CAM#04 - Matx Nietzsche Intellettuali di Alberto Bullado. CAM#04: leggi e scarica gratis Un simpatico aneddoto narra di un Göring che a sentir pronunciare la parola “intellettuali” era solito mettere mano alla pistola. Al di là dell’attribuzione dubbia va detto che il mondo della cultura si può dividere volgarmente in due categorie. La prima, messa al corrente della storiella, scuote la testa dando del nazista a Göring, sai che lungimiranza. La seconda, invece, sorride guascona con l’irriverente e scorretta consapevolezza di simpatizzare con le parole forse pronunciate da uno dei più grandi stronzi della storia. Ora, se si vuole fare del manicheismo, possiamo dire che la prima categoria, quella che alla parola intellettuali non porta la mano alla rivoltella ma al cuore, non ha difficoltà nell’esprimere una certa nostalgia per quei bei tempi andati quando gli intellettuali avevano voce e potere, e che la seconda, quella che ghigna in barba all’ombra di un massiccio nazista, ostenta un divertito disprezzo verso una classe, quella appunto intellettuale, che nella storia ha saputo coniugare una certa inettitudine con una sgradevole puzza sotto il naso. Parliamoci chiaro: io sono uno di questi, eppure, nel momento stesso in cui lo dico, mi rendo perfettamente conto che entrambe le posizioni qui descritte sono conformismi ai quali sempre più spesso ci si trova invischiati. Altro appiattimento: considerare i primi di sinistra, in quanto romanticamente libertari, anche se inconsapevolmente reazionari, nel porsi in un dibattito acceso come quello che orbita attorno alla figura dell’intellettuale al fianco dell’elucubrazione (qualunque essa sia e per partito preso), e i secondi di destra, per opposizione, poiché ostili nei confronti di una cricca pronta a rompere le uova nel paniere a chi ha caro l’esercizio dell’autorità. In realtà non è così, poiché il sottoscritto non è di destra come non lo era di certo Lenin, il quale amava appellare gli intellettuali come “utili idioti”. “Utili” perché venivan buoni per la causa, quella del potere. “Idioti” perché ignoranti a proposito di tutto il resto, a cominciare dai lati oscuri del medesimo potere che sostenevano, così come delle sue conseguenze. Altro mito da infrangere: a sinistra non è vero che non si sia manifestata una certa insofferenza verso una prosopopea nostalgica. Anzi, un certo revisionismo progressista portato all’eccesso ha persino causato una serie di sgradevoli malcostumi come l’accettazione di qualsiasi forma di cultura antagonista o alternativa purché contraria a qualsiasi logica di cultura dominante, tanto da non essere in grado di proporre un canone culturale ben definito (per non parlare della portata iniqua di certe riscoperte). Una sorta di anticonformismo a tutti i costi percepito più come una posa che un’elaborazione coerente. L’antintellettualismo di sinistra lo si percepisce per lo più come un sentimento di insofferenza antiborghese, ma che si dissolve come neve al sole quando l’establishment, naturalmente fascista e persecutorio, inizia a prendere di mira le medesime istituzioni del sapere e della cultura. Sì, insomma, lo sventolare di una simpatica banderuola. A destra l’ostilità nei confronti dell’intellettuale è invece un must. Un qualcosa di fisiologico da una parte, dall’altra un atteggiamento coatto da tifoseria. La modernità ha spesso sponsorizzato una figura di intellettuale impegnato come voce ed espressione di un dissenso (ma occorre precisare che l’intellettuale non sempre lo è stato). Una propaganda tale da rendere il concetto stesso di intellettuale sinonimo di rivoluzionario, di sovversivo, di pastore di anime inquiete, di seminatore di discordia. In realtà non è proprio così dato che l’intellettuale è uno degli animali più conformisti ed accomodanti in natura. Ad ogni modo il potere, che spesso lo si identifica di destra anche quando non lo è (poiché si comporta come tale), ama rendere la vita difficile agli intellettuali, tarpando loro, preventivamente, le ali. Ecco quindi che a destra nasce una pesante retorica improntata sulla critica all’intelletualismo, puntando sugli evidenti malcostumi della cricca: corporativismo, snobismo, incoerenza ideologica, dubbia efficienza, rilassatezza, accademismo e chi più ne ha più ne metta. Termini come “radical chic” sono stati completamente sdoganati tanto da diventare una categoria di comodo in bocca ad una massa che voglia riferirsi ad un determinato stereotipo estetico-comportamentale. Nel mondo anglosassone esiste l’espressione “testa d’uovo”, mentre Spiro Agnew, il vice di Nixon, parlava invece di “effect snobs”. Insomma, il significato non cambia. La macchietta è quella dell’intellettuale vezzoso, logorroico ed appunto, “intellettualoide”, possibilmente da salotto, ben vestito, altolocato, tutto cachemire ed erre moscia ereditata da un’altra caricatura, quella del gagà francesizzante ed effeminato di epoca fascista. Al giorno d’oggi il disprezzo verso una certa casta viene ripreso dai nostri stessi politicanti. Un esempio potrebbe essere il Ministro Brunetta, nano in spalla ai giganti del pensiero liberalista, che ama parlare di “culturame” (il termine si dice fosse stato pronunciato per la prima volta da Scelba) riferendosi ad una classe parassitaria di chiacchieroni buoni solo a sputare sentenze contro il proprio paese. Peccato per il pulpito, ma un fondo di verità, seppur minimo, c’è. Eppure anche la destra ha espresso nel tempo una propria intellighenzia (sempre più sdoganata persino a sinistra) e i nomi sono i soliti: Pound, Cèline, Heidegger, Mishima, Spengler, Junger e moltissimi altri (che tristi queste liste della spesa…) sino ad arrivare agli italiani Gentile e Prezzolini ed ai nostri contemporanei più terra terra: Veneziani, Buttafuoco, Socci, Ferrara. Che cosa ne dovremmo dedurre? Che questo non è forse culturame, intellettualità da biasimare? Il punto è che gli stessi elettori di destra, come disse lo stesso Veneziani, non sanno nemmeno dell’esistenza di un’intellighenzia destrorsa. Così come ignorano che l’intellettuale può anche non essere di sinistra. E non lo sanno perché non leggono. Tuttavia, al di là delle casacche e del calcio mercato, della sinistra e della destra, va detto qualcosa che esuli da un simile dibattito per quanto gustoso ed acceso ma grottesco, e cioè che il vero problema non sta tanto nel mettersi d’accordo sulla questione intellettuali sì o intellettuali no, in un’ottica pro-contro, ma dell’intellettuale “perché” e dell’intellettuale “come”. Cioè determinare che tipologia di intellettuale farebbe al caso nostro, a questa Italia, in riferimento ai tempi che corrono. Un intellettuale contestualizzato e possibilmente affrancato dalla prostituzione retorica a cui siamo spesso condannati. Tanto per cominciare, e sarebbe già una gran bella conquista, si potrebbe favorire la nascita, o di non ostacolare la crescita, di figure e correnti intellettuali in grado di emanciparsi dalla cannibalizzazione politica, improntata su quell’emorragico asse destra-sinistra, e di quello sfiancante dibattito in bilico tra nostalgia e disprezzo che a modo loro sono entrambi sentimenti sbagliati o quantomeno fastidiosi conformismi. Troppo difficile? Impossibile? Beh, se così fosse significa che l’Italia non è in grado di produrre un’intellettualità sana e genuina. E quindi merita di versare nelle niente affatto turbolente ma placide acque nelle quali galleggia: un insipido brodo primordiale.   CAM#04: leggi e scarica gratis
Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )