CAMing Out Go East

La letteratura viene da altrove: storie di autori orientali per romanzi che arrivano da Est e raccontano un altro modo di concepire la letteratura, la vita e il mondo intero.

Illustrazione via Saching Teng

 

Tiziana Buda segnala:
Natsume Sōseki, Io sono un gatto, Neri Pozza, 2009, 512 pagine.

187_io_sono_un_gattoNon lasciatevi ingannare dal titolo, apparentemente banale, di quest’opera di Natsume Sōseki. Non si tratta semplicemente di leggere il resoconto di un gatto sulla sua vita. C’è molto di più in questo romanzo, considerato uno dei primi capolavori della letteratura giapponese che si rifà ai canoni occidentali.

Il protagonista, un gatto scettico a cui non è nemmeno stato dato un nome, osserva la vita del suo padrone, il professor Kushami, dedito alle attività più strane, che è solito addormentarsi non appena apre un libro. Questo gatto un po’ filosofo, che ascolta e commenta le discussioni tra il suo padrone e gli amici sui fatti del momento oppure sui comportamenti adottati dall’essere umano, diventa lo spettatore perfetto di quella follia che sembra pervadere il Giappone all’alba del XX secolo. Una follia che testimonia un progressivo e inarrestabile mutamento epocale. Insomma ci mostra con precisione quasi didattica a quale grado di insensatezza giunge l’uomo in epoca moderna.

Io sono un gatto, pubblicato in Giappone nel 1905 (mentre la prima traduzione italiana risale al 2006), non è una storia in cui prevale l’azione e la trama segue uno sviluppo complicato e ricco di imprevisti inaspettati. I fatti, gli accadimenti raccontati dall’autore vengono presentati come se si trattasse di episodi slegati tra loro, anche se, a ben vedere, una connessione tra di essi esiste. In questo libro metafisico e riflessivo l’atmosfera che si respira è decisamente zen, cosa resa ancora più evidente dal fatto che i problemi presenti nella vita di Kushami vengono, per così dire, “lasciati passare” e si risolvono, col tempo, da soli.
Scorrendo le pagine di questo romanzo ci immergiamo in una meditazione sull’animo umano, che ci insegna a dare la giusta importanza agli ostacoli dell’esistenza terrena e ci suggerisce un efficace rallentamento dei ritmi della nostra vita. Perché, in fondo, il momento dell’addio può giungere inaspettato e in qualsiasi attimo.

 

Giulia Cupani segnala:
Yukio Mishima, Trastulli di animali, Feltrinelli, 2002, 160 pagine.

673508Il mio incontro con l’Oriente letterario ha un nome preciso, quello di Yukio Mishima, e una data di nascita indimenticabile, quella di un remoto viaggio estivo a base di canicola, treni, investimenti sulla linea e coincidenze perse, con relative infinite attese in paesucoli deserti abbandonati esattamente nel centro del nulla ferroviario, nel pieno del meriggio, sotto la nuvola e il falco alto levato.
Subito prima della partenza, uno dei miei compagni di viaggio aveva comprato Trastulli di animali – piccola opera inquietante, morbosa e dolorosa di Mishima, che all’epoca io non conoscevo nemmeno di nome – e quel libro fu il controcanto perfetto per le lunghissime ore di quel viaggio allucinante e indimenticabile. Tenne compagnia a noi, al nostro sudore e alle nostre valigie ammassate qua e là regalando a quell’imprevista odissea estiva contorni di insperata bellezza (il proprietario del volume, va detto, era dotato di doti istrioniche e di grandissima generosità, e nel mezzo della canicola riusciva perfino a trovare la forza per declamare ad alta voce intere pagine del romanzo, a beneficio degli astanti).

