Giorgio_Ambrosoli

 

di Tommaso De Beni.

Gianni Simoni, Giuliano Turrone, Il caffè di Sindona.
Milano, Garzanti, 2009

Ultimamente parlare di politica (anche per saturazione) sembra essere diventata un’abitudine di cattivo gusto da censurare in maniera più o meno diplomatica o più o meno netta e definitiva. Anche parlare di magistrati, soprattutto se non fanno più i magistrati ma altre cose, è a dir poco sconveniente e si rischia di provocare la nausea, soprattutto a parlare di complotti: Vaticano, mafia, P2, finanza, imprenditoria, politica da una parte e politica, finanza, magistratura “rossa” dall’altra.
Allora, se preferite, possiamo considerare questo libro di ex-magistrati (uno indagò sull’omicidio Ambrosoli[1], l’altro fu tra i magistrati che scoprirono la lista dei 500 nomi della P2) un libro che, vinta la difficoltà di termini tecnici, parla di uomini: Marcinkus, Andreotti, Gelli, Calvi, Arico, Ambrosoli, uomini nella Storia, vite formate da piccole storie, la cui conoscenza, anche a distanza di trent’anni, non è feticismo per il passato.
Da una parte un banchiere che ha fatto i soldi in una scalata vertiginosa e il cui curriculum sembra un copione da seguire per chi voglia fare successo e soldi in Italia: farsi amica Cosa Nostra, vivere molti anni negli U.S.A. intrecciando rapporti con imprenditori, killer e politici (Sindona conobbe Nixon prima che diventasse presidente degli States, Montini prima che diventasse papa e nominasse Paul Marcinkus, anche lui già conosciuto da Sindona, direttore dello IOR) e ovviamente finanziare (o farne parte) la P2; parliamo di un uomo che non si fa scrupoli a mandare scagnozzi a intimidire soci d’affari o ad eliminare personaggi scomodi, un uomo che si rapì da solo, si fece sparare ad una gamba per rendere più credibile il rapimento e con la sua rete di affari turbava i sogni dei potenti.
Dall’altra parte Giorgio Ambrosoli, un servitore dello Stato fedele allo Stato che fu ucciso per lo Stato, per aver commesso l’errore (imperdonabile in Italia) di credere nella Costituzione e nella Legge e di fare il suo lavoro, un uomo che, nell’ultima lettera alla moglie, scriveva: “Ho fatto politica senza i partiti”; quindi parliamo di politica vera, quella fatta dai cittadini, quella che non si può non fare vivendo in un Paese democratico, una politica in cui non serve parlare e votare, ma basta leggere e conoscere.


[1]Per approfondire la conoscenza della figura e della vicenda di Giorgio Ambrosoli si rimanda a Corrado Stajano, Un eroe borghese, Torino, Einaudi 1991, ovvero all’omonimo film di Michele Placido del 1995.

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