Shining - Bambine gemelle

 

Nel numero di marzo 2010 di ConAltriMezzi ci si è parzialmente occupati di best seller; mi permetto ora,  a pochi mesi dall’uscita di una raccolta di racconti di Stephen King tradotta da Wu Ming 1, Notte buia, senza stelle, a pochi giorni dall’uscita al cinema dell’ennesimo film ispirato a un’opera del compianto Philip K. Dick e in prossimità dell’assegnazione di due tra i più noti e prestigiosi premi letterari italiani, lo Strega e il Campiello, di tornare sull’argomento, partendo da un tentativo di definizione del termine per arrivare a delle riflessioni sull’editoria italiana.
Innanzitutto non dobbiamo illuderci che una volta questi “problemi” non ci fossero. L’industria culturale, è vero, non è sempre esistita, ma i casi editoriali sì: I dolori del giovane Werther, I promessi sposi e in un certo senso anche la Bibbia, sono tutti dei best seller. E del resto è di democrazia che stiamo parlando, di quella cosa informe, celebrata o vituperata, che taluni usano chiamare massa. E del rapporto di questa massa con l’elite intellettuale, con il sapere, e con l’arte in generale. Tralasciando però i casi del passato, interessanti per capirne di più sul rapporto tra artista ed opera d’arte e il problema della fruizione e diffusione di quest’ultima (riproposto anche dall’attuale gestione Sgarbi della Biennale di Venezia), vorrei provare a capire cosa s’intende, oggi, per best seller.
Se consideriamo best seller qualsiasi libro che vende molto (ed in effetti il termine, tradotto letteralmente, significa più o meno “miglior vendita”) allora distinguerei tra almeno due tipi di best seller :
1) un qualsiasi tipo di libro che vende molto, non necessariamente quindi un romanzo, può essere un saggio o un’inchiesta giornalistica (vedi La casta o i libri di Travaglio) o anche un bel libro d’autore (capitò a Kundera, Eco o Rushdie) che ha successo di pubblico;
2)un libro scritto apposta per fare successo, un libro inteso come progetto di lavoro al di fuori della letteratura, un libro di intrattenimento o, se vogliamo, di genere. Di solito sono libri da almeno 500 pagine scritti in una lingua semplice e con degli elementi inseriti ad hoc per soddisfare il pubblico (o almeno un certo tipo di pubblico, mirato o creato ad hoc);

Per quanto riguarda la prima categoria mi viene bene un paragone con il cinema: Alfred Hitchcock disse di aver sempre cercato di tenere la cultura, la filosofia, la letteratura, insomma il pensiero fuori dai suoi film, cioè a dire che egli proponeva dei film di intrattenimento; noi però sappiamo che Hitchcock ha fatto di più, ha riempito le sale cinematografiche senza rinunciare alla sperimentazione e all’autorialità; per la letteratura si potrebbe fare l’esempio di Henry James o Umberto Eco, cioè autori che hanno cercato di praticare l’utile dulci, cioè intrattenere il pubblico però farlo anche pensare e riflettere e contribuire in un certo senso all’accrescimento della sua cultura (ammetto che è una pretesa che può suonare un po’ snob). Poi c’è anche da dire che alcuni sostengono, probabilmente non a torto, che Il nome della rosa sia privo di contenuti; a livello ideologico e programmatico questo romanzo mi sembra un po’ la realizzazione del compromesso di Tonio Kröger: da un lato il romanzo di Eco può essere  preferibile, per un pubblico mediamente acculturato, ai successi di classifica di Moccia o di certi romanzi fantasy,  dall’altro però devo dire che non mi piacciono i compromessi e non credo che la letteratura debba per forza intrattenere perché già c’è il cinema, anche se anche il cinema non è detto che debba per forza intrattenere. Da un punto di vista di onestà intellettuale la narrativa di intrattenimento è preferibile al midcult, al ciarpame (non è il caso di Eco) travestito da narrativa impegnata. Del resto però è imbarazzante anche vedere la cultura travestita da Topolino; è l’ambiguità del compromesso. Insomma chi sa scrivere deve scrivere senza freni, se poi vende tanto meglio, in ogni caso però penso che esistano altri mezzi (più rapidi ed efficaci) al di fuori della letteratura per fare i soldi.
Per quanto riguarda il secondo tipo di best seller, che è quello che credo tutti abbiano in mente, cioè libri da 500-800 pagine pieni di sesso, violenza, parolacce, che tengono la cultura e il pensiero ben lontani e intrattengono il lettore come se fosse un criceto nella ruota, io posso portare l’esempio di Stephen King, giacché dai dodici ai diciassette anni circa ho letto praticamente solo libri suoi e poi ho letto anche sue interviste e credo di conoscerlo abbastanza bene.