In quella circostanza la prosa di Mishima, con la sua consistenza densa, collosa, eccessiva e barocca, mi si squadernò davanti con tutto il suo carico di mistero e di perfezione, e io – che non sapevo nulla di Giappone, harakiri e seppuku – mi feci colpire e affondare senza opporre alcuna resistenza. Il clima che quel romanzo evocava era, semplicemente, perfetto. Parlava di un mondo che si accordava perfettamente al nostro viaggio peregrino e bollente, alla nostra adolescenza passata a perdere treni e ad aspettarne di nuovi, a quell’afa che saliva da tutte le parti confondendo i contorni delle cose e facendo tremolare tutto. La storia che c’era in quelle pagine era morbosa e tragica, ambigua, inafferrabile: parlava di un triangolo amoroso, di un senso di colpa impossibile da sradicare, di relazioni umane affilate come tagliole in cui ognuno non può far altro che essere, ininterrottamente, vittima e carnefice degli altri e di se stesso. Nelle pagine di quel romanzo la crudeltà si trasformava in pietà, e poi in dolore, e poi in sadismo, e poi di nuovo in struggimento, e si srotolava una storia che era semplicemente tragica: impossibile da risolvere, impossibile anche solo da semplificare tracciando confini che separassero il giusto dall’ingiusto, il buono dal malvagio, il bello dall’osceno. In quel romanzo c’era un circolo vizioso implacabile e terrificante, c’erano le immagini paradisiache di un mondo apparentemente perfetto in cui una donna e due uomini continuavano senza sosta a scarnificarsi a vicenda, facendosi sempre un po’ più male e togliendo spazio a ogni ipotesi di salvezza possibile. L’unica strada che restava aperta, alla fine, era quella di accettare e contemplare per sempre, impotenti, il coesistere del piacere e del dolore, il loro essere eternamente condannati a trascolorare senza sosta l’uno dentro l’altro, sotto gli occhi ammaliati e increduli di un’umanità che, di fronte a questa evidenza, non può che chinare la testa e arrendersi.

 

Lorenza Bennardo segnala:
Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi, 2005, 450 pagine.

978880618197GRADi Orhan Pamuk, all’inizio, mi avevano parlato in due: un sognatore e un pragmatico.
Il sognatore, proprio uno di quelli con l’amore per le minuzie, mi diceva di aver cominciato proprio da Il mio nome è rosso, e di essere stato rapito dalle atmosfere impalpabili, dai luoghi carnali e i personaggi terrestri, malinconici e melodrammatici.
Il pragmatico, invece, aveva problemi con la lentezza della scrittura: troppa minuzia, troppa meditazione, e alla fine il sonno.
Leggendo Il mio nome è rosso, io ho cominciato da sognatore (perché – diciamolo – sono un lettore ingenuo, in partenza sempre ottimista e possibilista) e ho finito da pragmatico.
All’inizio, sono stata catturata dalla polifonia della storia: ogni capitolo ne racconta un pezzo nuovo da un angolo diverso. Con il tocco magico della sapienza orientale, prendono la parola cani, disegni di cani, polvere di inchiostro, uomini e donne. Donne – per inciso – bellissime: abbandonate e disfatte, faccendiere, astute e petulanti, madri (nel senso più mediterraneo e prepotente del termine), arroganti e comandanti. Sottomesse a uomini che dominano. Ogni voce che interviene ha una storia di sapienza, e una sapiente versione di storia da raccontare.
La vicenda principale è un giallo che comincia con un morto – il povero doratore Raffinato Effendi – nel pozzo, un pozzo di una casa qualunque in una strada qualunque di Istanbul, innevata e silenziosa, nel sedicesimo secolo. La cornice della storia è il laboratorio di miniatura del Sultano, dove i miniatori sono i profeti dello sguardo di Allah e la pittura è insieme filosofia, fanatismo e dedizione.
Il lettore è assorbito dal misticismo della meditazione pittorica: ogni tocco di colore steso sulla pagina racchiude un mondo incantato, e quel mondo incantato è descritto senza badare a tempo e spazio. Questo è l’Oriente, mi viene da pensare: sapienza, magia, contemplazione. Prendere tempo per raccontare.
A un certo punto, però, Pamuk attraversa il confine sottile tra la meditazione e la lentezza: l’incanto si annacqua nell’insistenza delle metafore e la stessa tecnica narrativa, che all’inizio riserva al lettore continue sorprese, diventa complice della pesantezza.
È a questo punto, da qualche parte verso pagina centocinquanta, che sono passata dalla parte del sognatore a quella del pragmatico: ti credo, Pamuk, o non ti credo. Vorrei crederti fino in fondo, vorrei dartela vinta, ma non posso. Io sono un lettore occidentale, tutto sommato: la tua magia mi seduce, ma la tua lentezza, in fondo, mi turba e anche mi disturba. Forse è l’Oriente che è così – lo saprà chi ci è stato, io ancora mai: una pancia del mondo che contiene ogni mistero, dove tutto è possibile e raccontabile. Cattura, ma o ci lasci la testa, oppure senti il bisogno di scappare via.

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