade, le campane non suonano per non disturbare il sonno dei matti e Luigi XIV fa a pugni con un altro Luigi XIV».

È in questa folle città di matti, in cui la pazzia e la normalità tracimano l’una nell’altra fino al punto preciso in cui diventa chiaro che, tra le due, in fondo non sussiste alcuna differenza sostanziale, che nasce la protagonista di questo romanzo, Teresa Senzasogni: nasce per strada, nel mezzo di una tempesta di vento, figlia di una folle che muore nel darla alla luce e di un padre sconosciuto. Anche Teresa è uno dei miracoli imperfetti di Gheel, il paese giallo in cui ogni tanto, in mezzo alla follia che rischia di travolgere ogni cosa, qualche segno di benevolenza celeste riesce a farsi spazio. Ed è la voce di Teresa a raccontare questa storia che è la sua storia, e insieme quella del suo mondo, della sua folle città mezza matta.
Dopo la sua fortunosa nascita, Teresa viene affidata a una famiglia di campagna, cresce, impara a conoscere la terra della pianura belga, il fondo della miniera di carbone, l’infinità dei colori del mondo. Teresa vive a Gheel, costruendo una vita che corre in bilico – come tutto, in quel paese – tra la normalità e la follia, in una sospensione in cui ogni gesto è duplice, ogni intuizione e ogni pensiero sono più di se stessi, portano con sé – almeno in potenza – i caratteri ambigui del dono divino e della profezia. Finché un giorno arriva al paese un giovane uomo con i capelli rossi, un vagabondo che non racconta nulla di sé e dei motivi del suo essere lì: di lui si sa che è un predicatore, che ha dei parenti ma che non vuole ritornare da loro, che ha molto camminato nei campi, non ha meta e il suo andare è senza ragione. Porta con sé solo un fascio di fogli scarabocchiati a matita, che non piacciono a nessuno. Si chiama Vincent Van Gogh, ed è il caso che fa scontrare la sua vita e quella di Teresa, facendole deragliare entrambe. Grazie a Teresa, Vincent scopre i colori, e contemporaneamente conosce la follia. È Teresa – per sensibilità o intuito profetico, non è dato sapere – a farlo diventare pittore, a suggerirgli di smettere di scarabocchiare solo con la matita i suoi disegni che “erano fatti male, erano brutti ma dentro cui “c’erano le cose per come sono. Perché in fondo è la bruttezza che ha sempre salvato il mondo, è questo che insegna Gheel”. Teresa regala a Vincent i primi colori, lo mette di fronte al miracolo policromo delle cose del mondo e gli indica la strada verso il suo destino, ma la scoperta di questo destino non si può separare, in lui, dalla scoperta della pazzia che minaccia la sua vita. Gheel, il paese dei matti, terrorizza Vincent, che una notte fugge dalla città ormai trasformato in un pittore e insieme condannato ad essere consapevole della propria follia. Anche la vita di Teresa viene sconvolta dall’incontro con Van Gogh: Teresa, che di quel pazzo con i capelli rossi si innamora al solo vederlo comparire oltre il vetro di una finestra, si troverà per causa sua a dover far fronte a un’ingovernabile spirale di eventi che finirà per travolgere la sua esistenza, e da cui non potrà in alcun modo difendersi.
I due protagonisti di questa storia, un uomo e una donna troppo lucidi per la follia e troppo anomali per la normalità, si incontreranno di nuovo, molti anni dopo, in un manicomio nel sud della Francia, in cui Vincent colora tele con febbrile energia e Teresa porta a compimento l’ultimo atto del suo destino. Le loro strade si incrociano per la seconda volta ma Vincent, ormai prossimo alla morte, non può riconoscere una Teresa che ormai non assomiglia più in nulla alla ragazzina che aveva incontrato in Belgio. Ed è proprio per questo, per farsi riconoscere, per far sì che la sua storia non cada nell’oblio, che la donna inizia a scrivere al pittore la lunga lettera che è poi questo libro, dalla prima all’ultima parola.

Tutti i colori del mondo è la storia di una Spoon River della follia: la storia di un mondo di folli che racchiude infinite storie, perché ogni follia è insieme totalmente personale e assolutamente universale. È un romanzo in cui la realtà e la finzione si mescolano con intelligenza e forza rare, perché Gheel esiste davvero, con le sue regole di convivenza e coabitazione tra malati e sani radicate fin dal Medio Evo, e nulla impedisce di credere che Van Gogh sia realmente inciampato in quel paese di pazzi, nel corso delle sue peregrinazioni nella campagna belga, prima di diventare – senza accademie e senza maestri – il pittore che noi conosciamo. Insieme, però, questo romanzo non vuole essere né un documento storico né un saggio sulla follia e il suo rapporto con la società: questo romanzo – e la scelta della forma epistolare, della narrazione in prima persona che inizia compatta e coerente e, nel finale, si sfalda di fronte al procedere della vicenda e al traboccare del dolore – è prima di tutto la storia della sua protagonista inventata, di Teresa Senzasogni, che è il vero soggetto che muove la narrazione e che è capace di rendere evidente da subito, con pochi tratti, il dramma e l’eccezionalità di Gheel e tutte le contraddizioni e il dolore che sono connaturate al rapporto tra la società e la malattia mentale, tra il mondo dei sani e l’anormalità intesa nel suo essere, letteralmente, distanza dalla norma così come noi la concepiamo.
Se, da un lato, la forza del romanzo è tutta in Teresa, dall’altro è proprio in lei che è più evidente quella che è probabilmente l’unica vera pecca della narrazione: la voce di Teresa, infatti, le sue parole poetiche e calibrate, il suo tono sempre lirico e sempre misuratamente disperato, rischiano di sembrare e di essere, a tratti, un passo oltre il limite dell’artificio, della costruzione bella ma condannata ad essere, almeno in parte, fine a se stessa. Lo stesso vale per l’equilibrio generale del romanzo, che è costruito con un dosaggio perfetto di rallentamenti e accelerazioni, riflessioni e colpi di scena, anticipazioni e minacce di eventi futuri e loro implacabile, inevitabile realizzazione. Il risultato è una miscela quasi perfetta in cui però in controluce, sotto una lingua perfettamente calibrata e un intreccio in cui ogni peso è calcolato al millimetro, rischia di apparire l’ossatura spessa dell’artificio. Dietro una storia che è davvero affascinante, intensa e tragica, si affaccia a volte il gusto un po’ acido del “prodotto narrativo”, la sensazione netta di trovarsi di fronte a un oggetto costruito a tavolino, a un quadro in cui la realtà spessa delle cose della vita non traspare dai tratti – magari irrealistici ma concreti, reali, spontanei – della mano del pittore ma resta bloccata nello specchio della cornice.

 

Le nostre recensioni della cinquina finalista del premio Campiello 2012:

Carmine Abate, La collina del vento, Mondadori
Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Einaudi
Francesca Melandri, Più in alto del mare, Rizzoli
Marco Missiroli, Il senso dell’elefante, Guanda
Giovanni Montanaro, Tutti i colori del mondo, Feltrinelli

 

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