di Andrea Malabaila.

Quando Marina scende dalla macchina, si ricorda che la mappa dettagliata di Alberto l’aveva messa nell’altra borsa e non c’è tempo per tornare indietro. Prova a chiamare Alberto, ma risponde il messaggio automatico “L’utente non è al momento raggiungibile”. Allora si gratta dietro l’orecchio sinistro, come fa ogni volta che pensa a una soluzione – scherzando, dice che dietro l’orecchio sinistro c’è una polverina magica che se la sfreghi per tre secondi riesce a farti capire qualsiasi cosa, pure i misteri della fede, delle linee di Nazca, del triangolo delle Bermuda, dei cerchi nel grano e dell’effetto di Jessica Alba sul cervello degli uomini. Si guarda attorno e vede le luci intermittenti appese da un tetto all’altro, i babbi natale di plastica che si arrampicano sui balconi – una mania che all’inizio trovava divertente ma che adesso la inquieta non poco – e le lampadine attorcigliate sui tronchi delle palme. Non ha idea di dove sia la spiaggetta di Alberto, e del resto se dice di conoscerla solo lui un motivo ci sarà. Ma Marina non è una ragazza che si perde d’animo facilmente. Nei suoi ventiquattro anni è già stata tutto: studentessa modello, volontaria sulle ambulanze, amica fedele, figlia premurosa, quasi moglie, ma soprattutto – per quello che conta adesso – ha fatto più di un viaggio da sola, all’avventura, senza cartine e un posto sicuro dove dormire. Non si perderà certo qui. Nossignori. Quella volta in Namibia nella foresta degli alberi zitter, okay, ci poteva anche stare. Oppure, okay, lungo la strada inca per Machu Picchu, quattro giorni di camminata. Okay. Ma qui no, non si può proprio.Per prima cosa bisogna arrivare al mare. Poi scegliere se andare a destra o a sinistra, facendosi guidare dall’istinto. E se l’istinto dice male, tornare indietro e riprovare nell’altra direzione. Marina vede un piccolo molo, lo raggiunge, lo aggira. Davanti a lei una serie di scogli. È buio e Marina per un attimo teme di inciampare e di rimanere intrappolata finché non arrivi un pescatore a recuperarla. Se lo immagina, quel pescatore. Con la barba appena un po’ lunga, i muscoli forti e l’aria sicura. Sicura come voleva sembrare lei fino a poco tempo fa, prima che le sue certezze di bambina naufragassero per sempre in un maledetto ospedale.

«Signorina, devo dirle una cosa. Suo padre non lo sa ancora, ma gli esami purtroppo rivelano che le cure non hanno avuto l’effetto sperato».

«Ma come? Gli avete detto che era tutto a posto!»

«Abbiamo preferito avvertire prima lei».

«Cosa vuole dire, dottore?»

«Le consiglio di stargli accanto il più possibile, mi dispiace».

«Quanto gli resta?»

«Non molto. Tre mesi, nel migliore dei casi».

Marina si lascia cadere su una sedia, deve cercare un’espressione che la faccia sembrare sicura come sempre, ma non la trova. Suo padre adesso uscirà da quella porta e la vedrà piangere e capirà tutto.

No, non deve piangere.

Deve assumere un atteggiamento neutro.

Confondersi con l’ambiente.

Non è difficile: qui dentro è tutto così asettico, pensa.

L’ospedale ha i colori e gli odori del purgatorio.

C’è profumo di salsedine, che poi si attacca ai capelli e li fa diventare mosci e appiccicosi. Marina mette un piede davanti all’altro, procede lentamente, fa attenzione a non scivolare. E pensa che forse non è stata una buona idea, venire qui. Che l’essersi dimenticata la mappa di Alberto è forse il segno che è meglio lasciar perdere, tornare indietro. Può sempre dirgli che ha avuto un contrattempo ma non ha potuto avvertirlo perché lui aveva il cellulare staccato.Cosa le è saltato in mente di farsi convincere?Alberto è simpatico, per carità, ma si conoscono da così poco! Le è stato presentato da un’amica e alla fine ha dovuto convenire che è carino e con quello sguardo e quei capelli arruffati assomiglia a Jeff Buckley. Condividono pure almeno tre o quattro interessi, a cominciare dalla passione per i posti strani che non conosce nessuno. Ma lei in questo momento ha tutt’altro per la testa, non ce la farebbe di certo a buttarsi in una nuova storia. È stato solo un attimo di debolezza. Quando Alberto le ha parlato di passare insieme questa serata, è stata tentata di dirgli di no, che doveva stare con suo padre, ma poi non se l’è sentita di raccontargli tutta la storia. E ha pensato che forse era la cosa giusta da fare: andando in un posto che nessuno conosce, forse anche il tempo si sarebbe fermato e non avrebbe portato via tutto quanto. Era un’idea insensata, è vero, ma in fondo tutte le idee insensate hanno qualcosa di meraviglioso.

