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Gravity porta alle estreme conseguenze la forza immersiva delle nuove tecnologie cinematografiche (e in particolare del 3D) non risolvendosi in un vano ed inutile intrattenimento, ma in un inno alla vita e all’uomo di sbalorditiva potenza.

N.B. 1: la recensione contiene una quantità considerevole di spoiler.
N.B. 2: si consiglia caldamente una visione in 3D del film.

Ryan (Sandra Bullock) è uno scienziato in missione spaziale e, mentre sta lavorando al telescopio Hubble in orbita attorno alla terra, un nube di detriti colpisce il satellite e lei si ritrova con il collega Matt (George Clooney) da sola nello spazio, munita unicamente della sua tuta per sopravvivere in quell’ambiente inospitale. Inizierà così una corsa disperata verso la salvezza nel tentativo di trovare un mezzo ancora integro che le permetta di ritornare sulla terra.

Dopo ormai cinque anni da I figli degli uomini, Gravity segna il ritorno sul grande schermo del regista messicano Alfonso Cuarón. Accolto con entusiasmo al Festival del cinema di Venezia e da una vera e propria standing ovation dalla critica americana (98% su Rotten Tomatoes), Gravity è sicuramente uno dei film di fantascienza più affascinanti e riusciti degli ultimi anni.

Con questo film Cuarón approfondisce il discorso iniziato con I figli degli uomini, sviluppando una profonda e sincera fiducia nell’uomo e nella sua capacità di sopravvivere a ogni situazione, anche a quella più difficile.

Ambientato nel 2027, I figli degli uomini ritrae un’umanità che sta lentamente invecchiando e morendo in conseguenza a 18 anni di infertilità delle donne. Ma in questo contesto disperato una donna rimarrà miracolosamente incinta, come un fiore che sboccia dal fango, e nonostante le difficoltà, riuscirà a salvarsi dando speranza per un futuro migliore. Proprio dopo aver toccato il fondo sembra possibile risalire: l’uomo riesce a sconfiggere la morte e a essere ancora, nonostante tutto, portatore di vita.

Gravity sviluppa il medesimo concetto, ma tende a svincolarsi dal contesto narrativo fantascientifico, per assumere una dimensione più universale. L’umanità di questo lungometraggio è ancora una volta un’umanità ai limiti, ma dei limiti profondamente concreti e reali, non demandanti in un (in)probabile futuro: questa volta il nemico dell’uomo è la morte intesa nel modo più totale e assoluto.

Lo spazio è l’ambiente più inospitale per l’uomo, il luogo di assenza e di morte per antonomasia; la terra e la vita sono distanti, non si è più partecipi della loro bellezza, ormai lontana. Ryan ha la morte nel cuore: sua figlia è mancata da piccola e ora lei si trova completamente sola; ciò la rende inospitale, vuota, spenta, ha rinunciato alla vita e la guarda scorrere da fuori.

La morte viene rappresentata come una dimensione totalizzante tanto fisica che mentale, come vuoto, assenza, negazione totale della vita che coinvolge la protagonista nella sua interezza, sia per l’ambiente in cui si trova, lo spazio, sia per il lutto che porta nel cuore. La morte diviene così limite estremo dell’uomo, un fondo oltre al quale non è possibile andare, ma dal quale è possibile una risalita.

Ryan riesce a trovare in sé stessa la forza per continuare, supera il lutto della morte della figlia, riesce a trovare un mezzo per salvarsi e ritornare sulla terra, sconfiggendo la morte sia come condizione fisica, vincendo l’inospitalità dello spazio, sia come condizione psicologica, riscoprendo in sé la voglia di vivere.

Il percorso di sopravvivenza di Ryan diventa una sorta di viaggio catartico di superamento della morte, che celebra la vita come una forza insopprimibile e l’uomo come dotato di un’energia in grado di domare il proprio destino anche nelle condizioni più avverse.

Nonostante l’oggettiva ricchezza di questa riflessione appare evidente come non sia molto originale né lontana da quella che possiamo trarre da un comune blockbuster americano. L’impostazione antropocentrica e la grande fiducia nell’uomo e nei suoi mezzi sono elementi cardine di questo tipo di film che fondano il loro successo proprio nella loro natura edificante e rassicurante (basti pensare al recentissimo The Avanger). Lo scivolone nella retorica un po’ sempliciotta sembra proprio dietro l’angolo.

Ne I figli degli uomini Cuarón riuscì ad evitarlo grazie alla distopia del contesto. Il regista messicano riuscì a ritrarre con tale efficacia un’umanità disperata da far si che la miracolosa gravidanza assumesse una tale forza da scalzare ogni possibile traccia di retorica. Ma per Gravity non vi era alcun contesto distopico su cui far leva.

Questo film infatti si salva solo per la grande abilità e raffinatezza di Cuarón che potenzia a dismisura la sua riflessione ricercando il massimo coinvolgimento possibile dello spettatore, al fine di farlo identificare con Ryan e renderlo così partecipe del suo viaggio catartico di liberazione dalla morte.

Ricorrendo a lunghi e dinamici piani sequenza, ad un superbo 3D e ad un ottimo gioco di inquadrature oggettive e soggettive, Cuarón riesce a coinvolgere e commuovere lo spettatore con una tale forza da liberare il film da ogni possibile retorica per legarlo, piuttosto, alla sincerità e l’urgenza di un’affermazione umanista e filantropica che in un momento di crisi come questo assume tutta la forza della speranza.

Gravity porta alle estreme conseguenze la forza immersiva delle nuove tecnologie cinematografiche (e in particolare del 3D) non risolvendosi in un vano ed inutile intrattenimento, ma in un inno alla vita e all’uomo di grande potenza, che forse non brillerà per originalità, ma che riesce ad incantare come pochi film hanno saputo fare in questi ultimi anni.

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