Capitale Umano Movie Review

L’undicesimo film di Virzì non è una commedia, si ispira a un romanzo americano e mostra gli aspetti inquietanti del ricco Nord, cosa che a qualcuno non è andata giù. Notevole Bentivoglio nei panni dell’arrampicatore sociale.

Il capitale umano è una formula che esiste davvero, non è stata inventata, come “l’apparato umano” di Sorrentino. In ogni caso sono entrambe suggestive, soprattutto se pensiamo che possano veicolare come messaggio il ritorno dell’attenzione sull’uomo. Anche se in questo caso però l’aggettivo umano è usato in maniera molto cinica. Nel gergo finanziario infatti definisce, in ambito assicurativo, sostanzialmente il valore in denaro della vita di una persona. È anche il titolo di un romanzo di Amidon Stephen, ma la sceneggiatura di Francesco Piccolo, Francesco Bruni e Paolo Virzì è un libero adattamento e non una trasposizione.

Fabrizio Bentivoglio, nei panni di Dino Ossola, sembra un personaggio della commedia dell’arte, a metà strada tra Pantalone e capitan Metamoros. Borghese forse è un termine desueto ma è proprio quello che lui è, nel senso che sta in mezzo tra il proletariato e l’aristocrazia (in questo caso finanziaria). Non è messo male economicamente (almeno fino alla crisi economica), ma vorrebbe avere sempre di più, vorrebbe essere amico della gente che conta, avere una villa da sogno.

Per farlo sfrutta la figlia Serena (Matilde Gioli), che è amica di Massimiliano (Guglielmo Pinelli), figlio del finanziere Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni). Gli attori che

spiccano di più secondo me sono Bentivoglio, Gifuni e Valeria Bruni Tedeschi (che interpreta la moglie di Bernaschi), ma tutto il cast è ottimo, compresi gli attori giovani. Succede che Dino investe nel fondo di Bernaschi sperando di arricchirsi, ma le cose vanno male, nel frattempo la polizia indaga su un incidente causato dal suv di Massimiliano. Tutto ruota attorno a un fatto, e le scene ci mostrano i diversi punti di vista sugli stessi eventi, fino ad arrivare alla verità e all’epilogo finale che scioglie la sincronia.

In questi giorni sono sorte alcune polemiche, alimentate da chi, per esempio a Como, si è offeso.

Del resto anche a Napoli o in Sicilia si offendono quando al cinema si parla di camorra o mafia. Mentre invece non mi risulta che qualcuno si sia offeso per La grande bellezza, anche se non è che Roma (ma soprattutto un certo ambiente intellettuale romano) ne esca molto bene.

Il giornalista Maurizio Belpietro ha poi gettato benzina sul fuoco di timide polemiche attaccando duramente il regista e i suoi adulatori. La cosa inquietante è che Belpietro non dice cose totalmente sbagliate, sugli intellettuali.

Il problema è che ha montato una polemica non tanto sul film quanto piuttosto sulle parole del regista, il quale, dovendo scegliere un’ambientazione italiana per una storia ispirata a un libro ambientato in Connecticut, USA, ha scelto la periferia di Milano e ha dichiarato di averlo fatto perché quella zona è dotata di una bellezza inquietante, algida. A Milano si gioca con i miliardi, in provincia si sognano i miliardi, mentre a Como si resta senza teatro e nessuno fa una piega.

È chiaro che non tutti i brianzoli hanno le stesse caratteristiche, è talmente ovvio che non ci sarebbe nemmeno il bisogno di precisarlo. Se Belpietro avesse visto il film avrebbe anche notato che il personaggio interpretato da Valeria Bruni Tedeschi ricorda vagamente Veronica Lario. Il film poteva essere ambientato anche in Veneto, una regione che ha molti aspetti in comune con certi stati degli USA (non solo perché è invasa da basi americane, ma anche per altri aspetti, come l’accumulo di campi e capannoni industriali, le discoteche esclusive, l’abuso di farmaci, i suv). E purtuttavia non tutti i veneti hanno i suv o vanno in discoteca. Qualche anno fa forse il paragone sarebbe stato ancora più calzante, adesso invece c’è la crisi e il ricco Nord non è più tanto ricco, si sente minacciato. Ma è sempre più ricco del Sud anche se ovviamente le magagne italiane vanno ben spartite su tutta la penisola.

In ogni caso mi sembra innegabile il ruolo di potere che ha Milano nelle questioni economiche e finanziarie. Certe vicende riguardanti esponenti della Lega Nord (vedi rimborsi elettorali e investimenti in Tanzania) e figli di ex sindaci  si avvicinano molto alla finzione narrativa di Virzì e forse la superano. I brianzoli onesti dovrebbero arrabbiarsi con questi politici arruffoni e non con il regista toscano.