Ecco suo padre. Marina si trattiene dal corrergli incontro, dall’abbracciarlo forte. Deve essere fredda, come quando fa la volontaria del 118. Solo che questa volta è coinvolta emotivamente.

«Ciao Marina, hai visto? Tutto a posto! Dobbiamo andare a festeggiare!»

«Certo», balbetta.

«Cos’è quella faccia? Non sei contenta?»

Una lacrima le esce senza permesso.

«Ma tu piangi…»

«Sono lacrime di gioia, papà».

«Forza, andiamo! La vita è troppo breve per commuoversi».

Escono dall’ospedale, è strano vedere tutta quella gente persa per i fatti suoi. E poi quel clima così poco invernale. I meteorologi dicono che è l’inverno più caldo degli ultimi due secoli. Ma è solo un’illusione. La primavera arriverà fra tre mesi.

Tre mesi.

Chissà se suo papà la rivedrà mai più.

Sta per tornare indietro, ma vede un’ombra in lontananza e le sembra quella di Alberto.

«Alberto, sei tu?», urla con tutto il fiato che ha. «Marina!», risponde l’ombra. «Aspettami lì!»

Dopo pochi istanti, Alberto è lì, davanti a lei. «Che ci fai qui? Ti piacciono i percorsi difficili?» «Ho dimenticato la mappa. E tu hai il cellulare spento». «Aspetta che ti do una mano». «Vedo che ti sei organizzato per bene!», esclama lei, vedendo diverse bottiglie impilate nella sabbia. «Non sapevo che cosa preferissi bere», si schermisce lui. «E così, per non sbagliare…»

Gli punta contro l’indice e dice ridendo: «Tu sei molto pericoloso!» «Mai quanto te. Una ragazza che studia medicina e fa la volontaria sulle ambulanze. Praticamente rischio un’autopsia dal vivo!» «Fa freddino, non trovi?», cambia discorso. «Forza, accendiamo un falò», dice Alberto. Il suo entusiasmo è così contagioso che Marina dimentica in fretta i propositi di poco prima.

Le fiamme, muovendosi, creano strane ombre. Marina ne è attratta e inquietata. Prende una manciata di sabbia e la lascia scivolare tra le dita.

«Quando non ci sarò più, devi ricordarti di prenderti cura dei miei cactus. Lo dico a te perché sai che tua madre li farebbe marcire dopo due giorni. Lei è sempre esagerata in tutto quello che fa. Ma i cactus hanno bisogno di poca acqua. Non chiedono troppe attenzioni, sono i meno egoisti tra tutti gli esseri viventi. Ho cercato di farti crescere come loro e, sai, non te l’ho mai detto ma sono orgoglioso del risultato». «Papà…» «È vero. Di questi tempi non è facile trovare una ragazza generosa come te, e se qualcuno si lamenterà che hai qualche aculeo, beh, tu digli che quelli ti servono per difenderti».

«…»

«Sai quanto ci tengo a quei cactus. Te li affido. Passare del tempo con loro sarà un po’ come passarlo con me». «Papà, non dirlo neanche per scherzo. Puoi continuare a curarli tu i tuoi cactus». «Neanch’io voglio essere egoista. Non voglio diventare un peso per nessuno, tantomeno per te e la mamma. Per questo ho deciso di interrompere le cure». «Il dottore ha detto…» «Il dottore ha detto che mi resta poco. Lo so perché ho voluto sapere la verità – è un mio diritto conoscerla. Ma non preoccuparti. Non c’è niente di spaventoso, in tutto questo. Lo sappiamo tutti che dobbiamo morire, non è che ’sto dottore abbia detto qualcosa di così straordinario, no? In fondo è un appuntamento a cui dovremmo prepararci tutta la vita, se poi quel giorno è oggi o domani cambia poco». «Come fai a essere così sereno?» «Infatti non lo sono. Ho una paura che non ti immagini. Però ho anche te e so che la mia vita non è andata sprecata. E questo mi conforta».

Qualche birra dopo, cadono le barriere.

«Dimmi una cosa, sinceramente», le dice Alberto. «Il fatto che tu mi abbia detto, dopo due volte che ci vedevamo, che stavi per sposarti con un altro, mi cataloga automaticamente tra i tuoi amici?» La guarda negli occhi e va al punto: «Voglio dire, posso credere di avere qualche speranza, con te?»

