Il cadavere di Bin Laden Il cadavere di Bin Laden. Tra oscurantismo, complottismo e voyeurismo dell’orrore (attenzione: contiene immagini forti) di Alberto Bullado. AVVERTENZA: ALCUNI LINK CONTENUTI NELL’ARTICOLO RIMANDANO AD IMMAGINI FORTI Bin Laden, il cadavere più ambito al mondo. Il mondo lo invoca ma niente da fare, non ce lo vogliono far vedere. Abbiamo il video del bunker, le immagini degli altri caduti, ma lui, il ricercato n°1 al mondo, no. Gli americani, campioni di buon gusto, sanguinari bigotti come pochi, ci tengono a far presente che se non ci mostrano le immagini di Bin Laden morto ammazzato è per una questione di decoro. Perché noi europei effeminati potremmo rimanere impressionati. Che carini. Grazie. Inutile dire che la faccenda sta prendendo una piega del tutto surreale ed irritante. Senza contare considerazioni un poco più complesse: nella civiltà dell’immagine si esige a tutti i costi il volto del morto, una sua ultima foto ricordo da aggiungere all’album degli orrori. Siamo davvero una società di macabri guardoni? Ciò che ci deve far riflettere è in realtà il livello di assuefazione giunto ad uno snodo epocale, nel quale un’immagine potrebbe addirittura cambiare o meno il corso della storia. La faccia spappolata di Bin Laden la si supplica come se si trattasse di una verità rivelata, alla stregua delle Sacre Tavole della Legge, quelle di Mosé, ma nel contempo saremo pronti a discuterne sistematicamente l’autenticità. Un dogma della nostra contemporaneità: l’immagine “è tutto”, appunto, nel senso che “può essere di tutto”. Siamo arrivati a questo. Cercate su Google-Immagini “iraq corpse”, “beheading” et similia. Sbizzarritevi. E poi mi dite. I media ci hanno edotto da tempo di come la realtà può essere interpretata alla stregua di un gigantesco snuff movie. Un ciclone di budella esposte all’implacabile ferocia delle telecamere. Le pulizie etniche in Cambogia e Birmania, le morie apocalittiche dell’Africa Nera, le catastrofi naturali tra Pakistan, Haiti e Giappone. E poi ancora i bombardamenti in Afghanistan e sulla striscia di Gaza. I civili usati come carne da macello, le immagini dei kamikaze esplosi, dei martiri bambini, degli scudi umani, delle barbarie balcaniche e della guerra in Cecenia. Dietro a queste stragi c’è sempre l’obiettivo attento, spregiudicato, tenace di una telecamera, o di una macchina fotografica, pronto a ritrarre tonnellate di sangue e carne andata a male, di cadaveri simili a cose sconce e putrefatte che una volta erano state persone. Ma non sono solo i resoconti di teatri di guerra o di inferni lontani a stuprare le nostre sensibilità. Vi sono anche le immagini che provengono dalle cucine, dai salotti, dalle camere da letto delle nostre case. La cronaca nera, cornucopia di orrori, ci restituisce omicidi e suicidi in diretta, ripresi via webcam, le foto delle salme che finiscono in rete o addirittura sui giornali. In alcuni casi i corpi vengono direttamente usati in tragiche campagne di denuncia. Ve la ricordate la salma di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi, di Marcello Lonzi, o ancora il cranio zampillante sangue di Carlo Giuliani? E il cadavere martoriato di Pierpaolo Pasolini? Tutte immagini che fanno parte della cronaca e della nostra storia. Dall’autopsia di Kennedy a quella Tupac Shakur, dalle vittime di Jeffrey Dhamer ai pranzi cannibali di Issei Sagawa. Dal cinema splatter siamo passati alle stragi nelle scuole. Dalla collezione di figurine dei serial killer siamo arrivati alla tortura sugli animali da riprendere con il telefonino. Un’iperbole horror dove internet la fa da padrone. Siti con milioni di visualizzazioni e forum frequentatissimi. Immagini e video amatoriali capaci di aprire uno squarcio in un mondo dove persone assimilano, al contrario di quanto avviene in certi lungometraggi, la realtà come se fosse fiction. Un insieme di dati che testimoniano quanto la nostra società scenda frequentemente a patti con l’osceno. Emblematico il caso del sito nowthatsfuckedup.com (nel quale soldati americani in stanza in Iraq o altri teatri di guerra inviavano immagini di cadaveri per ricevere in cambio porno amatoriale) che ci apre una