Canone Sfuggente - Dead Poet Society di Alberto Bullado. A parlar di accademie ed alte cattedre dei saperi umanistici ti sovviene la sonnolenza. Tuttavia esiste un modo rapido e sicuro per poter scatenare una rissa. Cioè il tentare di stabilire un qualsivoglia canone letterario. Figuriamoci se del Novecento o, peggio ancora, del dopoguerra. Non che le bagarre sui classici siano meno cruente, ma la sensazione è che più ci si avvicini ai giorni nostri, più la tenzone si fa controversa. A proposito di canoni letterari contemporanei si sono espressi in molti, da Asor Rosa a Luperini, da Onofri a Topolino. Praticamente ogni intellettuale, firma, scrittore, mestierante del settore ha provato a dire la sua, segno che il dibattito è estremamente gustoso ed al calor bianco. Il risultato finora sortito è quel prevedibile mattatoio di seghe e cesoie che chiunque abbia a che fare con certe diatribe può facilmente immaginare. La questione, checché se ne possa dire, rimane aperta ed irrisolta (forse perché irrisolvibile). Ora è bene precisare che in questo frangente Conaltrimezzi non ha nessuna intenzione di gettarsi nella medesima zuffa all’arma bianca. Non possiede i mezzi, l’autorità e nemmeno la voglia per potersi districare in un simile ginepraio, né intende allo stesso modo discutere a proposito di criteri, classificazioni, auctoritas, e del significato di “opera” o “canone” stesso. Tuttavia un interessante spunto polemico, di qualche giorno fa, di Alfonso Berardinelli, apparso sul Corriere della Sera (lo potete trovare qui) riapre vivacemente la questione. Si parla del 24° Salone del Libro di Torino, conclusosi da poco. Berardinelli si lamenta del fatto che una sua conferenza su Sandro Penna, a dire del critico uno dei più grandi esclusi della poesia italiana, curata assieme alla regione Umbria (che diede i natali al poeta) e a Giuseppe Leonelli, impegnato da anni nel compilare un’edizione commentata delle poesie del Penna, sia stata onorata della presenza di sole quindici persone. Quindici. «Qualcuno fra le migliaia di visitatori sapeva per caso chi è Sandro Penna? Era al corrente della sua esistenza? Qualcuno lo ha mai letto, lo ricorda, se ne interessa?» si chiede Berardinelli, il quale cerca di darsi polemicamente delle risposte: «C’erano ad ascoltarci non più di quindici persone, molto attente, evidentemente le sole giuste per essere lì. Né più né meno che quindici, nella massa di visitatori della Fiera del libro, nella colta Torino, un numero di visitatori che, si dice, ogni anno è in crescita. Ma che cosa sa questo pubblico? Che cosa cerca? (…) forse il 90 per cento dei visitatori del Salone sono professori o vorrebbero esserlo (…) sono arrivato a pensare due cose. La prima è che le migliaia di visitatori in cerca di iniziative, discussioni, esposizioni, incontri non sanno che cos’è la poesia italiana contemporanea, né che cos’ è un vero poeta. La seconda è che quelle quindici persone venute lì per ascoltare le poesie di Penna erano forse le più letterariamente raffinate tra quelle che giravano fra i padiglioni della Fiera». Ma il passo secondo noi più piccante è il seguente: «cosa vuole, cosa è oggi il pubblico della cultura? Dei festival, delle mostre, dei “grandi eventi”? Credo che si tratti di un pubblico che rispecchia fedelmente gli “attuali costumi degli italiani”. È un pubblico che non cerca i libri migliori, cerca sempre qualcos’altro al di là dei libri. Cerca il loro successo commerciale, cerca le persone fisiche dei loro autori, i personaggi che si vedono di più in televisione, vuole le alzate d’ingegno politiche, gli accoppiamenti curiosi e inusitati, vuole in sostanza il carisma mediatico». Un argomento di discussione sicuramente attuale e pruriginoso. Dovuta la replica di Ernesto Ferrero, scrittore, critico letterario, nonché direttore del Salone del Libro (che trovate qui), il quale si è preso la briga di difendere la qualità dell’iniziativa (il Salone offriva un’ampia gamma di scelta) e del suo pubblico, spendendo inoltre una frase sul disinteresse nei confronti della poesia contemporanea «mentre milioni di italiani scrivono poesie». Ferrero però scansa del tutto e con proverbiale agilità una questione sollevata nella seconda parte dell’articolo di Berardinelli e che secondo noi ci pare ancora più interessante. Di cosa si parlava? Quest’ultima edizione del Salone del Libro è stata dedicata, com’era prevedibile che fosse, ai 150 dell’Unità d’Italia. Ebbene, per commemorare un tale avvenimento si era deciso di stilare una lista dei “150 Grandi Libri” della nostra letteratura. Quale occasione migliore per poter tornare a parlare di canone letterario del Novecento? La fatidica lista la potete trovare qui, mentre di seguito riportiamo i “15 Super Libri” designati dalla commissione del Salone del Libro. Una sorta di Nazionale di Calcio della nostra letteratura tricolore:
