I gatti non abbaiano

Sono sempre di più i cantanti che si mettono in testa di scrivere romanzi, poesie o racconti, incoraggiati da un lato dalle case editrici che mirano alle vendite facili e dall’altro da certi attacchi alla letteratura italiana contemporanea, che è sempre colpevole di essere troppo pop o di non esserlo mai abbastanza.

Recentemente, in occasione dell’uscita del primo romanzo del cantante dei Negramaro, è apparso un articolo  che fa un borsino dei cantanti italiani che si sono cimentati nella letteratura. Nella lunga lista mancano per lo meno Pupo e Jovanotti, tuttavia l’articolo rende bene l’idea: sono davvero tanti i cantanti italiani che hanno pubblicato romanzi, racconti o poesie negli ultimi anni. Un numero che sembra crescere esponenzialmente.

Meglio ancora se i cantanti sono anche autori dei testi, come dire che uno che scrive canzoni è già abbastanza impratichito nella scrittura per cimentarsi (magari con qualche aiutino) anche con racconti. Ancora più stringente dovrebbe essere il nesso tra canzoni e poesie, del resto in entrambi i casi ci sono le rime e si va a capo. Ma su questo punto vorrei tornare più avanti. Per adesso, quello che mi interessa ribadire è che, a mio modesto parere, non si tratta tanto di un’esplosione artistica nei cantanti quanto piuttosto di una scelta editoriale che sfrutta nomi già famosi per vendere di più, e su questo punto non si può aggiungere altro, perché purtroppo l’esigenza economica al giorno d’oggi è preponderante.

Da questo punto di vista preferisco che una casa editrice pubblichi un libro di Ligabue piuttosto che della Franzoni. Inoltre c’è anche da dire che, visto l’andazzo della narrativa italiana contemporanea (tra Moccia e Giordano), è difficile che un cantante possa fare di peggio. Questo non è esattamente il mio pensiero, ma sono abbastanza convinto che molti tra editori e lettori (e critici più o meno professionisti) la pensano così. In altri casi invece non c’è da stupirsi.

Penso al già citato Ligabue, per esempio. Non voglio dare un giudizio di valore, ma avendo ascoltato molto attentamente le sue canzoni – anche se preferisco Vasco – dico che in lui è evidente l’attitudine al raccontare storie. Le sue canzoni non c’entrano nulla con la poesia (lo ammette anche lo stesso Liga), sono invece delle vere piccole narrazioni, con tanto di personaggi, nomignoli e situazioni (Bar Mario, Salviamoci la pelle, Anime in plexiglas, I duri hanno due cuori, Un figlio di nome Elvis). Queste canzoni hanno un tema, che è lo stesso dei racconti e del suo primo film, cioè il rapporto con la provincia e la descrizione della stessa.

 

Non è un caso che la sua prima raccolta di racconti, datata 1997, si intitoli Fuori e dentro il borgo. Ligabue ha anche pubblicato una raccolta di poesie, scritte prima di diventare famoso come cantante, che invece non c’entrano niente con le canzoni e i racconti e sono secondo me vagamente influenzate dai surrealisti francesi. Altri suoi colleghi, invece, senza aver pubblicato raccolte di poesia, sono considerati poeti.

La questione della “poesia in musica” è piuttosto spinosa e richiederebbe una lunga serie di excursa storici e di esempi. Partiamo dal presupposto che molti, non solo semplici fan, considerano Fabrizio De André il più grande poeta del Novecento tanto che le tesi di laurea in Lettere su questo argomento abbondano. Una precisazione interessante in merito è offerta da Andrea Cortellessa.

Un altro cantautore, Francesco De Gregori, nel 2011 ha espresso in merito (forse voleva essere menzionato anche lui come autore di grandi testi) un’opinione abbastanza seccata e caustica: leggi qui. Gian Paolo Serino si è spinto ancora più oltre, dichiarando che il più grande poeta italiano del Novecento è Vasco Rossi: leggi qui.

