CAMing-out-Island

Alla letteratura piacciono le isole. Teatri perfetti per storie angoscianti, in cui l’uomo si trova solo di fronte a se stesso e deve fare i conti con la parte più oscura di sé, senza alcuna possibilità di fuga.

Oggi vi raccontiamo quelle che per noi sono le migliori – e le più terrorizzanti – isole della letteratura mondiale. Fate attenzione!

«L’isola ci ha portati qui. Non è un luogo normale, te ne sarai accorto sicuramente. L’isola ha scelto anche te, Jack. È il destino.»

 

Tommaso De Beni segnala
H.G. Wells, L’isola del dottor Moreau, Gruppo Newton, 1994, 96 pag.

Copertina L'isola del dottor MoreauNel 2001 un video dei Basement Jaxx sconvolse il mio subconscio adolescenziale mostrando delle scimmie con facce umane che suonavano una canzone. Il retroterra culturale di un video del genere (più o meno consapevolmente) è senza dubbio l’assurdo romanzo L’isola del dottor Moreau di H.G.Wells, pubblicato nel 1896. Non ricordo nemmeno se l’ho letto tutto, però la storia me la ricordo bene perché, a parte la parodia dei Simpson e il film con Marlon Brando e Val Kilmer, mio fratello aveva quel libro, nella stessa collana del Gruppo Newton che raccoglieva libri di Lovecraft e Robert Hervin Howard, che costavano 1000 lire l’uno. Una collana che metteva assieme fantascienza, fantasy e horror.

Il libro di H.G. Wells parla di un naufragio su un’isola sperduta che cela dei segreti, ben prima di Lost. Ma soprattutto è un libro che mi fa tanta paura. La storia racconta di un tizio, Prendick, vittima di un tremendo naufragio nel Pacifico, che viene salvato da un vascello comandato da un losco figuro con uno sgorbio come servo. Il vascello trasporta animali esotici e si sta recando su un’isola dove il dott.Moreau, un tempo brillante scienziato, compie degli esperimenti inquietanti. In pratica il suo scopo è umanizzare gli animali attraverso vivisezioni e trapianti d’organi.

Il risultato sono degli squallidi mostri, che alla fine del romanzo perdono il loro residuo di umanità. La parte animalesca dunque prevale. Wells con questa storia intendeva scuotere le coscienze del suo tempo mettendole in guardia contro il progressismo esasperato e contro la scienza asservita al potere industriale e privata di ogni etica e morale. Il tema è attuale ancora oggi, in cui le sperimentazioni sugli animali sono legali, ma non condivise da molti. Anche la suggestione allegorica dei mostri creati dalla cattiva scienza a quanto pare è ancora attuale e interessante.

 

Lorenza Bennardo segnala
Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo, BUR, 2012, 1198 pagine.

Copertina Il conte di MontecristoSe fosse vissuto nel XXI secolo, Dumas non avrebbe scritto romanzi a puntate. Avrebbe scritto serie tv per quelli del mondo globale; una volta a settimana avrebbe orientato il disordine urbano, e poi sarebbe diventato #TT. Sarebbe stato uno sceneggiatore di successo, uno che sa cosa mettere dove, uno che fiuta il pubblico e gli procura la sorpresa che si aspetta. Uno che sa usare il nero, il mistero, il giallo, l’intransigenza e il meschino, l’egoismo e il sacrificio, la vanità e il sublime, e tutti quei prodotti dell’animo umano che cerca -nei secoli dei secoli- di dominare i suoi istinti disumani.

Nel primo capitolo del romanzo tutto è luce: Marsiglia, il porto, il “Faraone” che arriva dall’Oriente e la folla di gente che lo accoglie, gli occhi scuri del marinaio Edmond Dantès.
Immaginatevi questo Dantès -l’eroe-, giovane, bello, sorridente, a cui un colpo di fortuna ha appena consegnato la vita in confezione deluxe: rispettabile impiego di capitano, stima dei superiori, padre venerabile, fidanzata devota. Una vita pronta per la felicità, cioè per la tragedia. Dietro di lui si agita l’Europa divisa fra il sogno innovatore e dispotico di Napoleone e il profilo rassicurante e stantio della Restaurazione. Un bivio che inghiotte i semplici, e qualche volta li risputa per farne, almeno nella fantasia letteraria, titani di cristallo. Davanti a Edmond, davanti a Dumas, legge avida un’Europa che già si vede industriale e già si pensa borghese.