Innanzitutto qualcuno potrebbe dirmi che non è vero che un suo libro si scrive in due settimane perché lui passa molto tempo in biblioteca e si documenta bene prima di scrivere. A questo qualcuno io rispondo semplicemente che ha ragione, è vero, King si documenta molto e gliene va dato atto; però è anche vero, e non lo dico con cattiveria perché a me sta simpatico, che uno che ogni mattina si alza e scrive (l’ha detto lui) almeno 20000 battute non ha molto tempo per pensare. C’è anche da dire che King è laureato in Letteratura e si è formato sui classici e che il genere horror gode di una lunga tradizione letteraria, solo che King non poteva usare il linguaggio colto e antiquato di Poe o Lovecraft e quindi ha adattato l’horror ai propri tempi condendolo con sesso e ironia (effettivamente ci sono diverse battute che fanno ridere) e uno stile che ammicca al lettore, ovviamente se si esclude l’aspetto tecnico (lessico e stile) resta solo l’intrattenimento. In realtà però c’è una questione linguistica, che riguarda l’arduo compito di tradurre i romanzi stranieri; King infatti non è Easton Ellis, non è un minimalista, usa un linguaggio e uno stile, se non proprio complessi, nemmeno troppo facili. Inventa spesso neologismi, cita molto canzoni e poesie, si avvale di tecniche narrative a volte anche sperimentali, come ne Il gioco di Gerald, in cui il punto di vista è quello di una donna legata ad un letto e la narrazione è per lo più psicologica, o nel più recente La torre nera, in cui i personaggi dialogano con lo stesso scrittore. In ogni caso, comunque, il romanziere del Maine è se non altro onesto, non finge di proporre narrativa d’autore, non produce midcult, ed infatti ebbe a dichiarare: «I miei libri sono come gli hamburger: come qualità non saranno un gran che, però ti danno piacere per un momento»; secondo me questa metafora culinaria è perfetta anche per descrivere i best seller in genere: cioè essi sono un riposo della mente, uno strappo alla dieta che ti puoi anche concedere, ogni tanto, non sempre perché se no muori.

Gli ultimi due aspetti che vorrei trattare riguardano il rapporto tra cinema e letteratura e la lingua dei best seller. Per continuare l’esempio di King, egli ha fatto sì i soldi con i libri, ma non bisogna mai scordarsi di Hollywood, sono almeno una trentina infatti i film tratti da suoi romanzi, senza contare i film per la TV e le sceneggiature televisive, alcuni anche diretti da registi celebri; pensate a Shining, Le ali della libertà, Il miglio verde (che non sono  horror) o al più recente The mist, tutti film che hanno sbancato il botteghino, se mi passate l’orrenda espressione giornalistica. Lo stesso King si è cimentato alcune volte come regista di film tratti dai suoi libri. Questo mi dice da un lato che per far soldi è meglio fare il regista o lo sceneggiatore, dall’altro che lo stesso King se non è un gran romanziere è almeno un ottimo sceneggiatore e questo a sua volta mi fa pensare al tipo di scrittura tipica dei best seller che non è esclusiva di King, cioè a dire una scrittura visiva (show don’t tell è il mantra dei minimalisti, King non lo è, però il clima culturale in cui ha iniziato a scrivere è quello), una scrittura che imita le tecniche cinematografiche e che purtroppo abbandona le altre possibilità della letteratura che il cinema non ha, possibilità che rischiano così di essere persino dimenticate per sempre. Ad onor del vero, questo non è esattamente il caso di Stephen King, o meglio, lo può essere per certi romanzi o racconti, ma non per tutta la sua produzione. Del resto anche Philip K. Dick è uno scrittore la cui geniale immaginazione è stata ampiamente sfruttata dall’industria cinematografica (oltretutto senza che lui potesse coglierne i vantaggi, trattandosi di fama postuma), ma ciò non significa che la sua fosse una scrittura facile. Ovviamente le mie perplessità non sono rivolte a qualsiasi film tratto da un libro, ma solo a recenti casi in cui l’osmosi tra le due arti è sfacciatamente sistematica.