finestra sul controverso mondo del porno militaresco. Rimanendo sul pezzo, gli orrori provenienti dal fronte hanno fatto ripetutamente capolino nei media soprattutto quando si è trattato di testimoniare barbarie senza nome. In primis le immagini di Abu Ghraib, tra torture ed umiliazioni. Oppure le esecuzioni di soldati e reporter occidentali da parte di terroristi islamici. Ricordiamo Kenneth Bigley, Paul Johnson, Nick Berg, Daniel Pearl, tutte esibite dai media americani. Nemmeno i volti delle salme di esponenti di Al Qaeda, ostentati dalle nostre forze militari, sono state risparmiate, vedi ad esempio il cadavere di Al Zarqawi e di Abu Ayyub al Masri e molti altri, così come le vittime stesse del blitz pakistano contro Bin Laden. Questo solamente per dire quanto in realtà l’opinione pubblica sia già orrendamente alfabetizzata a proposito della visione di certe immagini. I media del resto hanno mille occhi che non si fermano di fronte a nulla e sono pronti a restituirci qualsiasi raccapricciante incubo. Inoltre nel caso del cadavere di Bin Laden si tratta della prova di una pregnanza storica e mediatica inaudita. Allora perché non ce la fanno vedere? Perché Bin Laden è morto da anni. Anzi no. Perché è ancora vivo. Questo quello che si deduce dalle varie vulgate complottiste che in questi giorni stanno sviluppando una folta letteratura. Ognuno è libero di credere ciò che vuole fintanto che non ci vengono chiariti i nostri dubbi. Del resto il governo americano ci ha messo molto del suo e per ora si brancola nel buio. Tuttavia non va nemmeno dimenticato il buon senso: se Bin Laden fosse ancora vivo prima o poi lo sapremo da Al Qaeda; se fosse stato effettivamente ucciso dal commando americano, la sua mancata esposizione potrebbe rispondere anche all’esigenza di non rinfocolare un nuovo sentimento antiamericano (un problema di sicurezza); se Bin Laden fosse morto molti anni fa probabilmente non ne avremo mai la conferma. Fatto sta che nemmeno l’odierna situazione di stallo può andare bene. Non ci può essere ciambella senza buco e l’opinione pubblica esige verità.  La chiudiamo qui? No. Perché i complottisti della domenica ostentano sì fantasia, ma non troppo acume o calcolo politico. Riflettiamo. Perché Obama avrebbe dovuto inventarsi tutto? Non sarebbe forse un rischio troppo grosso? Se è vero come si dice che gli Stati Uniti non navigano in buone acque, non sarebbe grave se si scoprisse un giorno, magari non troppo lontano, che si è trattata di una grande montatura mediatica? Obama è davvero uno spregiudicato irresponsabile? Ecco perché sarebbe anche il caso di immaginarsi uno scenario come il seguente: il Presidente degli Stati Uniti sta prendendo tempo. Perché? Perché sta facendo i suoi calcoli. I sondaggi dicono che l’uccisione di Bin Laden non ha risollevato poi di molto la sua popolarità. Una crescita sensibile, fisiologica, ma che potrebbe scendere tra qualche mese quando si dovrà fare i conti con scelte di gran lunga più decisive ed impopolari: economia, disoccupazione, petrolio, cioè i capi d’imputazione sventolati dall’opposizione repubblicana e che stanno a cuore all’elettorato. Ecco perché Barak Obama farebbe bene a godersi questo momento. Secondo questa teoria il governo americano possiederebbe davvero le immagini del corpo di Osama Bin Laden, ma le custodirebbe gelosamente per un prossimo futuro. Della serie: che fretta c’è? Meglio lasciare cuocere il mondo intero nel proprio brodo, molto lentamente. Ora come ora l’opinione pubblica pende davvero dalle labbra della presidenza americana come mai era successo prima. Perché non approfittarne? Perché non giocare la carta Bin Laden in un secondo momento prendendo in contropiede qualsiasi scettico? Del resto le presidenziali sono vicine. Il mandato scade il prossimo anno. Obama potrebbe aver calcolato anche questo. O forse si tratta di ciniche fantasie. Vero è che dagli Stati Uniti, dopo questa faccenda, possiamo davvero aspettarci di tutto. E se al giorno d’oggi tutta la faccenda che ruota attorno all’uccisione di Bin Laden appare come una grossa fregnaccia è colpa, soprattutto, degli americani.
Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )