Breivik-Good-Jail-in-Norway

Alla gente non sta in tasca che abbiano condannato Breivik, terrorista pluriomicida, a 21 anni di hotel a quattro stelle. Ok, ma allora qual è la giusta misura? A cosa servono le carceri?

Domanda da un milione di dollari, molto semplice, apparentemente banale: a cosa servono le carceri?
A punire un crimine, ad allontanare elementi antisociali dalla società, a riabilitare un criminale. Tutto vero?
Forse sarebbe il caso di riflettere sul significato delle parole “punire”, “allontanare” e “riabilitare”.

Un passo indietro. Norvegia. Breivik prende 21 anni. La condanna fa il giro del mondo, assieme alle foto del pluriomicida ariano che in tribunale ostenta un orgoglio patriottico da manicomio, attraverso gesti da operetta. Ma il nostro “eroe” («Mi dispiace di non aver ammazzato molte più persone») pazzo non è. Almeno non per i giudici e nemmeno per lo stesso imputato, il quale aveva fatto sapere che non avrebbe assolutamente accettato l’infermità mentale. La sua è stata una strage premeditata e maturata secondo una logica ferrea e calcolata (quella della strage politico-ideologica, che noi in Italia dovremmo conoscere molto bene). Come dargli torto. Per lui si aprono le porte del carcere di Halden.

21 anni, ovvero la massima pena concepibile per il sistema giudiziario norvegese. Lassù più di così non si può (in realtà la legge norvegese prevede che la pena massima possa essere prolungata nel caso in cui il condannato continui a dimostrarsi socialmente pericoloso e a perseguire le sue convinzioni: norvegesi sì, scemi no). Perciò inutile aspettarsi una sentenza diversa.

Eppure l’opinione pubblica esplode la propria rabbia. Sono in molti a chiedersi se 21 anni sono effettivamente sufficienti per 77 omicidi. Qualcuno ha persino svolto quel calcolo facile facile: ogni morte corrisponderebbe a tre mesi di detenzione. Vale così poco una vita umana?

Domanda retorica e calcolo scorretto, semplicistico, forse anche un po’ fazioso: in realtà non funziona così, lo sappiamo tutti. E lo sanno pure quelli che lo scrivono, in cattiva fede, sui giornali. Eppure l’assioma funge da slogan, alimenta l’indignazione, amplifica il dibattito. Che diventa incandescente quando a fare il giro del mondo sono anche le foto del carcere di Halden, denominato da alcuni media come prigione a cinque stelle.

Come dare loro torto. Noi tutti conosciamo gente che vive in condizioni ben peggiori di quelle che verranno riservate a Breivik, senza aver ammazzato nessuno. Il quale, a quanto ci viene mostrato, passerà i prossimi 21 anni, praticamente, in albergo.

Giusto per rendere ancor più chiara l’idea, vi esorto a guardare questo breve documentario su un’altra prigione norvegese. Immagini che ci descrivono una realtà davvero molto lontana dalla nostra, paese di un popolo immorale ma/e quindi forcaiolo. Ed allo stesso tempo di stampo cattolico – perciò incline al perdono, all’amnistia, all’indulto, alla prescrizione – ma/e quindi con un sistema giudiziario e carcerario interamente improntato sulla “vendetta”, sulla repressione e sull’internamento (per la gente “di fuori” l’importante è non vedere, non sapere cosa accade lì dentro: del resto “ciò che non si vede non esiste”).

Non male. Verrebbe quasi da pensare che la Norvegia sia un posto magnifico per commettere reati. Una volta ripresi dallo shock, una volta superata la meraviglia, c’è da fare dei distinguo. La Norvegia non è l’Italia. Non è un paese con la nostra incidenza criminale, con la nostra storia sanguinosa alle spalle, con un passato violento da debellare. Differenze storiche, culturali, sociali rilevanti.

E la Norvegia non è nemmeno l’America, quella della pena di morte, dei processi mediatici a mo di esempio e, malgrado tutto, con un tasso di recidività del 70% (più o meno quello dell’Italia) contro il 40% della nazione scandinava. Quegli stessi Stati Uniti dove si giustiziano ritardati mentali, dove dentro il Braccio della Morte ci finisco anche degli innocenti, dove fino a qualche tempo fa certe condanne venivano eseguite in camere a gas (nessun dejà vu?) o addirittura tramite fucilazione.

In Italia la pena di morte non c’è, ma la “pena di morte in vita” sì. Ovvero l’ergastolo ostativo: zero possibilità di riduzione della pena, zero speranze di uscire, zero permessi speciali. Vale a dire una pena di morte quotidiana. Vivi, ma in realtà vivo non sei, in condizioni che tutti noi sappiamo o possiamo immaginare.

Ecco, in questo simile scenario esplodono gli interrogativi, nelle piazze virtuali di un Occidente, in questo frangente, mai così diversificato e disomogeneo. Emergono differenze culturali sostanziali, connaturate in provvedimenti penali e giudiziari lontani anni luce l’uno dall’altro. La gente si indigna, si interroga, cerca di darsi delle risposte, come al solito filtrate da una robusta propaganda giornalistica, incentrata su uno scandalo estremamente paradossale: ovvero “l’eccesso di civiltà” ostentato da una nazione, la Norvegia, che in queste ore viene accusata di clemenza inopportuna, di incapacità nel prendere misure idonee – leggi anche esemplari – nei confronti di simili reati e di simili soggetti. Accuse che mettono in discussione la sovranità giudiziaria di una nazione, appunto, indipendente e sovrana (un vizietto tipicamente occidentale). Si potrebbe chiudere la questione con un laconico: ma saranno anche cavoli loro. Troppo facile. E invece intendo porre un’ultima riflessione.

Italia. Renato Vallanzasca. Altro pluriomicida vip. Altro sovraesposto caso di cronaca nera. Tanto sangue, tante telecamere puntate addosso. Vallanzasca si è fatto 37 anni di carcere, 11 di isolamento. Finalmente arriva la semilibertà vigilata e lo fanno uscire di carcere per un programma di recupero previsto dall’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario. Colei che gestisce il negozio e che aveva accettato di assumere in prova Vallanzasca come magazziniere è costretta a licenziarlo.

Fuga di notizie. Davanti all’esercizio commerciale folle di fotografi e giornalisti. La cosa viene fatta sapere sui giornali e alla tv. Vallanzasca dice: «Così mi state devastando». I parenti delle vittime, commentando la notizia del permesso, si dicono «schifati». Schifati dal fatto che l’assassino dei loro cari faccia ancora capolino nelle loro vite. Loro, che vorrebbero dimenticare e dimenticarlo. Anzi, vorrebbero che non esistesse più.

E vorrebbero poterlo dire senza tabù, magari anche davanti ai microfoni: l’assassino dei loro cari lo desiderano veder morire dentro una cella di cemento. Possibilità di riscatto? Nessuna. Estensione della pena? Eterna. Lo dicevo, l’Italia, un altro mondo.

Si torna a quella domanda di prima, quella da un milione di dollari. Ma allora, a cosa servono le carceri? Punire, allontanare, riabilitare? Sicuri che vogliamo maggiori strutture per risolvere il sovraffollamento e non dei ben più comodi e funzionali cimiteri?

2 commenti a “ Good jail in Norway ”

  1. Egidio Ferro

    Egidio Ferro

    Io penso proprio che, invece, la logica sottostante all’ergastolo e alla condanna a morte siano le stesse, la riassumerò con un enunciato: «fargliela pagare». Della serie, «hai commesso un grave reato? Be’ allora ti do la pena massima possibile che io concepisco». In questo senso la differenza tra le due pene è minimale, e risiede nel fatto che il favorevole all’ergastolo, semplicemente, pensa che «devi pagarla ma non sono così cattivo da ucciderti». Il carcere, in generale, è punitivo, poche storie. Non è affatto deterrente. La gente comune (lasciamo stare, gli infermi mentali che rappresentano, a mio giudizio, un caso a parte) non è che non uccide «perché ha paura del carcere», la gente che non uccide lo fa perché ha una morale fortemente pervasiva che lo blocca a commettere atti di questo tipo, punto. Secondo me è la morale (laica o religiosa non importa), ciò che cioè «genera una coscienza», il deterrente, più che la prigione. In questo senso, il carcere, secondo me, serve solo allo Stato per dimostrare che non è, giustamente, indifferente al fatto che un innocente venga assassinato.

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