CAMing-out-Homeless

Se la metafora del viaggio ha tanto successo, in letteratura, forse è perché i narratori sono fatalmente attratti dai vagabondi: chi si sposta traghetta con sé suggestioni e significati, immagini e ricordi. Chi si muove, racconta storie che sono inconcepibili per coloro che non hanno mai sperimentato il brivido della vita errante. 

Nel CAMing out!  di oggi parliamo di libri in cui i protagonisti vagano: storie di discese, parabole esistenziali, cadute ed emigrazioni, con sconfinamenti nella poesia e nella filosofia. Questi sono i nostri vagabondi preferiti, queste sono le loro peregrinazioni


Tiziana Buda0bb18021cd6d5c10ea2c8888d6bfa2f7_w190_h_mw_mh segnala:

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, 1976, 425 pagine, traduzione di Mazzino Montinari. Prima edizione: 1885.

«Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora  innumerevoli volte […]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!»

Così parlò Zarathustra è un libro per tutti e per nessuno, proprio come è scritto nel sottotitolo dell’opera. Per tutti, come vorrebbe Zarathustra, ma in definitiva per nessuno, perché il suo messaggio non viene compreso ed egli è deriso e considerato un pagliaccio.
Dopo dieci anni di ascesi in totale solitudine ha inizio il tramonto di Zarathustra, cioè la sua discesa presso l’uomo per rivelargli un segreto: si sta avvicinando l’avvento dell’oltre-uomo, l’individuo capace di andare oltre i valori, ormai in rovina, della morale tradizionale, basata sull’opposizione tra bene e male. In un mondo ormai in declino, costellato di figure grottesche e incapaci di adeguarsi al cambiamento in arrivo, si apre un percorso iniziatico in cui ci troviamo inchiodati dinanzi alle nostre debolezze e siamo invitati ad andare oltre, ad affermare con forza l’attaccamento alla vita e a tutto ciò che essa porta con sé. L’eremita è schiacciato da un pensiero profondo ed incredibilmente pesante: il pensiero dell’eterno ritorno dell’uguale, «l’esistenza così com’è senza senso e scopo, ma inevitabilmente ritornante»: l’essenza profonda del Nichilismo. Un pensiero che è come un serpente che entra in gola, e ti soffoca.
Ma se è vero che tutto passa e tutto ritorna, qual è allora il senso della vita? Possiamo rassegnarci, impotenti, a tutto questo, oppure possiamo abbracciare questo pensiero e il suo peso quasi insopportabile. In questo modo quel peso darà senso alle nostre azioni, rendendole responsabili: siamo tutti invitati a riappropriarci del nostro corpo, a non sperare più in una salvezza ultraterrena. Compiere questa scelta richiede un enorme coraggio, il genere di coraggio che permette di danzare e ridere, privi di punti di riferimento, anche sul limite di un abisso, ma solo questa scelta può restituire all’individuo la sua libertà, consentendogli di rompere la circolarità negativa dell’esistenza. Stacchiamo con un morso la testa del serpente e ritorniamo a respirare: questo è il coraggio dell’oltre-uomo che accetta se stesso e diviene creatore del suo destino.

Ancora oggi il pensiero di questo folle filosofo si presenta più che mai attuale: Nietzsche in qualche modo ha visto oltre il suo tempo, descrivendo il declino dei valori di una società che non ha più alcuna certezza economica, politica o sociale, parlando della degenerazione della nostra visione del mondo e dell’innegabile decadenza dei nostri tempi. Nonostante tutto, però, c’è ancora spazio per la “volontà della decisione” di cui Nietzsche ha parlato così superbamente. In fondo, anche dinanzi a una decadenza perpetuamente ritornante è ancora possibile afferrare un fugace attimo di grande bellezza.

 

e775b295e4c2ace4699a959f9c8fa736_w190_h_mw_mhSerena Stangherlin segnala:
Milan Kundera, La vita è altrove, Adelphi, 1992, 349 pagine, traduzione di Serena Vitale. Prima edizione: Parigi, 1973.

