di Giulio Vellar

Dato che siamo nell’era digitale, è d’obbligo porgervi la definizione del mio “problema” secondo Wikipedia. “Accaparramento compulsivo (o accumulo patologico o disposofobia o mentalità Messie): disturbo mentale caratterizzato dal bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare, né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi o insalubri. L’accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire.” Ecco, sostanzialmente è questo il mio “problema”.

La cosa è iniziata quando è morto mio padre. Avevo 23 anni, sempre troppo giovane per vedere morire il proprio vecchio stroncato da un tumore al pancreas. Volevo qualcosa che me lo ricordasse, così ho preso la sua collezione di vecchi vinili, il giradischi, i suoi libri, la sua ultima stecca di sigarette (io non fumo, ma al momento – anche se erano state quelle ad ucciderlo – mi è sembrato comunque un modo per averlo vicino), la sua Fender Strato del’ 73 color panna, l’amplificatore. Alla fine ho quasi svaligiato la casa, dato che ogni cosa mi ricordava lui. A pensarci ora, avrei fatto prima a trasferirmici direttamente. Mia madre all’epoca purtroppo era malata di Alzheimer e risiedeva in una casa di riposo, seguita e curata da estranei, ma che almeno erano qualificati. La andavo a trovare qualche volta, non tanto spesso perché non è bello sentirsi chiedere dalla propria madre “Chi sei?”. Questo comunque è un altro discorso. E’ da quel momento che è iniziato tutto. Da lì in poi, ovviamente, per ogni persona cara che perdevo la cosa si ripeteva. Alla fine ho continuato anche senza motivo. Provavo per qualsiasi oggetto un impulso irrefrenabile a prenderlo e portarmelo a casa, stretto e al sicuro. Mio, anche se sapevo che non aveva nessuna utilità. Volevo avere un qualche tipo di controllo su quell’imprevedibile caos che è la vita. Nel tempo il problema si è evoluto. Avevo il frigo pieno di roba marcia e scaduta che magari non avevo finito e non volevo buttare. Non potevo buttare. Così alla fine siamo arrivati ad oggi. Casa mia ormai contiene quasi solo oggettistica varia ed inutilizzata, inutilizzabile o semplicemente inutile. Cartoni della pizza con ancora qualche crosta dentro, piatti, un girello, giornali e riviste, un paio di scope, vasi di fiori, bottiglie vuote e altro. Ogni tanto vedo qualche topo che passa o che viene a darsi l’estrema unzione per poi morire tra un pezzo di lamiera arrugginita o il contenitore di un’amata cassetta porno anni ’80, perché – diciamoci la verità – nemmeno loro sopravvivono qui dentro. Oltre al vizietto che vi ho appena descritto, soffro anche di un’importante onicofagia. “L’onicofagia è l’abitudine di mangiare le unghie durante periodi di nervosismo, stress o noia.” Adesso come adesso misurano non più di mezzo centimetro, ma da mangiare si trova sempre. Le mangio e le sputo in giro, disseminando parti di me stesso lungo tutta la casa, seppellendo cadaveri di cheratina sotto cuscini bucati e passeggini. Le stanze sono tutte così simili, adesso, così piene di ricordi usurati e sfizi giornalieri, che non riesco più a ricordare bene dove sia il cesso. Il mio hobby ha completamente assorbito la mia vita, anzi posso dire che la mia vita stessa è la mia collezione. Un tizio una volta ha detto “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono.” Ecco, tutta la mia esistenza è questo. Io dipendo da questo. Ora sono seduto sul divano, protetto dalla memoria, intento a tagliarmi e pulirmi le unghie dei piedi. Uso la punta della forbice per sfrattare neri rimasugli di non so cosa e gettarli su un pezzo di giornale del ’89. Il metallo accarezza il polpastrello, una stimolazione appagante per l’uomo moderno. Un tremore improvviso mi pervade: sono entrato troppo nella carne. Goccia di sangue che si mischia al resto, un rifiuto ematico non propriamente riciclabile. Tampono, tampono, tampono. Tampono. Le cose a cui tieni o ti deludono o ti abbandonano. Non importa quanto crederai di possederle, alla fine lo faranno. Rompono malamente e magari te lo comunicano via sms. Prendo il giornale con le mie personali censure e lo getto sopra una pila di scatoloni di vecchi televisori al plasma. Osservo il pavimento lurido grazie a un raggio di luce che si fa largo tra due colonne di scaldabagno. Porporina che cade. Lo sapete che la polvere casalinga è formata in maggioranza da pelle morta? Spolveriamo noi stessi, le nostre speranze. O quello che ne rimane, a dirla tutta. Svogliata decomposizione domestica e misofoba pulitura costante. Siamo tutti becchini, alla fine dei conti: cancelliamo ogni segno del nostro passaggio. E allora cosa resta poi, alla fine, tolta la polvere? Io voglio lasciare un segno della mia esistenza. Perché non questo? Anche se alla fine non conta nulla. Cenere alla cenere, polvere alla polvere, siamo solo fertilizzante. Liquido melanconico. Membrana che si schiude dimostrando la sua effeminatezza. Nulla è più reale della crudezza dell’umana mondanità. Scende il liquido, sormontando lo zigomo. E così bevo e bevo per non morire disidratato. Assimilando squallore alla fine recupererò il benessere, anche se non ne sono proprio convinto. Bevo a canna dalla bottiglia di plastica di vino rosso sfuso, riponendo le forbici sul davanzale vicino a un giratubi e diversi cacciaviti. Mi faccio largo verso la finestra, calpestando quello che è. Fuori, tutto è immobile, calmo, sereno. Fuori, il mondo si compiace, edonista, della propria disabilità. Fuori, il mondo m’assomiglia: un’apparenza sublime per un marciume interno in piena crescita. Sentore di difetto. Felicità a lunga conservazione e deterrente d’amore. Balbettio costante ed equilibrio precario. Sollazzandomi con queste ideologie ebbre, sarcastiche, crude, guardo oltre la strada. Figure sfocate avanzano senza nessuna consapevolezza d’essere. Illuse. Ingenue. Instabili. Mosche iperattive che m’infastidiscono. Via, via, via! Emozioni annegate e ricordi in cirrosi epatica mi riempiono la testa. Basta. La mia è forse una verità annacquata per deboli di cuore. Lei sobria, stupratrice realtà di noi poveri verginelli. Fanculo. Torno verso il divano e mi stravacco di nuovo. Fitta alla schiena. Una serie di spille da balia mi penetrano il costato. Una ad una le tolgo, prendendomi una pausa dai miei pensieri. Tolgo anche l’ultima. Breve ed illusoria convinzione di salvataggio. Spasmi nevrastenici e crampo alla bocca dello stomaco. Fottuti lepidotteri. Prendo ed ispiro profondamente il pesticida al mio fianco. Il gusto così acre e chimico. Foschia cranica e sindrome d’abbandono muscolare. Espiro distendendomi. Sento piccoli corpi che sciamano agonizzanti e si rassegnano al succo gastrico. Corrosi. Stonati. Putrescenti. Ed erutto poi, esalando quei pochi ricordi delle loro esistenze tumorali, concedendomi così quel poco di riposo che desidero. Mi sveglio dopo qualche tempo. Cosa strana, gli orologi non mi hanno mai attizzato. Perché voler controllare ogni secondo che passa prima di schiattare? È come andare volontariamente da una vecchia infermiera presbite e col morbo di Parkinson per farsi fare un prelievo. Mi alzo, cerco la giacca e non la trovo. Ho bisogno di fare un passo, e comunque il vino scarseggia. Cerco per un buon quarto d’ora la giacca, alla fine la trovo, controllo nel portafoglio se è rimasto qualche euro ed esco. Furtivo e scazzato mi dirigo verso il primo supermercato. Entro. Vado verso il reparto degli alcolici, prendo una bottiglia a caso e vado verso l’uscita. La tipa alla cassa sta parlando con una collega. Mi schiarisco la voce. Hhehm. Attiro l’attenzione. Sadismo e Persecuzione alla mia destra. Hhehm. Tutti mi stanno guardano. Perversione e Capitalismo alla mia sinistra. HHEHM. “Prego?” Occhi fissi puntati e una curiosità che pesa sulle spalle con una grave cifosi a rischio permanente. Hhhhhhhhhhhhhh – Inspiro prolungato forzatamente per aumentare la suspance. La chiudo infine uscendo dalla porta senza dire nulla, lasciando la bottiglia sul nastro trasportatore. La società è un vecchio maniaco autolesionista che si eccita frustandosi la schiena, c’è bisogno di dire qualcosa? Me ne torno verso casa. Sul bordo della strada, appena fuori dal supermercato, noto un carrello della spesa. Lì, solo ed incustodito. Mi guardo intorno e, non vedendo nessuno, lo prendo. Me lo porto a casa. Arrivo al divano, mi siedo e ci metto sopra i piedi. Scolo e finisco l’ultima mezza bottiglia di vino e, guardando tutto quello che ho, penso di non essere così solo. Nei miei ricordi, nelle mie memorie, nelle mie cose, io sono veramente me stesso. Io sono veramente sincero. Io. Io. Io. Nessuno potrà mai togliermelo. Se nessuno lo sa, nessuno si sentirà in obbligo di fare il buon samaritano. L’uomo ha bisogno di segreti apparenti e di realtà personali come l’occhio che, per non seccarsi, si chiude anche solo per il tempo di un battito di ciglia, rinunciando alla Verità pur di sopravvivere.

4 commenti a “ Hoarders – Racconto ”

  1. ConAltriMezzi

    ConAltriMezzi

    Nel senso che ti liberi di tutto? Horror vacui al contrario?
    Speriamo, in ogni caso, che il racconto ti sia piaciuto!

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