Il Conte di Montecristo non è storia di un’isola, ma di tante isole. La prima è un’isola che non c’è: l’Elba, dove la storia inizia prima del racconto. Dove l’innocente Dantès riceve dalle mani di Napoleone il plico che annuncia ai bonapartisti di Parigi l’imminenza dei “Cento Giorni”.
La seconda isola, tetra e immutabile, ospita il Castello d’If, la prigione per criminali politici dove Edmond -denunciato come bonapartista- rimane seppellito per quattordici anni.

La terza isola è, finalmente, Montecristo: isola muta e abbagliante, che nasconde sottoterra un antico e immenso tesoro. Ricchezze che trasformano Edmond, dissepolto dalla tomba d’If un po’ per sorte un po’ per coraggio, in un’isola. Immensamente ricco, immensamente solo, Dantès si consacra allo sforzo di elevarsi al di sopra degli uomini e, sostituendosi al destino, di abbattere i propri nemici.
Arrivati a questo punto, non posso più smettere di leggere e la notte faccio le tre, perché voglio scoprire cosa di Edmond Dantès è rimasto nel Conte di Montecristo, nei suoi palazzi magnifici, nella sua maestosa e impenetrabile vita sociale. Voglio scoprire se è rimasta anima dietro la pelle di marmo o se anche l’anima è diventata di marmo. Voglio sapere se la risposta assoluta al male, nel mondo che legge Dumas, è ancora l’abisso del male oppure è la speranza.

Il volumone, una vecchia edizione Mondadori, è ormai a brandelli, ma me lo porto ancora dietro. Sulla prima pagina c’è la dedica di chi me lo ha regalato: mi presentava Edmond Dantès come un amico. Quanta verità.

 

Isacco Tognon segnala:
William Golding, Il signore delle mosche, Mondadori, 2001, 250 pagine.

Copertina Il signore delle mosche«Questa è un’isola. Almeno, credo che sia un’isola. Quella là nel mare è una scogliera. Forse di grandi non ce n’è in nessun posto».
Il Signore delle Mosche rientra a pieno titolo tra i libri di Back to school: è, cioè, uno di quei romanzi che non avrei mai letto se una professoressa non lo avesse inserito nella lista nozze estiva tra la terza e la quarta liceo.

A causa di un incidente aereo una masnada di bambini e pre-adolescenti si ritrova su un’isola deserta. Nessun adulto all’orizzonte: tutti cercano il pilota, ma non sanno che il suo corpo senza vita è incastrato ai rami di un albero nella foresta, attaccato come una strana appendice al suo paracadute. Cercano di organizzare la loro vita sull’isola, guidati dai due leader Ralph e Jack: costruiscono capanne, organizzano battute di caccia, tengono acceso il fuoco sulla spiaggia per segnalare la loro presenza alle navi che dovessero transitare.

Ma l’esperimento comunitario e l’organizzazione sociale sull’isola sfuggono presto al loro controllo: il gruppo si divide, le paure spingono i ragazzi ai loro istinti primordiali; arrivano a farsi guerra e due di loro rimangono uccisi.
L’isolamento e l’istinto di sopravvivenza li porta ad agire per impulsi, ogni discorso sul bene e sul male non ha più alcun senso, in mezzo al Pacifico ci sono solo dei ragazzi ritornati allo stato di natura, novelli tribali.
Il Signore delle Mosche è angosciante e assurdo, Golding non fa altro che scrivere (e la descrive, con lucidità ed esattezza) la deriva di un “governo” impossibile, che inevitabilmente collassa e crea mostri.

Solo Orwell, forse, nella Fattoria, ha saputo descrivere – pur con altri toni (ed intenti), servendosi della metafora come motore primo della narrazione – in modo analogo la deriva di un potere nuovo e l’incapacità di vivere in comunità senza contrasto.
Sull’isola di Golding i ragazzini di Jack danzano intorno al Signore delle Mosche, una testa di maiale conficcata su un palo. Sembrano i bambini di De André, quelli di Marcondirondero, impazziti nel vortice della guerra e nel delirio del girotondo che loro stessi hanno iniziato: «La terra è tutta nostra Marcondiro’ndera / ne faremo una gran giostra Marcondiro’ndà. / Abbiam tutta la terra Marcondiro’ndera / giocheremo a far la guerra Marcondiro’ndà».

 

1 commento a “ I am a book, I am an island ”

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