Del resto questa crisi sarà arrivata da qualche parte no? E quando dico parte non parlo di geografia, ma di ambito.

Capitale Umano 3

La commedia all’italiana degli anni ’50 raccontava un’Italia misera, ma in quel caso almeno si sapeva la causa dei problemi: la guerra. Al giorno d’oggi invece si parla genericamente di crisi ma non si va mai a fondo di quello che è successo e sta succedendo. Del resto il presidente dell’Uruguay non è solo un vecchietto simpatico che assomiglia a Tonino Guerra, è uno che ci sta dicendo che l’Occidente sta crollando e che bisogna iniziare a ripensare tutto il sistema.

Tuttavia non bisogna certo credere che basti vedere un film per avere qualcuno contro cui puntare il dito. Quelli che si sono offesi devono capire che il fatto che gli stereotipi non siano sempre veri non significa necessariamente che siano sempre falsi. È solo un film, gente. Un film che parla di investimenti, in tutti i sensi. E in questi giorni, sia chi ha apprezzato il film, sia chi lo critica (avendolo visto?), se ne dimentica al punto che si discute di tutto tranne che di cinema.

Molto stucchevole risulta per esempio la polemica riguardante il finanziamento pubblico ricevuto per la realizzazione del lungometraggio. Virzì sostiene che ci guadagna lo Stato perché la produzione (che è anche francese) quei soldi dovrà restituirli, ma a parte questo, vogliamo veramente parlare di spreco di denaro pubblico? Perché Belpietro e i leghisti non hanno attaccato la fiction Rai Gli anni spezzati, un prodotto di infima qualità tecnica che tratta fatti storici con imbarazzante approssimazione? Per non parlare poi dei soldi pubblici spesi per finanziare il film a sfondo propagandistico leghista Barbarossa. Inutile imbarcarsi in queste polemiche.

Capitale Umano proiezione

Parliamo allora di cinema. Per la fretta e la mania di etichettare le cose Il capitale umano è stato definito thriller quando in realtà non c’entra niente con quel genere. Bastava dire drammatico. Anzi, bastava dire dramma, o farsa. Non è detto che un dramma non possa avere momenti comici o che una commedia non possa avere momenti tragici. Da un certo punto di vista il film potrebbe essere definito anche commedia. Non certo comico, ma commedia sì, perché alla fine non c’è il disastro totale, c’è tanta amarezza ma c’è anche, almeno per quel che riguarda i protagonisti principali della storia, una sorta di lieto fine.

Ecco perché per esempio spesso le commedie francesi non fanno ridere, perché per loro, in senso lato, è commedia qualsiasi storia che non vada a finire male. Penso che Dante e Balzac potrebbero confermarlo. A Virzì, anche per questo film, sono stati accostati i nomi di Monicelli e Risi, ma nel caso del suo ultimo lavoro mi pare che il regista toscano guardi più ad autori stranieri come Altman, Arriaga, Tarantino o Iñarritu, soprattutto per l’espediente di raccontare lo stesso fatto dal punto di vista di diversi personaggi le cui vite si incrociano e intrecciano. Il tempo narrativo in questo modo è sospeso e la narrazione procede in sincronia.

Un dramma privato, come ormai è consuetudine, serve da espediente per mostrare il dramma storico ed economico, anche se in realtà il riferimento alla situazione italiana non è così pregnante. Ma bastano poche semplici battute per colpire e far riflettere gli spettatori, come questa:

“Avete scommesso sulla rovina di questo Paese e avete vinto.
Abbiamo vinto. Ci sei anche tu, amore.”

Capitale Umano party

C’è spazio anche per una frecciata alla cecità della politica e della finanza di fronte alla cultura, attraverso il riferimento al teatro Politeama di Como, chiuso e in rovina. Mi pare importante comunque far notare, tornando anche alle polemiche sulle presunte offese che questo film recherebbe al popolo lombardo, che i giovani ne escono bene. Essi sono vittime dei giochi di potere dei padri o del parassitismo degli zii (lo zio di Luca ricorda il ladro sfruttatore Fagin di Oliver Twist, il male insidia anche i proletari, resi spietati dalle indigenze). La critica sociale di Virzì dunque ha soprattutto una sfumatura generazionale, con i genitori che soffocano i figli e ne compromettono il futuro.

Il montaggio è ben fatto ed è forse la cosa più importante del film, assieme al cast. Mi spiego meglio: questo film, come quelli di Sorrentino, usa dei procedimenti narrativi simili a quelli di cinematografie straniere, ma lo fa in un modo credibile, che non imita ma emula, mantenendo un contesto italiano. Cioè, i contenuti sono molto italiani ma le forme guardano oltre i confini nazionali e questa secondo me è una soluzione interessante, al di là ovviamente dei temi affrontati che sono senz’altro importanti ma che secondo me non sono il merito principale dell’opera.

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