Review-Barison-Stalin-Bianca

In un mondo senza arcobaleni due adolescenti compiono un viaggio verso un futuro migliore, tra periferie degradate e strani incontri.

Due premesse. Innanzitutto non è sempre facile recensire un libro che è piaciuto. Certe volte si trovano più cose da dire su un’opera che non ha convinto. Quando si ha fronte un bel romanzo contemporaneo può capitare di non avere moltissimi elementi da mettere sul piatto, a parte consigliarlo. Questo perché mancano gli strumenti necessari a un’approfondita analisi, come potrebbe essere invece nel caso di un classico.

La seconda osservazione è che, personalmente, sono sempre stato perplesso di fronte a ragazzi non ancora trentenni che già vantano la scrittura di due o tre romanzi. Questo perché reputo il romanzo un genere complesso, non certo più difficile o elevato della poesia e del racconto, ma che se non altro richiede un certo impiego di tempo, per trovare la struttura, l’ambientazione, la trama, i personaggi, lo stile, etc. Non è certo un genere in cui si possa improvvisare, occorre una certa programmazione e allo stesso tempo credo che serva anche una certa esperienza del mondo, ecco perché ho sempre pensato che fosse più un genere da trentenni e quarantenni che non da ventenni. Chiaro, ci sono stati grandi esempi in passato, da Alberto Moravia a Thomas Mann, ma erano altri tempi e si parla di fuoriclasse, anche se non tutti i grandi scrittori sono tali sin da giovani e non tutti i grandi romanzi giovanili sono stati poi raggiunti o superati nella maturità dei loro autori.

stalin_cover_storeMa Iacopo Barison, classe 1988, con il suo secondo romanzo Stalin+Bianca, edito da Tunué per la nuova collana di narrativa diretta da Vanni Santoni, mi ha fatto ricredere e capire che anche l’età ultra contemporanea può regalarci dei giovani talenti interessanti. E del resto il romanzo stesso ci invita a riflettere sul concetto di gioventù, che può cambiare nel corso delle epoche. La trama racconta di due adolescenti che vivono in un mondo senza arcobaleni e intraprendono un viaggio che assomiglia a quello de La strada di McCarthy, tra desolazione ambientale e umana e incontri surreali. Il protagonista è soprannominato Stalin e ha grossi problemi di controllo della rabbia, mentre la sua ragazza si chiama Bianca ed è cieca.
La violenza primordiale che in altri casi (Pavese, D’Annunzio, Volponi, Verga) si manifesta come colpo di scena alla fine della storia in questo caso avviene all’inizio del romanzo e funge da pretesto per lo sviluppo narrativo successivo, come in Delitto e castigo. Manca però in questo caso il conflitto morale interno sui concetti di colpa e redenzione. Come se questi concetti fossero traslati dal soggetto alla società in cui esso vive. In particolare tutto il romanzo riflette sul termine “giovane” e sul tipo di mondo che viene lasciato alle generazioni future:

“Pensavo, quando si smette di essere giovani? Una volta, stabilirlo era più facile. C’erano metri di paragone, precedenti in famiglia, un minor raggio d’azione, e ti potevi basare su dati empirici, no? Tipo il capofamiglia è un contadino e i suoi figli sono contadini, mi seguite? Adesso, invece, le possibilità di scelta sono infinite, quindi non quantificabili, e gli stili di vita che ne conseguono sono troppi e inconsistenti. È per questo che lancio gli oggetti in aria: sono sicuro che ricadranno. La forza di gravità, per fortuna, non è ancora passata di moda, e lanciare gli oggetti è una cosa semplice. Elementare, nel suo ripetere il tragitto inverso. Dalla terra al cielo e dal cielo alla terra. Non c’è nulla di più semplice, nulla di più antico. Il problema sono i soldi. Nessuno ti paga per lanciare i birilli in aria.” (pag.105)

Stalin vuole realizzare un film e punta la videocamera sul mondo esterno, registrando sequenze di fatti, immagini e persone che la sua ragazza, che scrive poesie, non può vedere, ma che talvolta sembra sentire più di tutti. Gli amici che incontrano durante il loro viaggio-fuga, sono invece artisti di strada, giocolieri e musicisti. Tutti questi giovani quindi seguono una qualche vocazione artistica e non hanno quel che si dice un lavoro “vero”. Ma la società in cui vivono è in frantumi. Il luogo di partenza è una periferia degradata, ma tutti i luoghi incontrati sembrano periferia di un mondo in rovina. L’ambientazione è generica, le varie città raggiunte dai protagonisti durante la loro fuga adolescenziale (ma molto esistenziale) non vengono mai nominate, si parla vagamente di nord e sud, come se tutto il paesaggio fosse ormai omologato dallo sviluppo (e poi dal declino) industriale.

Barison è un appassionato di cinema e ciò è percepibile fortemente leggendo il suo libro. Certe volte le azioni si susseguono con tale velocità che ciò che resta al lettore sono immagini in sequenza, accostate spesso tramite procedimenti che hanno un effetto di stordimento e straniamento sul lettore e che contribuiscono a creare una dimensione onirica del racconto (in parte mi ha ricordato il primo Parise). I meriti di Barison sono molteplici: aver scritto un romanzo ricco di riferimenti senza indulgere troppo nel citazionismo postmoderno, aver “attinto” da autori come De Lillo e McCarthy senza però dare l’impressione di stare imitando un qualche maestro, aver creato un’atmosfera distopica e surreale in cui viene calata una storia di amore e ribellione di due adolescenti senza però cadere nei cliché della letteratura di genere da un lato e della letteratura amorosa e adolescenziale dall’altro. In questo modo si è creato un proprio stile e una propria voce che riescono a mio avviso ad emergere dal marasma di scritture che quasi soffoca l’editoria di un Paese pieno di gente con il romanzo nel cassetto e a farsi notare come talento interessante da tenere d’occhio.

 

Iacopo Barison, Stalin+Bianca, Tunué, 2014, 175 pag.

 

Related readings:

Cormac McCarthy, La strada, (Einaudi): Un viaggio disperato in un mondo che è andato troppo avanti. 

Don De Lillo, Cosmopolis, (Einaudi): Una città ipermoderna descritta da un miliardario.

Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete, (Adelphi): Il fulminante e surreale esordio di Parise, tra poesia e la realtà trasfigurata della provincia veneta.

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