Un ultimo appunto, per quanto riguarda la lingua, mi riporta in Italia, ai “mostri” che i best seller angloamericani (a quanto pare i best seller sono quasi tutti di questa provenienza linguistico-geografica, sarebbe interessante vedere delle alternative europee o di altri continenti) hanno creato nel nostro Belpaese. Non faccio nomi perché non voglio fare preferenze, gli autori da citare sarebbero del resto veramente molti (alcuni sono in testa alle classifiche, altri per fortuna non hanno avuto molto successo), dico solo di una tendenza generale italiana allo show don’t tell, tendenza che mi preoccupa da un punto di vista linguistico: o uno sa l’inglese tanto bene da leggersi i romanzi in lingua originale, oppure deve necessariamente ricorrere alle traduzioni, ma se il modello di tante generazioni di scrittori nostrani sono gli americani, questo comporta che essi hanno fatto esercizio di traduzione ma non hanno appreso una lingua letteraria italiana (per quanto siano bravi i traduttori non è la stessa cosa) e questo, se pensiamo al linguaggio di internet e degli sms o all’influsso dei dialetti (che però sarebbe bello se tornassero nei nostri romanzi) è secondo me gravissimo e ci porta ad una lingua letteraria che tende ad assomigliare a quella parlata che a sua volta però si allontana dalla straordinaria ricchezza che offre l’idioma italico e va verso un preoccupante appiattimento dalla decenza. Non ci sono più stili diversi che caratterizzano un certo scrittore come poteva succedere in passato con un Gadda o un Calvino; inoltre, mi pare  non ci siano più nemmeno temi ricorrenti che possano contraddistinguere diversi autori. Fuori dai romanzi di genere, o dalla contaminazione postmoderna dei generi, la narrativa d’autore si ripete: rievocazioni storiche e drammatizzazione estrema di casi umani si alternano con poca enfasi a patetici racconti d’infanzia (il problema ovviamente non è scegliere dei bambini come protagonisti, bensì il modo in cui si racconta l’infanzia e la gioventù, Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino in questo senso è esemplare) e a romanzi-inchiesta interessanti ma subito incasellati nel sottogenere della docu-fiction. Se a tutto ciò si aggiungono le polemiche ormai rituali sulla poca affidabilità dei premi letterari in Italia, Strega e Campiello su tutti, dominati  dalla lobby delle grosse case editrici, appare chiaro come non solo la questione best seller si riduca a un fatto economico, ma tutta l’editoria e la narrativa italiana. Negli ultimi venti anni non si parla più di poetiche e di stili o di temi, ma di classifiche e di successi di vendita, non c’è più una storia letteraria, ma una storia di marketing e di strategie editoriali. Ovviamente ci sono delle eccezioni, e bisogna lottare perché queste eccezioni non si riducano sempre più fino a scomparire e anzi divengano il nuovo canone, ma quella che io denuncio è una tendenza, una brutta deviazione dell’industria culturale italiana, di cui la questione Rai (ma questa è un’altra storia) è solo uno dei più grossi esempi.

P.S. Non vorrei aver dato l’impressione di trattare l’argomento best seller in maniera troppo aristocratica e snobistica, lungi da me. Bisogna cercare di capire perché certi romanzi vengono molto letti. Hitchcock diceva che il film più bello è quello che riempie le sale. Analogamente allora si potrebbe dire che il libro più bello è quello che vende più copie. Ovviamente non sono d’accordo, anche perché la letteratura è un’arte diversa, e forse va gestita in maniera diversa, ma i meccanismi interni ai romanzi vanno analizzati senza pregiudizi. Anche Pinocchio e I misteri della jungla nera del resto sono stati per anni sconsigliati e ostacolati da ottusi pregiudizi di una certa classe intellettuale snob. Quello che invece è insopportabile, è il predominio dell’interesse economico.

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