A me pare evidente che tali dichiarazioni siano polemiche nei confronti della poesia italiana dagli anni Settanta (gli anni dei grandi cantautori) ad oggi, la quale viene considerata frigida, intellettualoide, incomprensibile e lontana dalla gente. Meglio quindi i cantautori, che sanno essere comunicativi dimostrando però allo stesso tempo padronanza stilistica e lessicale.

Ad ogni modo trovo strano, seguendo questo ragionamento, che nessuno dica che Guccini è il più grande poeta del Novecento. Anche Caparezza, se è per questo, è molto bravo nell’usare metrica, rime, assonanze, etc. E che dire dei testi al limite dell’assurdo di Rino Gaetano?

Che musica e poesia siano strettamente legate è un dato di fatto, che risale alle origini delle stesse, tant’è che recentemente i reading di poesia diventano spesso degli happening performativi in cui la voce del poeta è accompagnata da una musica di sottofondo. Tuttavia sarebbe più interessante verificare ed analizzare come e quanto la letteratura abbia influenzato i testi delle canzoni, e non viceversa. La verità è che non è facile distinguere scientificamente le poesie dalle non-poesie; Benedetto Croce ci provò, con risultati secondo me sgradevoli (per lui Leopardi non era un poeta).

Il più simpatico Roland Barthes invece si limitò a dire che la maggior parte delle poesie sono brutte, ma sono pur sempre poesie. Per fare un po’ di ordine si potrebbe cominciare col dire che esistono diversi tipi di poesia. Nel Novecento italiano è sempre mancata (o quasi) una poesia narrativa. Ecco che allora i cantautori suppliscono a questa mancanza. C’è anche da dire che i poeti dagli anni Settanta ad oggi sono veramente tanti e forse bisognerebbe approfondirne lo studio e la conoscenza prima di liquidarli tutti come incapaci di comunicare.

 

De André, per esempio, era il primo ad allontanare da sé l’etichetta di poeta e in una lettera a Mario Luzi – che si può leggere nella raccolta dei suoi testi Come un’anomalia, pubblicata da Einaudi – spiegò perché poeti e cantautori siano molto diversi, facendo l’esempio del ponte tra testi di canzone e letteratura e del canto delle sirene. Egli in sostanza riteneva che la musica ingannasse un po’ le persone e per se stesso preferiva il termine “cantastorie”, mentre la poesia vera la lasciava a Luzi, da sempre sua fonte di ispirazione.

Entrando nello specifico dei testi di De André, io penso, per esempio, che canzoni come La guerra di Piero o Bocca di Rosa, siano ascrivibili al limite alla poesia narrativa di antico stampo. Alla Pascoli, per intenderci. C’è invece una canzone di De André, la mia preferita, la quale può essere considerata una poesia, e cioè Amico fragile. Non ci sono le rime e la struttura non è narrativa, quanto piuttosto evocativa: ci sono metafore e riferimenti che non si comprendono se non si conosce il contesto in cui è stata scritta. Queste caratteristiche si avvicinano molto a quello che io chiamo poesia (a parte le rime, che possono esserci oppure no).

Ma di nuovo cadiamo nella trappola teorica di dover stabilire cosa è poesia e cosa non lo è. In definitiva penso che ci sia il rischio di un dilettantismo dilagante, per cui un imprenditore si convince di poter fare politica meglio dei politici stessi, un presentatore di poter recitare meglio degli attori, un elettricista di poter curarsi l’appendicite da solo, un cantante di poter scrivere meglio degli scrittori, un filosofo (o un economista) di poter occuparsi di letteratura meglio di un critico letterario, e via dicendo.

Un discorso analogo alla poesia si può fare per gli intellettuali: partendo dal presupposto che un intellettuale non può isolarsi dal mondo, chi arriva più facilmente alle masse influenzandone i ragionamenti e le opinioni potrebbe accaparrarsi la sua aureola. Con il risultato inquietante che Gerry Scotti sarebbe più intellettuale di Adorno. Se le poesie e i romanzi italiani contemporanei non piacciono, possiamo sempre rifugiarci nella letteratura straniera o all’estero, ma se il mio gatto non miagola non posso per questo iniziare a chiamarlo cane.

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