1867. Ippolito Nievo, Le confessioni di un ottuagenario 1880. Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio 1886. Edmondo De Amicis, Cuore 1891. Giovanni Pascoli, Myricæ 1919. Giuseppe Ungaretti, Allegria di naufragi 1923. Italo Svevo, La coscienza di Zeno 1925. Eugenio Montale, Ossi di seppia 1929. Alberto Moravia, Gli indifferenti 1947. Primo Levi, Se questo è un uomo 1948. Giovannino Guareschi, Don Camillo 1957. Italo Calvino, Il barone rampante 1958. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo 1963. Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore 1980. Umberto Eco, Il nome della rosa 2006. Roberto Saviano, Gomorra
Qualcosa da eccepire? Secondo Berardinelli sì, riferendosi alla lista completa, quella dei famosi 150 libri. Ecco cosa dice: «Ho poi visto il famoso elenco dei “150 Grandi Libri” che hanno fatto l’ Italia. C’è più o meno tutto quello che deve esserci fino al 1950 (ma non ho trovato Salvatore Di Giacomo né Carlo Michelstaedter). Ma nei decenni più recenti arrivano stranezze e assurdità. Compare per esempio Edoardo Sanguineti: mancano Giorgio Caproni, Giovanni Giudici, Elio Pagliarani, Amelia Rosselli. Ci sono Giovanni Macchia e Citati: mancano Contini, Sergio Solmi, Nicola Chiaromonte, Fortini, Dionisotti, Garboli, Giulio Bollati, Sebastiano Timpanaro, Cesare Cases, Geno Pampaloni. Trovo Buzzati, Testori, Flaiano, Ottieri, Campanile: ma dove sono finiti Alberto Savinio, Noventa, Delfini, Ceronetti, Piergiorgio Bellocchio? Ci sono Longanesi, Guareschi, Gianni Brera, Alberto Bevilacqua, Luciano De Crescenzo: non ci sono Nuto Revelli, Danilo Montaldi, Claudio Pavone, Mario Tronti, Giovanni Sartori, Alberoni, Scalfari… Ci sono Magris e Calasso: mancano Giorgio Colli, Severino, Vattimo, Agamben. E in questi ultimi anni che cosa ci tocca? Chi ci rappresenta? Secondo il grande elenco ci toccano Tamaro e Baricco, Camilleri e Faletti, Mazzantini e Giordano. Credevo che i critici letterari non servissero più a niente. Ma qui direi che se ne sente la mancanza». E quindi siano aperte le danze. Contestazioni, osservazioni, integrazioni, tagli, minacce di morte… Ognuno dica pure la sua. Noi ci defiliamo volentieri, solamente il tempo di precisare che con ogni probabilità la lista è stata stilata tenendo principalmente conto del “valore nazionale”, se così si può dire, di ciascuna opera, e di citare il pensiero di Hegel, secondo il quale liste ed elenchi di tal genere potrebbero traquillamente assomigliare più al volo crepuscolare della Nottola di Minerva che ad altro. Vale a dire una testimonianza sullo stato vespertino di una stagione culturale, un atto culturalmente egemonico che tende più a chiudere un capitolo che aprirne uno di nuovo e che, tutto sommato, testimonia una volontà d’intenti più che un campione oggettivamente meritevole di opere. Tuttavia non possiamo nemmeno esimerci da una considerazione davvero spicciola: poniamo che un bel giorno intellettuali, critici, professori e scrittori si mettano tutti finalmente e miracolosamente d’accordo nel fissare uno stramaledetto canone letterario, perfetto, esatto, insindacabile, ebbene, chi ci dice che questa operazione possa in qualche maniera incidere, interessare, riguardare la massa, la gente comune ed il pubblico di lettori? Chi ci dice che questa immensa operazione, culturalmente utopica e titanica, possa in qualche modo avere un riscontro o dimostrare una qualche affinità con lo spirito attuale e popolare di questo Paese, ovvero con la realtà terra terra, con i gusti degli italiani, con quel “mondo di fuori” estraneo all’accademia? Concludiamo con un’ultima bischerata: a proposito di canone letterario, perché non dare la parola al volgo piuttosto che alle cattedre (sempre più scricchiolanti, tarlate e lontane dalla realtà), soprattutto se si considera il fatto che gli stessi programmi ministeriali della scuola dell’obbligo, e non, rispondono tuttora a criteri di valutazione vecchi, sonnecchiosi, ingrigiti e lacunosi? Perché non affidarci a metodi valutativi di gran lunga più rappresentativi di una realtà viva e pulsante? Certo, sarebbe interessante. Ma come? Affidandoci al web. Un esempio? Facebook!

3 commenti a “ Il Canone sfuggente ”

  1. merigiò

    merigiò

    ma io escluderei tranquillamente “Il nome della rosa” e “Cuore”. per quanto il primo dei due in effetti abbia contribuito alla “storia” tout court della narrativa italiana.
    ma poi perchè “Le sorelle materassi”? a me è parso più interssante e moderno “Il codice di Perelà” del medesimo autore. e soprattutto “Oceanomare” è orribile, come pure “Caos Calmo”. sono d’accordo con Berardinelli. che poi siano la Mazzantini e la Tamaro a rappresentare la scrittura al femminile degli ultimi 20 anni d’unità d’italia è davvero sconfortante..

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  2. andrea

    andrea

    ma siamo pazzi? cuore È la storia dei primi anni dell’unità d’italia! ma siamo pazzi! ouuuu

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  3. mariagiovanna ma quand’è che entri in conaltrimezzi scrivendo qualche articolo o recensione? Libro cuore è importante perché non parla mai di preti invece Il nome della rosa no; e poi recentemente non ci sono libri importanti, ci sono solo libri che vendono.

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