Seppur ambientato nella Cecoslovacchia del secondo dopoguerra, il romanzo si concentra sulla figura di un giovane poeta, Jaromil, che si fa portavoce di una soggettività lirica atemporale e individuabile in ogni realtà nazionale, come spiega Kundera stesso nella Prefazione del testo. È facile, quindi, far coincidere la figura di Jaromil con quella di molti altri poeti, come ad esempio Rimbaud, giusto per sottolineare che il titolo è una sua citazione, utilizzata anche da Breton nel manifesto del Surrealismo. Tuttavia Jaromil, “il poeta”, personifica soprattutto il tentativo di portare il proprio alter ego vincente, ossia Xavier, oltre le Colonne d’Ercole dell’immaginazione, di sostituirlo al proprio Io. Questo sforzo risulta tanto incauto da non permettere di distinguere con certezza, nel progredire della narrazione, cosa sia tragico-eroico e cosa ridicolo.
«Mamma, la vita è come l’erba cattiva» è uno dei primi versi di Jaromil, e nella conclusione si è ricondotti proprio a quest’amarezza. Se nell’incipit del libro si raccontano i dubbi della madre, preoccupata che il poeta possa essere stato concepito in un appartamento da scapoli o, peggio, in una panchina dei giardini pubblici, nel finale è Jaromil che vorrebbe morire eroicamente, senza tuttavia riuscirvi.
In fondo, il suo viaggio esistenziale è una sorta di parabola discendente, dalla terra alla terra, dalla panchina del concepimento al letto di morte. Lo stesso Kundera però, sempre nella Prefazione, cita Heidegger dicendo che l’essenza dell’uomo ha la forma di una domanda e, di fondo, quello dell’autore boemo è sempre un raccontare che non condanna, ma invita ad interrogarsi.
Non si esagera, dunque, dicendo che il monito di La vita è altrove è quello di fare della poesia, ossia della giovinezza, un atto conoscitivo del reale, anziché uno sterile ideale da sovrapporre ad esso.

 

jack kerouac sulla stradaNicolas Alejandro Cunial segnala:
Jack Kerouac, Sulla strada, Mondadori, 2006, 403 pagine. Prima edizione: 1957.

Non avete tutti i torti, se pensate che la scelta di parlare di questo libro non sia poi molto originale. On the road, dopotutto, è un libro così conosciuto che pare di averlo letto anche se non lo si è fatto. Io, però, l’ho fatto davvero: lo lessi durante il secondo anno di università, quando la mia voglia di “evasione” era elevata come non mai, e si rivelò un libro stupendo.

Al di là delle solite leggende che si raccontano su questo testo – come per esempio il fatto che Kerouac lo scrisse in venti giorni (sì… era solo la prima bozza, però!) su un rotolo di carta di oltre trenta metri – il romanzo è qualcosa di assolutamente… impossibile da definire.
La storia narra di Sal e Dean – ossia Jack Kerouac e Neal Cassidy – che attraversano gli USA da New York a Denver, fermandosi in varie città e toccando, come ultima meta, il Messico. Nel loro viaggio avranno modo di conoscere e stringere amicizie profonde con Allen Ginsberg e William S. Burroghs, e questo probabilmente è il lato più bello del libro: è fantastico che la storia di coloro che hanno rivoluzionato profondamente i decenni successivi a On the road si siano conosciuti e amati in un momento in cui erano ancora dei perfetti sconosciuti gli uni per gli altri.
Un secondo aspetto portentoso del libro, poi, è legato alla trama e ai paesaggi: chi non ha mai sognato di spogliarsi di ogni responsabilità e partire con uno zaino in spalla per girare il mondo? Tutti. Chi l’ha mai fatto veramente? Nessuno. Ed è qui che emerge un terzo lato del libro, che rovescia in parte ciò che di positivo si è detto finora: quello che questo romanzo racconta è molto in contrasto con la realtà.
Al di là del fatto che il libro non possiede doti narrative o qualità intrinseche tali da far pensare che Kerouac fosse un bravo scrittore – come hanno sostenuto molti critici autorevoli, tra cui Truman Capote, che disse di lui «Quello non è scrivere, è battere a macchina» – il libro perde di efficacia se lo si legge in un contesto che non permetta alla fantasia – che ha bisogno di terreno fertile per germogliare – di crescere.
Se si legge On the road a 65 anni, in poltrona, sotto le feste, probabilmente non ci si trova dentro nulla di così straordinario. Se invece lo si affronta quando si è ancora giovani, carini e disoccupati, probabilmente si è ancora in tempo per apprezzarlo.

 

Il_latte____buon_4f23dd74221bc_135x200Francesca Dainese segnala:
Garane Garane, Il latte è buono, Iannone Editore, 2005, 132 pagine.

Il migrante racconta se stesso: dai luoghi d’origine più disparati (dall’Africa Subsahariana alle Antille, dall’Oriente a Parigi), in fuga o in viaggio, accompagnato da compagni d’avventura, animali psicompompi e talismani per proteggersi, riti magici per scongiurare il pericolo e prove da superare in difesa dell’identità a rischio. Quanto una meta e, in definiva, un luogo possono cambiare un’identità? Quanto il tempo necessario per raggiungerli, il tempo per viverli appieno, il tempo per impazzirvi può cambiare gli uomini che si mettono in viaggio?
Storia, memoria, immaginario, follia: sono milioni le componenti che dialogano tra loro nella pagina bianca, e il viaggio del migrante diventa spesso un periplo senza fine, se è vero che la definizione stessa di migrante rimanda all’idea di “moto perpetuo” e di “tempo indeterminato”.
Il latte è buono di Garane Garane viene considerato il primo romanzo postcoloniale italiano. L’autore, nato in Somalia e istruitosi nelle scuole italiane di Mogadiscio, si trasferisce a Firenze per studiare Scienze Politiche, esattamente come il suo personaggio, Gashan.
A differenza dell’autore, però, quest’ultimo porta con sé l’eredità di una nobile stirpe africana, essendo egli il prodotto di una maternità ferina e semidivina. A fronte di un passato così ricco e pieno di eredità storico-culturale, la personalità di Gashan è dipinta come intrisa di artificialità moderna, allevata in un contesto linguistico e culturale improprio. Sentendosi un italiano solo temporaneamente “in prestito” in Africa, affronta il proprio senso di déracinement guardando con superiorità spezzante tutto ciò che è somalo, quindi «povero, sporco, brutto e arretrato» .
Il protagonista farà quanto possibile per raggiungere quelle che ritiene le sue vere origini, che lo collegano a Giulio Cesare e a Gigi Riva, a Petrarca e alla Fiat, ma la realtà che lo accoglie a Roma è ben diversa da come l’aveva immaginata. Se Gashan fugge da Mogadiscio con l’aplomb del privilegiato, arriva a Fiumicino in tutta la sua “africanità”.
A Roma non è che un colore, il nero, e poco importa che egli parli un italiano corretto e fluente, che mangi a bocca chiusa con insistita italianità, che viva della letteratura del Bel Paese. Emblematico, da questo punto di vista, l’incontro col poliziotto che gli chiede arrogantemente di fornire il passaporto, stupendosi di trovarlo scritto in italiano.
Ma ciò che è ancora più significativo è che mai come nell’agognata Italia Gashan si sente somalo, ed è Roma a diventare «povera, sporca, brutta e arretrata», popolata di «arabi», ostile e maleducata. L’Italia diventa una madre-matrigna che tradisce le aspettative di Gashan, tanto che il viaggio agognato e atteso da anni diventa un «esilio» di negritudine che costringe il colto protagonista a uscire dal mito e affrontare la bruciante realtà.
Di lì a poco, nel ritmo velocissimo del breve romanzo, Gashan si lancerà alla volta della Francia e poi degli Stati Uniti, unico paese che sembra garantirgli una tolleranza e una libertà istituzionalizzate. L’ennesimo sogno (americano)?
Gashan torna infine a Mogadiscio, distrutta dalla guerra, dopo essere diventato direttore del Dipartimento di Umanistica della Allen University nella Carolina del Sud. Il ritorno del migrante sembra essere la tappa obbligata e conclusiva del percorso, ma il finale aperto coincide con la presa di coscienza, da parte dell’esule, di un dato di fatto incontrovertibile:  le mille sfaccettature in cui l’identità è stata costretta a scomporsi rendono impossibile ogni vero ritorno.

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