Marina fa un respiro profondo, poi dice: «Devi sapere una cosa. È un peso che mi porto dietro da tempo e che alla sera non mi fa dormire. Quando sei da sola nel tuo letto è tutto più complicato e non puoi scappare da te stessa».

Oh mio dio, pensa Alberto. Le è venuta la ciucca triste.

«Il giorno che lui si è sposato – dopo neanche un anno che si conoscevano! – io ero lì. Mi sono mischiata tra gli invitati e mi sono messa nell’ultima fila di una navata laterale, nascosta da una colonna. Credo che nessuno ci abbia fatto caso. Lo so che è da masochisti, però se stavo a casa era peggio. In fondo la realtà è sempre meno spaventosa di quello che ci immaginiamo, e te lo dice una che ha girato e di cose ne ha viste. E infatti mi sembrava di guardare un film, non mi faceva nessuna impressione. Sotto quel velo potevo esserci io come lei come chiunque altra. Non cambiava la sostanza delle cose. Poi però mi sono guardata attorno e ho visto un sacco di gente che non conoscevo, ho visto i parenti e gli amici della sposa, e non erano i miei parenti e i miei amici. Questo cambiava tutto. Non si era trasformato solo il destino di una persona, ma il destino di un sacco di persone. E adesso loro erano (o sembravano) felici perché io ero (o era stata) triste. Una sensazione insopportabile. Ho odiato i genitori della sposa, in quel momento. Ho odiato tutti. E me ne sono andata, senza aspettare il sì».

«L’hai più rivisto?» domanda Alberto, giocherellando con un rametto, come fa quando è nervoso. «Lui no. Ho rivisto il padre della sposa, però», dice con voce grave. «Una sera che ero in servizio sulle ambulanze, ci chiamano perché c’è stato un incidente. Arriviamo sul posto e troviamo una macchina mezza distrutta contro un palo. All’inizio pensiamo al solito ragazzo che ha bevuto troppo e ha perso il controllo, ma poi ci troviamo davanti uno che i vent’anni li ha superati da un pezzo. Non ci metto molto a ricordarmi dov’è che l’ho già visto: al matrimonio, in prima fila. Rimango bloccata. I miei colleghi si muovono come dei pazzi, ma io non ci riesco. Mi gridano di darmi una mossa, che c’è bisogno del mio aiuto. Niente. Non ce la faccio. Anche se sono l’unica che saprebbe fare quello che serve in un momento come questo, rimango immobile. Alla fine lo caricano sull’ambulanza e sto a guardare come se non mi riguardasse per niente».

Marina si mette a piangere. Alberto cerca di consolarla, ma gli occhi di Marina, appannati dalle lacrime, vedono solo il passato ed è un passato che non può essere modificato in alcun modo. Proprio come allora, Marina è irrigidita.

«Non so che fine abbia fatto quel pover’uomo, se si sia salvato o no, non ho mai voluto saperlo, ho preferito tenermi dentro questo dubbio. Però sono sicura che se avessi fatto qualcosa, lui si sarebbe salvato di sicuro. Aveva solo bisogno di…» «Non fare così», le dice Alberto. «Ho rallentato tutte le operazioni e sapevo che era questione di velocità, che non bisognava perdere neanche un secondo. È tremendo, ma la verità è che non ho voluto salvarlo. Se non ho fatto niente è perché volevo che sua figlia soffrisse almeno quanto avevo sofferto io». «Non devi incolparti», fa Alberto. «Non è colpa tua se lui si è schiantato contro un palo». «Io ero lì apposta. Faccio la volontaria per salvare la gente, non per cercare vendette personali. Non potrò mai perdonarmi quello che ho fatto».

Marina non lo dice, perché nonostante l’alcol si sta rendendo conto di essere diventata troppo melodrammatica, ma pensa che ci sia qualche relazione divina tra il mancato aiuto al suocero del suo ex e la malattia di suo padre. Questo pensiero la fa sentire ancora più colpevole perché, fra tutti, suo padre è l’ultima persona che vorrebbe perdere. E l’idea di poter essere in qualche modo la causa di tutta questa catena di sofferenze le scioglie ogni pensiero razionale e ogni speranza di vedere accolte le sue preghiere.

Non abbandonarmi, papà.

Non farlo.

Almeno tu, non lasciarmi mai.

All’improvviso la spiaggetta si riempie di ragazzi che arrivano di corsa, si spogliano senza nemmeno fermarsi e si tuffano in acqua.

«Questo posto non lo conosceva nessuno, eh?», dice Marina. «Adesso spiegami che ci fanno questi pazzi». «È un inverno caldo, no?» scherza Alberto.

Vedere tutte quelle teste che spuntano nell’acqua, per Alberto è come tornare a quando aveva quindici anni e la notte di Ferragosto tutti i suoi amici si tuffavano per liberare i lumini in mare, mente lui rimaneva in spiaggia, spesso solo, a controllare che nessuno portasse via vestiti e portafogli. Ma non era la solitudine a pesargli. Piuttosto quello che gli pesava sul serio era la consapevolezza di essere diverso, di non provare il desiderio di fare quello che facevano tutti – quelle volte che aveva ceduto, andando in discoteca o facendo qualcosa di pericoloso, non ne aveva tratto alcun piacere.

Dopo due minuti, sono già usciti tutti. In un attimo si rivestono e se ne vanno.

«Un flash mob», commenta Alberto. «Una cazzata apocalittica», rettifica Marina. «Ehi, ne è rimasto uno…» «Credo che stia male. E gli altri non se ne sono nemmeno accorti».

Marina sa quel che si deve fare, è veloce e precisa e non perde la calma. «Non riesce a parlare e a rimettersi in piedi. È lo sbalzo termico» dice. «Portiamolo vicino al fuoco, presto».

Alberto esegue gli ordini senza fiatare, sta scoprendo una Marina che ancora non conosceva. Decisa. Fredda. Compaiono altri due ragazzi che sembrano gemelli – forse erano sempre stati lì ma nessuno, nella concitazione, se n’era accorto.

«Forza, anche voi. Dateci una mano a rivestirlo». «È grave?», azzarda uno. «L’unica cosa grave è che ve ne siete andati tutti e se non ci fossimo stati noi il vostro amico sarebbe congelato».

I due gemelli non osano dire nulla, il tono di Marina li mette in totale soggezione.

Il ragazzo riprende conoscenza e farfuglia qualcosa. Sorride: «Tu… mi hai salvato la vita». «Ho fatto solo quello che andava fatto», minimizza lei. «Adesso però devi andare al pronto soccorso». «D’accordo. Però prima lasciami il tuo numero» scherza. «Per ogni evenienza». «Questo sta già troppo bene», commenta Alberto. «Lo portiamo noi», dicono i gemelli, sull’attenti. «E prometti che non farai più cazzate del genere», dice Marina. Poi si lascia cadere nella sabbia e sentirla così fresca tra le dita le provoca un brivido di piacere.

Ce l’ho fatta. Sono stata lucida e l’ho salvato. Se mi fossi agitata avrei trasmesso la mia tensione. Invece sono stata tranquilla e ho fatto tutto quello che serviva. I bravi dottori non perdono mai la calma, nei momenti di emergenza riescono a pensare come se stessero seduti sulla poltrona di casa. È questo che fa la differenza. Da quella sera maledetta in cui non sono riuscita a muovere un dito, non mi era più capitata una situazione così delicata. Credevo che non sarei più stata in grado di fare nulla per gli altri, avevo addirittura pensato di abbandonare gli studi di medicina. Mi sentivo sporca, per quello che avevo fatto, o meglio: per quello che non avevo fatto. Un vero dottore non guarda in faccia nessuno, è come una macchina programmata per salvare le vite degli altri. Ora so che posso farcela, che quella volta è stata una debolezza che non si ripeterà mai più. Lo so che è stupido e irrazionale, ma forse adesso ho pagato il mio debito e mio padre comincerà a stare meglio, sì, sarà l’adrenalina del momento ma adesso sono convinta che potrà curare ancora a lungo i suoi cactus e potremo rivedere insieme altre cento primavere.

«Sei stata brava» dice Alberto. «Dico sul serio. Riesci sempre a sorprendermi». Cerca i suoi occhi, ma gli sfuggono se non per un istante. «Però alla fine non mi hai risposto…» Fa una pausa, aspettando una parola che non arriva. Forse non è il momento adatto per riparlarne, ma anche a lui piacciono le idee un po’ insensate: «Non mi hai detto se ho qualche possibilità, con te».

Marina sorride. Sulle onde del mare, vede camminare gli spiriti di quelli che le hanno voluto bene. Ci sono i suoi nonni, ma ci sono anche le ombre delle persone ancora in vita, con l’aspetto che avevano un tempo. C’è pure lei bambina mentre suo padre le spiega, come se fosse una favola, che differenza c’è tra un notocactus mammulosus, un notocactus magnificus e un notocactus rutilans, tra un gymnocactus beguinii e un gymnocactus subterraneus.

E capisce all’improvviso che non ci sono i vivi da una parte e i morti dall’altra, ma che tutti dentro di noi portiamo le immagini di ciò che non potrà più tornare indietro, ed è proprio per difendere queste immagini che non dobbiamo smettere mai di andare avanti.

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