New Italian Epic

 

Alberto Asor Rosa

Forse ha ragione, Alberto Asor Rosa, quando sostiene che l’ultima generazione di intellettuali partorita dal nostro paese ha ormai i capelli bianchi, e che in Italia non c’è più spazio per l’espressione di un punto di vista estraneo ai canali di comunicazione massificati, per un messaggio che vada al di là delle due battute, preferibilmente brillanti e risolutive, con cui ogni questione viene liquidata per passare a un nuovo argomento, dopo la pubblicità.

Guardandosi attorno, è inevitabile arrivare a concludere che l’omologo del Pasolini che scriveva “io so” sulle pagine del Corriere della Sera è ora una mezza figura, accolta di solito in uno studio televisivo dalle comode poltrone bianche, chiamata a esprimere il proprio parere in discussioni il cui obiettivo non dichiarato sembra essere quello di guadagnarsi, la sera successiva, l’inserimento nel Blob di Enrico Ghezzi.

Il dibattito intellettuale è ormai ridotto a qualche sporadico scambio di articoli sulle colonne dei giornali, a qualche raro programma televisivo che si propone di “fare cultura” invitando come ospite l’autore del libro del momento o, peggio, a qualche desolante siparietto condito da insulti.
L’autoreferenzialità in cui è caduto il mondo intellettuale italiano è qualcosa che spaventa e delude: tutto sembra essere ridotto a uno scontro di personaggi, talmente impegnati a difendere la loro statura culturale e il loro ego da non rendersi conto di essersi ormai trasformati in macchiette.
La scollatura tra intellettuali e società civile è senza dubbio avvenuta, e se le responsabilità del mondo dei media in questo processo sono enormi, altrettanto gravi sono quelle di coloro che avrebbero dovuto impedire che ciò accadesse, e che invece hanno preferito accettare di essere dipinti come parassiti inutili alla società, soffocandosi in dibattiti sempre meno comprensibili, confermando con il loro atteggiamento l’accusa che gli veniva mossa, ovvero quella di essere vecchi, élitari e inutili in un mondo sempre più rapido, leggero e rilucente di pailettes.
In questo contesto, qualsiasi proposta volta a costituire un’alternativa, ad aprire un dibattito che possa andare al di là dello scontro tra individualità, viene accolta come una possibile via di fuga:
anche in questo senso si può leggere la reazione suscitata dalla pubblicazione in rete, nell’aprile 2008, del saggio sulla New Italian Epic dei Wu Ming. Il testo della “band” emiliana è stato scaricato da decine di migliaia di lettori, fatto inaudito per un saggio di teoria della letteratura, e ha generato un dibattito ampio e articolato come da tempo non capitava di vedere. Viene quasi voglia di credere che da questo dibattito possa nascere qualcosa di concreto, che questo lungo discutere a proposito del ruolo degli scrittori nella società e del valore della letteratura negli anni che stiamo attraversando possa portare alla nascita di un nuovo modo di intendere l’attività letteraria. Purtroppo basta leggere la gran parte degli interventi di critica riportati nel sito dei Wu Ming per capire che così non sarà, e che ancora una volta un dibattito che poteva essere significativo si è risolto in una rissa di singoli che, senza mai entrare nel merito della questione, lamentano l’esclusione di opere proprie o altrui dalla lista dei testi NIE, o che affermano l’inutilità del dibattito mettendo in discussione la credibilità dell’interlocutore, nel migliore stile da talk show televisivo.

In mezzo a tutto questo strepito, purtroppo, il centro della discussione è andato via via allontanandosi, e gli spunti proposti dagli autori del saggio sono rimasti in molti casi privi di risposta o, peggio, hanno solo dato il destro alla creazione di due fazioni contrapposte: da una parte i favorevoli e dall’altra i contrari, da un lato le opere che possono fregiarsi dell’etichetta NIE e dall’altro quelle degli autori anti-Wu Ming.
La sfida lanciata dagli autori del saggio era senza dubbio grande, e rischiosa. Con il loro testo, infatti, i Wu Ming si proponevano come teorizzatori di “una mutazione ancora in corso” che ha attraversato la letteratura italiana negli ultimi quindici anni e che, seppellendo gli esiti del postmodernismo, ha aperto una nuova strada caratterizzata dalla scrittura di opere “ambiziose, a lunga gittata, di ampio respiro”, epiche perchè “sono epiche le dimensioni dei problemi da risolvere”.
Verrebbe da dire che il compito di formulare affermazioni del genere spetta ai critici, e non agli scrittori, specie quando parlano in prima persona e citano i propri romanzi, ma se ciò è vero è altrettanto vero che, mentre tutti piangono la scomparsa degli intellettuali, il mondo letterario si sta modificando, e chiunque sia in grado di cogliere questo cambiamento, di provare a comprenderlo e a definirlo, ha il diritto e probabilmente anche il dovere di farlo.

Se è certo che non saranno i Wu Ming a salvare le patrie lettere e a rivoluzionare la critica letteraria nazionale, a loro va quantomeno riconosciuto il merito di aver provato a proporre qualcosa che, finalmente, esulasse dalle solite categorie, che provasse a lanciare uno sguardo retrospettivo su ciò che è stato per arrivare a definire meglio il presente, e a delineare un futuro. Il loro punto di vista sulla letteratura può essere considerato ingenuo, parziale, influenzato dal loro essere parte in causa del meccanismo che si propongno di analizzare, criticabile nel metodo e nel linguaggio con cui è espresso, ma rappresenta il tentativo di portare la discussione su un nuovo binario, di farle fare un passo in una nuova direzione. Il loro richiamo alle responsabilità della letteratura e, per suo tramite, degli scrittori, che “non devono, non devono mai credersi in pace”, pur tentando in tutti i modi di non diventare “carne da gossip”, di non “angustiare i lettori con questioni private estranee ai propri intenti letterari, politici e poetici”, in questo contesto è qualcosa che diventa quasi commovente. Parole probabilmente ingenue, che però da molto tempo non si sentivano più pronunciare, e che forse potrebbero in qualche modo aprire una nuova strada.

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